giovedì 24 marzo 2022

L'ORO DELLA MENTE (BICAMERALE)

 

L'eta' dell'Oro, quindi sulla base dei ragionamenti riportati nell'ultimo articolo sempre qui sulla Passeggiata delle cattive, ma anche negli altri blog che fanno capo a Lenardullier.blogspot.com, non sarebbe altro che la "mente bicamerale" del saggio di Julian Jaynes il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, ovvero le Voci degli Dei, allucinazioni auditive dovute a formazioni neuronali costituite da tutta la somma di esperienze esperite nel corso di molteplici generazioni ed un numero imprecisato di anni,(certamente molti molti di piu' di quelli che possiamo attribuire alla coscienza che a malapena arrivano a tremila), trasferite metonomicamente, cioe' per spostamento di significanti, spostamenti  dettati dalle diverse situazioni ambientali che di volta in volta potevano presentarsi e richiedenti un pronto adattamento degli individui appartenenti alla specie umana. Un processo fortemente adattivo dunque, che ha una metodologia temporale che possiamo chiamare una "messa in situzione" dell'individuo in un certo contesto con relative istruzioni che debbono essere necessariamente "ob - audite" e anche una metodologia che rimanda ad una precisa localizzazione nell'emisfero destro del cervello.
Una funzione  alternativa, ma anche interrelata con l'emisfero sinistro dello stesso cervello che resta deputato all'altra funzione  precipua dell'adattamento all'ambiente, quella  di un continuo arricchimento del linguaggio articolato. Così se nella prima metodologia viene usato il meccanismo della Metonimia che si avvale dello spostamento dei significanti di volta in volta acquisiti nel processo di adattamento all'ambiente, nella seconda  si delinea l'atra forma di adattamento umano che e' quella di un linguaggio sempre piu' vario e articolato  ovvero la Metafora, una comparazione dei significati per similarita' e somiglianza ("che cosa e' quello? Bhe!?...e' come ...questo!" - siamo quindi  nelle due figure essenziali e strutturanti della retorica del linguaggio : metafora e metonimia, condensazione e trascinamento, assi portanti di una lingua).
La distinzione tra significante e significato, gia' posta da De Saussure e approfondita da Lacan, si delinea come rappresentante della modalita' delle due diverse figure:  la condensazione metaforica opera attraverso significati immediati ottenuti attraverso la comparazione dei due termini del confronto, uno noto e quindi referente appunto di un giudizio gia' operato, l'altro meno noto, cioe' un riferito che assume componenti del termine di confronto e acquista così un nuovo significato; al contrario il trasferimento metonimico agisce attraverso una diffusa continuita' non solo riferita agli oggetti, ma anche al comportamento utilizzato in una determinata occasione, il vissuto del soggetto, il suo relazionarsi in merito a tutta una somma di fattori...e' tutto questo che deve essere trasmesso nella voce allucinatoria  che non a caso viene attribuita agli dei. 
L'eta'  dell'oro e degli dei, ecco io trovo una attribuzione legittima proprio in quella mente bicamerale  postulata da Jaynes, laddove mi sembra proprio che i due emisferi e le onde da essi prodotte funzionavano in perfetta sinergia, direi anche in una sorta di simmetria che ricorda molto la Super Simmetria dei fisici quantistici , dove magari al posto delle particelle io proverei a sostituire le stringhe, intese come frequenze d'onde  e magari con un tantino di forzatura identificate nella condensazione e nello spostamento dei rispettivi processi metaforico e metonimico. A rompere tale sinergia, tale simmetria si e' pervenuti con la coscienza ovvero quel famoso "analogo io" che individualizzando uno solo dei meccanismi, ha condensando l'ambiente esterno con il proprio essere in situazione e ha quindi avviato un processo di narratizzazione di se stesso che ha giocoforza ingenerato  un pronunciato  occultamento del processo metonimico.   
Attenzione questo evento, non precisato, ne' localmente ne' temporalmente, e' tuttavia riportato in tutti i miti delle civilta' umane con differenze solo formali di narratizzazione, ma strutturalmente tutti riconducenti ad un qualcosa di nuovo, di inusitato che ad un certo punto ha cominciato ad emergere dalla nebbia di una storia umana che proprio in forza di tale forza nuova ha cominciato a narratizzare se stessa : Eh si ! e' lei la coscienza ,e generalmente  la cosa viene enfatizzata come momento catartico, presa  come evento epocale, originario del tutto o quasi, esaltata come l'emergere della luce della ragione, dal buio delle tenebre dell'incoscienza. Ma non e' così, anzi siamo proprio al netto contrario! Con il sopravvento di una funzione cerebrale sull'altra  (la metafora sulla metonimia, la condensazione di significato, sul trascinamento di significante ) gli dei cessano di far sentire la propria voce , tutto resta affidato a questa identita' tra proprio io e comportameno in situazione, che si rivelera' fallacissima, perche' espressione di un individualismo supposto e facile a scadere nella presunzione, nella tracotanza e a sviluppare le caratteristiche piu' deleterie della specie umana (violenza, intolleranza, menzogna, crudelta', etc.). La narratizzazione dell'analogo io in situazione pone una narratizzazione sempre parziale, incurante della verita', bugiarda e incline al raggiro e  alla continua oppressione dei propri simili; non e', in altre parole, una narratizzazione della ragione  , ma piuttosto un racconto , una storia della volonta' di avere ragione : ragione ad ogni costo, a dispetto di verita, giustizia e qualsivoglia idealita'.    E' così che l'eta' dell'oro e il divino ad essa sotteso,  vengono messi in sottordine, e le voci allucinatorie che erano espressione di quel rapporto  relegate in un emisfero che viene etichettato come secondario, non dominante, espressione di una rappresentazione non razionale  affidata perlopiu' a   personaggi strani, bizzarri, invasati  o tutt'al piu' a funzioni  di poco valore pratico: intuizione, fantasia, misticismo, magia. Via via col tempo ci sara' qualcuno che comincera' a dare valore a tali manifestazioni, ma dovranno passare molti molti anni e sempre con una certa ambiguità, riconosciuti ma sempre da una esigua minoranza: gli sciamani di certe culture, gli adepti di particolari discipline come l'alchimia,  il tentativo di edificare sorta di monumenti del tipo delle Cattedrali medioevali, alcuni corpi dottrinali e comportamentali come la Cavalleria, l'impianto di opere letterario di particolare simbolismo (La Divina Commedia di Dante Alighieri, il Don Chisciotte di Cervantes, le filosofie di un Leibniz, di un Kant, financo di un NIetzsche, di uno Schopenauer e a sugello:  il riconoscimento attraverso sintomi e manifestazioni di quel famoso  impianto metonimico  dell'emisfero destro, di un altro modo di interagire con il reale, una modalita' non piu' solo immaginaria ma simbolica (che cioe' ri-mette insieme") cui uno studioso di Vienna non trovera' niente di meglio che denominare " in-conscio "              
Gli dei abbandonano la scena, come viene ripetuto spesso "non abitano piu' qui" l'oro quasi scompare dal mondo, e' tempo di un altro metallo, meno nobile, non splendente e soggetto a deterioramento : e' l'argento la cui eta' viene assimilata alla classe dei "guerrieri"  L'argento si addice ai sonnambuli e tali si muovono nello scenario di una umanita' sempre piu' volgarizzata, i suoi adepti, ovvero i grandi imperi, i condottieri di uomini, i grandi pensatori, l'Atene della filosofia ma anche della Commedia e della Tragedia, Alessandro il Macedone, la grande Roma repubblicana, Giulio Cesare, l'Impero, quindi le manifestazioni dianzi citate. In verita' anche l'argento viene soppiantato da un metallo meno nobile : il bronzo che trova corrispondenza nell'eta' dei "Mercanti" ovvero il principio del baratto, gli scambi commerciali che attraverso il danaro  divengono l'unico valore su cui far leva: il valore di scambio. Banchieri e faccendieri, rapporti di compra-vendita, ancora piu' enfasi alla corruttela, all'inganno, al raggiro, senza neppure quel corrispettivo di coraggio, fierezza che aveva caratterizzato l'eta' dei guerrieri. 
Al contrario di Guenon, forse piu' influenzato da Evola ho cercato di dare un corrispettivo temporale  a tutto questo processo delle varie Eta' del mondo, trovandolo per quest'ultima nella Grande Pandemia del 1348 che chiuse la partita con le esperienze di coralità del medioevo (le Cattedrali e le dimore filosofali di Fulcanelli), la Cavalleria e i suoi paladini, il senso di un Impero extra nazionale , Federico II di Svevia, la Divina Commedia di Dante, il calcolo infinitesimale d Leibniz, il Criticismo Kantiano.
Non e' un caso che la Grande Pandemia del 1348 , a mio parere molto esagerata come tutte le pandemie, in realta' sia stata espressione solo di una reazione ad un prolungato stato di disagio, e in forza di una paura della malattia, del contagio, abbia fatto piazza pulita di tutte le espressioni di coralita' e tradizione, per favorire un esasperato  individualismo avallato dal  ricorso a codici del tutto inventati (tale l'Ordine Classico desunto da scarsi ritrovamenti archeologici e non suffragato da alcuna verifica ne' formale, ne' strutturale) e a forse il primo degli strumenti tecnico/scientifici di controllo : la prospettiva di Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Rossellino)

lunedì 14 marzo 2022

IL CROLLO DELLA COSCIENZA E IL RITORNO DELLA MENTE BICAMERALE

 

Se non fosse stato per la distopia occorsa all'intera umanita' in questo secondo decennio del terzo millennio, occorsa, c'è da precisarlo per dolo e precisa intenzionalita' di pochi magnati, malati di onnipotenza economica, suffragati da sgherri di una certa mentalita' di raccatto e sempre invidiosa in quanto frustrata in merito a denaro e potere (mentalità sinistrorsa a carattere hegeliano/dialettico, ribadita da un mediocre filosofo intorno alla metà del XIX secolo) , credo proprio  che mai piu' sarei arrivato a riprendere in mano uno dei saggi che maggiormente hanno segnato la mia conoscenza "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" per invertirne il titolo e concepire una sorta di ritorno del meccanismo  individuato dall'autore Julian Jaynes. E' diffatti proprio il meccanismo di una mente organizzata in un primo tempo auditivamente con prescrizioni di comportamento per adattarsi all'ambiente, catalogate metonomicamente ovvero per trascinamento di significante, come sorta di voci allucinatorie, che venivano  attribuite per il loro carattere di comando imperioso, non discutibile (ob-audire) a non meglio precisati Dei, che si pone quanto mai aderente
per attribuire a tali voci e a tutta la peculiarita' di tale tipo di comunicazione, la caratteristica di divinità, che quindi si pone quanto mai rispondente a quel Mito dell'Età dell'Oro, quale riportata nelle antiche tradizioni delle societa' di tutto il mondo (Esiodo, Zoroastro, la cultura indu' il Ramayana coi 4 Yuga, etc. ) Se le voci degli dei della mente bicamerale impartivano disposizioni di comportamento e di ottimale adattamento all'ambiente senza correlarsi a tempi o spazi precisi se non quello circoscritto di possibilità di azione o re-azione, da cui derivava anche l'urgenza e la non messa in discussione della disposizione impartita, ecco che tale paradigma non puo' essere correlato ad una scansione cronologica,
come invece lo potra' nel paradigma successivo quello in cui al posto di tali voci si porranno  non metonimie ovvero trascinamento di significanti, bensì metafore ovvero condensazione di significati, in particolare una metafora che non è affatto come ancor oggi molti suppongono una peculiarita' insita della mente, denominato "la coscienza", bensì un meccanismo di conoscenza che pone una analogia tra il soggetto e l'ambiente: un analogo non piu' tra due termini di paragone, uno piu' conosciuto e uno meno,  bensi' un analogo tra il proprio  io , messo in situazione rispetto ad un ambiente ed anche un comportamento, ovvero la tanto decantata "coscienza" che si e' rivelata possibile e in qualche maniera sequenziale, solo in virtu' di una sua stretta derivazione dal linguaggio articolato. Ora secondo l'opinione comune, in ispecie in questa nostra epoca che puo'  essere ascritta ai mercanti e quindi al Bronzo, se non addirittura nell'accezione del presente periodo di distopia, all'Eta' del  ferro, ovvero  dei Servi, tale cambiamento di paradigma conoscitivo, comunicazionale ed anche comportamentale , e cioe' l'apparire della coscienza nel consesso umano, e' stata sempre iper valutata e addirittura vista come inizio della cultura e della storia. Non siamo piu' nell'eta' dell'oro indefinita rispetto allo Spazio/tempo, ma non siamo neppure piu' in quell'eta' intermedia che era quella dei Guerrieri con riferimento all'argento, che si puo' appunto darle una scansione temporale che principia giustappunto con l'affermarsi dell'analogo io e quindi con la coscienza, siamo ad una temporalità che comprende anche il passaggio al Bronzo e che sta racchiusa in tremila anni (le prime formazioni della coscienza, lo spazio/tempo  catalogabile,  la scrittura  il passaggio da una trattazione elencale ed anche emozionale (geroglifici)  ai primi scritti di epica, e narrazione intenzionale  ma inizio anche della violenza, della forza,  della prevaricazione, tutte manifestazioni di cui molti specie ancora nell'eta' dell'argento, molti si lamentano "Perche' gli dei ci hanno abbandonato, perche' non ci parlano piu'?????" geremiade comune a tutte le civilta'.
Purtroppo siamo nell'eta' del bronzo quella che vede il predominio dei mercanti, i banchieri, il mondo come enorme bottega, dove sono sacrificati tutti gli antichi valori che un tempo venivano scambiati e rimane un unico valore quello di scambio. Il mondo come mercato, come bottega : e' quello che ha contrassegnato perlomeno gli ultimi settecento anni a partire non a caso da una pandemia (1348) che e' stata preso a pretesto per inaugurare una nuova mentalita' non piu' riposante su antichi valori, sulla tradizione, sulla coralita' delle esperienze (ad esempio espresse dalla Cattedrale, come testimonia Fulcanelli) bensì su una individualita' che ha sempre la sua essenza nella presunzione nell'Ibris della coscienza (l'analogo io che non dismette violenza e prevaricazione, ma lo trasferisce in un qualcosa di ancora piu' esterno da se', quell'unico valore di scambio che ha la sua rappresentazione piu' eclatante nel denaro e quando si apprestera' a passare dal bronzo al ferro acquisira' un vero e proprio cambiamento di indice referenziale sostituendo l'essenza umana con quella della macchina (rivoluzione industriale  e tutto il Sociale ingenerato da essa, ovvero Illuminismo, Rivoluzione Francese, Bonapartismo e poi nazionalismi vari  e un ricorso sempre piu' diffuso alle guerre, alla menzogna, al raggiro, alla manipolazione della verita'

mercoledì 1 dicembre 2021

LA PASSEGGIATA DEI CATTIVI ....( E BRUTTISSIMI)


Il defilè di personaggi in questi ultimi tempi  ossessivamente riproposti da tutti i mezzi di comunicazione in quanto  indicati come  artefici più o meno dietro le quinte  dell’attuale  panorama distopico (marzo 2020-novembre 2021) mi ha portato ad una serie di riflessioni  tutte influenzate da una letteratura  che alla distopia  ha fatto espresso riferimento (Orwell, Huxley, Breadbury, Matheson, Dick, etc.) Sto però  parlando dei personaggi e non  della  situazione in generale rappresentata da virus inventati, pestilenza, contagio, progressivo attentato alla libertà tramite coercizioni, tipo coprifuoco, isolamento sociale, obbligo vaccinale,  imposizione di lasciapassare, che ha gia’ semmai contrassegnato abbondantemente  i riferimenti sopra accennati : sono diffatti loro,  le incarnazioni reali, realissime dei personaggi  che diventano oggetto di una analisi che non ha niente di razionale, ma  si fa un qualcosa del tutto emozionale e anzi contraddicendo bellamente il famoso aforisma dello pseudo filosofo Giorgio Hegel   si configura come  puro dominio dell’irrazionale, ovvero “ciò che è reale è irrazionale, cio’ che è irrazionale è reale.  E’ notorio come specie  nella rappresentazione filmica i protagonisti delle storie di orrore, sono stati sempre rappresentati con personaggi orribili, magari facendo larga incetta di pesante trucco e maschere tipo il Frankstein di Boris Karloff, il Dracula di Bela Lugosi,  il Lupo Mannaro di Lon Chaney, fino ad arrivare ai mostri veri e propri le cui caratteristiche di deformità, sono state recuperate forzando la mano  del sequel di fenomeni da baraccone del famoso film Freaks del 1932 di Tod Browning che orrore e realtà li aveva fatti  convivere  all’insegna appunto di quello scollo tra reale e razionale , che quasi sicuro avrebbe fatto infuriare Hegel.
Trattando di personaggi reali ma non razionali quindi il mio è un riferimento che deve tutto alla visibilità e quindi un riferimento filmico  – a monte di tale impressione  lo ammetto sta una considerazione di estetica e di emozione, proprio quella che mi si è innescata alla prima vista di uno di questi grandi  mercanti che stanno alla base dell’attuale sconvolgimento socio esistenziale, che però ha non uno ma una lunga serie di antefatti , una sorta di “il futuro ha un cuore antico” come il titolo del libro di Carlo Levi che parlava della Unione Sovietica, laddove però non c’è alcuna suggestione o rimpianto per il bel tempo che fu,  sempre un po’ melanconico sulle note del valzer lungo il bel Danubio blu o delle tristi pagine di uno Spengler o di un Weil, ma piuttosto un lungo sequel di falsi, recite di quart’ordine, menzogne, imposture e raggiri e il tutto all’insegna della più spudorata mercificazione, dettata dal predominio del fattore denaro e la bieca  salvaguardia dei più sporchi interessi . Il primo di questi personaggi è stato David Rockfeller ,il fondatore dell’impero petrolifero, ma poi  filantropo di comodo e massimo finanziatore dei vaccini ideati sulle imposture di Pasteur, tramite un protocollo fatto sottoscrivere nel 1910  da un sedicente chimico certo Flexner  su ispirazione di un suo fidato collaboratore, che guarda caso era il nonno di Bill Gates. Nato nel 1839 (lo stesso anno in cui da noi in Italia iniziava la canzonetta napoletana  con “Io te vojo bene assaie” di   Donizzetti) Rockfeller primo ha catturato la mia impressione sia per  una serie di foto che per un filmato,
mi pare del 1920, dove appare l’aspetto davvero orribile del personaggio al cui confronto  Karloff o Lugosi sembrano degli angioletti: nessun mostro di Browning tiene il confronto di quel volto mummificato e neppure le foto realizzate alla vera mummia di Tutankamon possono trasmettere quel senso di morte,  di mancanza di qualsiasi entità umana e vitale di un simile figuro. La spaventosa età raggiunta dal personaggio, morì nel 1937 cioè a 98 anni è probabilmente galeotta di tale aspetto terrificante, ma ecco che la si ritrova sputata nel nipote che superò il nonno di ben 4 anni  (1915-2017) Vecchissimi e bruttissimi, che più brutti non si può, sembra questa la peculiarità di tutti questi  accentratori di denaro e potere, dai più indicati come sorta di elitè, ma eletti di cosa e su cosa? Di un mondo fatto di bruttezza appunto, di mercimonio, di inganni e imposture, di pochezza mentale, psicologica e anche sociale. E’ notorio come tutti questi individui oltre alla terrificante bruttezza  abbiano come peculiarità la totale aridità di sentimenti e nessun valore che non sia quello del denaro dell’interesse, il tutto intessuto in una vita  di cui il loro fisico è espressione dove si riscontrano solo  vecchiaia, malattie, infermità, in un’estraneamento assoluto di valori  che non siano quelli del valore di scambio nel Mercato. Il defilè di tali personaggi si fa  convulso di questi tempi, lo ripeto con la concentrazione delle informazioni su di loro:
oltre ai Rockfeller , i Rotschild tanto per attenerci sulle squallide saghe familiari e poi la sardonica figura di un Bill Gates che ricorda in maniera inquietante Freddy Grueger, George Soros orribile e vecchissimo, davvero di un brutto che più brutto è impossibile concepirsi. Che dire di Schwab altro vegliardo orribile che non si vergogna  di mostrarsi  in pubblico in una mise a dir poco agghiacciante ed ancora il dr.Fauci con la sua aria sardonica  molto simile ad un serpente viscido,  superato in questa rassomiglianza con il rettiliano solo dall’Italiano Mario Draghi che si confonde solo grazie a persone altrettanto orribili a vedersi come la stragrande maggioranza dei Ministri del suo Governo, che non vale la pena neppure di nominare.
Insomma sembrano proprio tramontati i tempi in cui l’Imprenditore poteva essere un bel signore come il fondatore della Fiat Giovanni Agnelli spesso rappresentato da giovane  in una splendida immagine di ufficiale di cavalleria e comunque anche da anziano sempre con quel certo aplomb di signorilità e prestanza fisica o il suo omonimo e nipote, addirittura additato come play boy , rivale di Porfirio Rubirosa e comunque anche fino agli ultimi anni della sua vita sempre un gran bel signore: oggi abbiamo i personaggi sopra elencati cui si aggiungono altri che portano all’estremo l’orrore e la bruttezza fisica Henry Kissinger che si è rattrappito come una tartaruga con tutti i suoi 98 anni e che parla di un futuro da godersi in pochi quando si sarà riusciti a  depopolare il mondo fino a portarlo da 7 miliardi a 500 milioni di unità -
Ovviamente lui si considera tra quei pochi con tutti i suoi 98 anni,  come Soros coi suoi 91 anni, Schwab coi suoi 83, Fauci 81 e via dicendo. Tutti vecchi, anzi stravecchi pieni di malattie e acciacchi,   orribili all'aspetto, occhi iniettati di sangue, labbra tirate, fisico che sembrea riflettere tutte le malattie, tutti i disagi.  Ecco questo deflè degli orrori mi fa venire alla memoria un  film che non è stato troppo citato  neppure in questa triste cattività che ha visto tornare in auge  un po’ tutta la letteratura distopica da Orwell a Huxley e le varie produzioni cinematografiche e televisive: sto parlando  di un film piuttosto complesso e a tratti decisamente sibillino , ambientato  in un surreale futuro  in cui il mondo  si è trasformato in uno stato bestiale  dove un gruppo di spietati Sterminatori  uccidono  gli indifesi e macilenti superstiti dell’umanità in nome di un dio crudele e sanguinario denominato Zardoz che si palesa  con un enorme testa fluttuante nel cielo . 
Zardoz è appunto il nome del film e come protagonista vede un superbo Sean Connery ed un cast di tutto rispetto tra cui Charlotte Rampling e Sara Kestelman, Non è però il fatto di questi sterminatori di cui uno di questi è appunto Sean Connery che mi ha colpito per il parallelismo con la situazione attuale quanto il fatto che sempre il nostro protagonista riesce ad introdursi in una sorta di macchina denominata Vortex che immette in un’altra  dimensione, dove vive una ridotta schiera di eletti, isolata dalla realtà in una idilliaca bolla spazio/temporale. E’ una schiera che per alcuni versi richiama la mitica età dell’oro, ovvero poche persone che per mezzo  del massimo ottenibile dal progresso scientifico e tecnologico hanno costruito  un’oasi dove la morte non può toccarli,  e trascorrono una esistenza perenne  dove impera però la noia  e la stracca ripetizione del quotidiano. Per questo più d’uno di tali immortali  cerca di evadere e agogna la morte come massimo desiderio; desiderio però che gli è precluso proprio in virtù di quella immortalità spasmodicamente  perseguita. Una schiera di immortali dunque, si ! ma dove la congerie di immortali  sopravvive in un continuo stato di apatia o peggio, se ha sfidato  il
progresso scientifico  che lo ha portato in tale stato, viene punito  con una aggiunta di anni al corpo condannandolo ad una immortalità di estrema vecchiezza con tutti gli spaventosi disagi di tale stato, malattia acciacchi, aspetto orribile, insomma un po’ proprio i nostri campioni che abbiamo parzialmente passato in rassegna. Nel film sarà il nostro eroico Sean che infrangendo il cristallo (chiamato il tabernacolo , ma che oggi potremmo anche immaginare più compiutamente in un computer ad energia quantica)  che racchiude tutta l’essenza dello stato che tali immortali avevano raggiunto(quel great reset più volte menzionato dai nostri reali e 
irrazionali campioni di sventura - da Schwab, a Soros, a Fauci a Draghi a Colao, etc. - )  distrugge il nefando progresso e riporta la vita  umana alle leggi della natura .  E’ un film del 1974 che tra l’altro non ho mai rivisto, per cui mi sono rimaste solo alcune immagini e quella sensazione di angoscia  relativa alla prospettiva di quella vecchiaia eterna che è ricorrente nella letteratura  di tutti i Paesi( il Faust di Goethe, Dracula il vampiro di Stoker, Il ritratto di Dorian Grey di Wilde , Tutti gli uomini sono mortali  di Simone De Beauvoir ) tuttavia non si tratta della pura invenzione del regista John Boorman, ma risente dell’influsso  di un romanzo di fantascienza del 1956  La città e le stelle (The city and the stars)  di Arthur C. Clarke( più o meno lo stesso periodo di “I am legend” di Matheson) , viene altresì richiamato in maniera diretta Il Mago di OZ di cui viene ripresa la figura del mago che parla con voce contraffatta dietro a una  ispira il titolo stesso, Zardoz, ossia la crasi di The Wizard of Oz ; 
infine che compare direttamente in una sequenza, quella in cui Connery viene introdotto alla lettura. Non solo, tra la vasta gamma di fonti libresche è presente, a detta stessa del regista, anche Dopo molte estati (After Many a Summer) di Aldous Huxley del 1939. A ciò si sommano alcune libere reminescenze classicheggianti, oltre alla testa volante che ricorda parecchio la romana Bocca della verità, anche gli Immortali stessi rimandano a un singolare Olimpo in veste Seventies. In ultimo anche l’algida Regina Antinea (Brigitte Helm) protagonista di L’Atlantide (Die Herrin von Atlantis, 1932) di Georg Wilhelm Pabst (tratto a sua volta dall’omonimo romanzo di Pierre Benoît) è parte della vasta gamma di riferimenti. Infine c’è l’estetica e la scelta dei costumi, che non solo sono indimenticabili, quanto tanto kitsch da essere geniali, ma riescono a regalarci un memorabile Connery/Zed lo Sterminatore con una sorta di mutandone rosso 
e annessa cartucciera incorporata a mo’ di bretelle, nonché stivali di pelle nera alla coscia; tocco finale sono poi una lunga treccia e un paio di baffoni che fanno somigliare l’ex James Bond a Emiliano Zapata

martedì 23 novembre 2021

RI-FLESSIONE per STADI

 

"Dovremmo sempre riflettere un po’ di più, indugiare  sulla riflessione" ;  lo diceva soprattutto Lacan che sull’oggetto concreto, il mezzo con il quale otteniamo la  della riflessione, ovvero lo specchio, ha fatto, per sua stessa ammissione l’ingresso nel mondo della psicoanalisi  “ho fatto il mio ingresso nella psicoanalisi con uno scopino…”(si ha detto proprio così: uno scopino) “che si chiama stadio dello specchio” Nel l936,  difatti nell’ambito del Congresso di Marienbad, Lacan aveva presentato un suo intervento intitolato “Le stade su miroir. Théorie d’un moment structurant et génétique de la constitution de la réalité conçu en relation avec l’expérience et la doctrine psychanalytique”  e questo già di per sé rappresentava un tentativo di fare il punto sulle molteplici istanze a proposito della costruzione dell’identità personale, che in quel periodo con Freud ancora vivo, ma  messo un po’ da parte nel consesso psicoanalitico  per le sua ben nota revisione della teoria della Libido e la scoperta di un istinto o pulsione di morte,  era alla ricerca di una qualche nuova concezione che potesse fare da contraltare alla seconda topica dell’inconscio e  alle ultime conclusioni  freudiane. Lo specchio in quanto luogo della riflessione era appunto uno di questi elementi e  questo vale poteva valere anche quando lo specchio  non era ancora stato inventato o per permetterselo ci volevano 7 anni di grandi sacrifici economici:  la superficie di un ruscello, come ci rende fin troppo edotti Narciso, un vetro opacizzato, un pavimento tirato a…..eh si!!!!… specchio! ….“Specchio delle mie brame…”  dice la matrigna di Biancaneve “chi è la più bella del Reame?””
 lo specchio “riflette” ma lo fa assai spesso  appropriandosi dell’altro significato semantico connesso a tale verbo: riflette si l’immagine, ma anche il 
pensiero, e quello si sa, va ben oltre quel che appare:  gli anni che passano per l’odiosa matrigna e il paragone impietoso con la fresca  nipotina, così come la linea del naso nel romanzo di Pirandello “uno, nessuno e centomila” Lo specchio riflette l’immagine, ma anche quello che fa seguito all’immagine, e questo può ingenerare conseguenze inaspettate. Logico e naturale che dello specchio se ne sono occupati in parecchi, trovandoci sempre qualche cosa di ambiguo, di estremamente pericoloso, come Narciso ci ha insegnato  e tutto sommato lo stesso Freud sottende quando individua quella famosa e controversissima “pulsione di morte” - cosa c’è dietro l’ultima superficie della riflessione, cosa c’è oltre? Freud è stato il primo che non ha avuto il coraggio di  andare quell’oltre:  mancando di identificare  la morte con la figura di Narciso,ha perduto l’occasione di
 trovare un ben diverso referente da quel forzato Edipo come estremo  soggetto di de-siderio, sicchè le arditissime tesi di Al di là del principio del piacere rimangono sempre un po’ zoppe, claudicanti proprio sul tema cardine del desiderio: Da qui anche il fatto che alla parola “specchio”  poeti, romanzieri, filosofi e soprattutto psicoanalisti, abbiano sempre avuto paura di indentrarsi
  in un sorta di campo minato, dove quello che è, non è sempre quello che sembra e viceversa:  massima ambiguità e poliformità non solo di immagine, ma anche di pensiero, di idee, che spesso e volentieri sono parecchio al di là della riflessione. Lacan aveva un po’ aggirato il problema, facendo dello “stadio dello specchio” una sorta di epistemologia metodologica della identità umana, ovvero  un qualcosa che  consiste nel riconoscimento da parte del bambino nella sua immagine speculare, cosa che grosso modo si verificava nel periodo che va dai sei a diciotto mesi, quindi in un periodo in cui la formazione sia psichica che motoria è ben lungi dall’essersi definita. L’assunzione della propria immagine come propria, provoca nel bambino dice Lacan, uno stato di giubilo, tuttavia, quell’immagine, che nello specchio appare completa e unitaria, è discordante con lo stato d’insufficiente coordinazione motoria che caratterizza l’infanzia in quel periodo, nonché con la non padronanza del linguaggio. Il riconoscimento della propria immagine costituisce una vera e propria identificazione, nel senso che provoca una trasformazione soggettiva. Nella prospettiva di Lacan, la nozione di “stadio dello specchio” non ha niente a che fare con un vero stadio, nel senso di “fase”, né con un vero “specchio”. Lo stadio diventa un’operazione psichica, ontologica, a partire dalla quale si costituisce l’essere umano in un’identificazione  In francese, “Io” si può dire Je oppure Moi. Per Lacan, il Je fa riferimento al soggetto dell’inconscio, il Moi, invece, allude all’istanza psichica che si costituisce a livello immaginario;   In quanto poi alla gioia giubilatoria con cui il bambino riconosce l’immagine riflessa come sua, Lacan pone l’accento su  questa illusione di completezza e unità, che non ha effettivi riscontri sulla realtà, e dice la famosa frase “”lo specchio dovrebbe attendere un tantino, prima di riflettere” perché come ci insegnano anche i più antichi testi dell’umanità, l’Iliade in primis, la originaria percezione che l’uomo ha di se stesso è divisa per parti e non unitaria “il piè veloce Achille, Atena dalle bianche braccia, il ceruleo occhio di Afrodite, financo il multiforme ingegno di Odisseo; quindi costituito in questo modo, l’Io è, di fatto, la sede di un  misconoscimento, poiché l’immagine che lo specchio rimanda dà l’illusione di unità e di padronanza, ma di fatto ’Io si costituisce fin dall’inizio come identificazione di un Io ideale e come ceppo di tutte le successive identificazioni secondarie. Si capisce da queste succinte note, che tipo di importanza abbia  lo specchio a livello psichico e anche comportamentale,  tanto da poter essere considerato come un punto di inizio della struttura soggettiva di ciascuno di noi, non aliena però da problematiche legate appunto sia alla riflessione che all’identificazione, sicchè si fa ritorno sia a Biancaneve, che al naso  di Pirandello e ben presto si passa ad investire non solo la struttura soggettiva, ma anche quella delle relazioni interpersonali, e questo anche nell’arte più moderna il cinema, che sullo specchio gioca molteplici dei suoi registri, dal sequel  di spazi interni  nel film di Resnais “l’anno scorso a Marienbad”forse solo casualmente con l’accenno al luogo
dove la teoria di Lacan venne la prima volta enunciata o addirittura citato espressamente già dal titolo “come in uno specchio” dal grande Ingmar Bergman.Psicoanalisi, cinema e anche tutte le altre arti, sono tutte in qualche modo coinvolte nella definizione dello specchio, che quindi non è solo una fase, sia pure della rilevanza di quella quasi dell’inizio, ma investe tutto il nostro essere nelle varie sequenze della
vita e soprattutto si pone a ultimo diaframma della morte andando a coincidere col desiderio

 

 

domenica 7 novembre 2021

KOJEVE E IL DR.NO DELLA SPECTRE

 

La precisazione del termine Spirito della storia, che  può essere inteso in diverse accezioni così come mi aveva assegnato di analizzare come compito/sfida il mio professore di filosofia alla vigilia degli esami di maturità classica, indicandomi un referente all’epoca  inusitato ovvero quel Alexandre Kojeve nelle sue lezioni sulla fenomenologia dello Spirito di Hegel e  a mò di paradigma emblematizzato nell’incontro Hegel Napoleone dopo la battaglia di Jena,  non mi ha soddisfatto neppure oggi ad oltre 50 anni di risposta differita . Lo scritto che ne è venuto fuori, nel blog Lenardullier.blogspot.com, bhe è troppo complesso in una accezione di media cultura, ma è alquanto insufficiente  in un consesso di addetti ai lavori, cioè filosofi ma anche storici professionisti e intelligenti. Ho il sospetto di essermi collocato in quella famosa boutade di Feynman “Il problema non è che le persone siano ignoranti. Il problema è che le persone sono istruite quel tanto che basta per credere a ciò che è stato loro insegnato e non abbastanza istruite per mettere in dubbio qualsiasi cosa da ciò che è stato insegnato loro.”
Così Hegel rivisitato con la lente di Kojevè, proprio come mi aveva suggerito il professore indubbiamente rivelava una significanza molto differente , tanto da obbligarmi, in parte,  ad un ripensamento sull’intero pensiero del, per me mai riconosciuto, grande  filosofo che giustappunto ho sempre giudicato schematico, presuntuoso e anche banalotto. Quanto ho sfottuto anche in qualificati consessi quell’ossessione di Hegel per gli schemi e il loro superamento solo in virtù di una non meglio precisata sintesi,  processata a consuntivo,  dialetticamente diceva lui , con quelle banalissime “tesi e antitesi “ spesso e volentieri identificate nella morte dei vari scibili della conoscenza umana o tutt’al più in una sorta di essenza in più : la morte dell’arte, la morte della storia, l’astuzia della Ragione, quel famoso reale come razionale e razionale come reale. Una mia personale critica che mi ha consentito di non venire mai  minimante influenzato dal tanto strombazzato “materialismo storico e scientifico” di Marx, proprio in quanto colto sulla scia di questa pretestuosissima dialettica hegeliana, ovvero una sorta di “scemo più scemo”.  Eppure è strano perchè la  questione della “morte”  aveva invece influenzato in maniera indelebile il mio pensiero, ma l’accezione non era quella dialettica, ma quella pulsionale di Freud  di “Al di là del principio del piacere” Qui si che la morte o fine si era caricata di qualcosa di ineluttabile, di estremamente profondo, inscritta in processo biologico, e non in costruzioni astratte e forzate del pensiero umano. Però ecco  ci voleva  la lente di Kojeve per mettere a fuoco un elemento di possibile frattura proprio del processo dialettico, focalizzandone un aspetto di distinguo, fondato sull’elem ento linguistico addirittura fonetico e anche semantico, ovvero quello ambivalente della parola Spirito. La fenomenologia dello Spirito di Hegel risulta fondata sul desiderio, desiderio di riconoscimento da parte dell’altro -  sembra quasi, dico quasi, di sentir echeggiare Lacan, ma Hegel al contrario di Kojeve non era in possesso della nozione di inconscio così come scopertto da Freud,  né della distinzione Saussuriana di significato e significante, quindi la sua accezione è mancante e anche velleitaria: il suo desiderio è un desiderio spurio, si presta a varie interpretazioni; solo attraverso Kojeve si può risalire alle diverse accezioni della parola Spirito, che postulando un inconscio  con tanto di meccanismi di rimozione, può essere riferita ad una fine, che può tranquillamente essere vista come morte, ovvero come pulsione assoluta e originaria secondo la teoria di Freud , ed anche ad un differente significante di tale parola che può fare riferimento all’accezione più di vulgata laddove lo Spirito è anche il fantasma, lo spettro.
Sicchè, giocando in termini che in questa accezione  neppure Kojevè ebbe il tempo di conoscere,  si può inseguire la parola Spirito attraverso meccanismi di perfetta simmetria nel defilè di insiemi infiniti che secondo Mattè Blanco caratterizza l’inconscio.   Tra i tanti significanti  inconsci e metonimici della parola  Spirito , niente ci vieta pertanto di pervenire ad un qualcosa che può ritornare – il revenant! Ecco allora che non ci sono né Napoleone, né Jena , così come non ci saranno in assoluto né uno Stalin o chicchessia, perché lo Spirito può essere “oltre”  la morte….può ritornare ! La distopia attuale  che sembra ineluttabile anche se si prendono ben altri epigoni, ad esempio Guenon o Evola, o anche Mircea Eliade e che si configura oggi come epilogo verso quel Kali Yuga posto dalla cultura indiana come  culmine della decadenza (età di bronzo dei mercanti che scivola verso l’Età del Ferro e quindi dei Servi), può all’improvviso fare ritorno, andare indietro, recuperare  cultura e tradizione e quindi rimettere in moto con altri parametri il processo della Storia. Quali sono questi parametri, non sono in grado di precisare, ma come avvenne ai suoi tempi con Carlo Magno  e il Sacro Romano Impero (IX secolo) con Federico II di Svevia (XIII secolo) come espresso poeticamente e metaforicamente da Dante Alighieri con la sua Divina Commedia  (XIV secolo) e espresso figurativamente attraverso la coralità delle Cattedrali Gotiche o magari pragmaticamente indicata in Istituzioni come la Cavalleria, si può sempre sperare in un ritorno di una età degli Eroi, raffigurati come produzioni dell’inconscio, inconscio che opera simmetricamente  scavalcando le relative classi di appartenenza dell’io e percorrendo un po’ come il famoso integrale sui cammini di Feynman, tutti gli insiemi infiniti della rappresentazione.  Ho indicato nel precedente articolo sul blog Lenardullier,  le esternazioni,letterarie,filosofiche,di immagini, di film di serie tv dell’attuale momento  di distopia ingenerata dalla farsa di un virus inesistente e  arbitrariamente immaginato e gonfiato (Orwell, Huxley, Breadbury, Dick, Matheson) trovandovi una sorta di compendio nella serie dei film di james Bond con il personaggio antitetico del Dr. No della fantomatica Società Spectre
volto appunto al dominio sul mondo, ebbene proprio le numerose facce assegnate a tale disgustoso personaggio (sempre diversa in ognuno dei film di tale serie ) dimostrano che  l’elenco di magnati/mercanti di cui oggi nella realtà se ne annoverano un certo numero (Soros, Rockfeller, Rotschild, Gates, Schwab, Fauci, etc) tendono all’unità, ad un unico solo Dr.No anche se con interpreti sempre diversi nella peculiarità però dell’orrorifico, che forse, bisogna dirlo non è altrettanto orripilante come i protagonisti di questa nostra realta’ del 2021

venerdì 1 ottobre 2021

LA LIBERTA' COME GRADIENTE E COME CODICE

 

Ho fatto un sogno su due sequel entrambi ambientati a Palermo : il primo era in via Libertà dove proprio nel mezzo della strada proprio sopra la riga bianca che divideva la carreggiata  era stata  era stata deposta una ragazza morta con sopra un lenzuolo, io mi ci avvicinavo , e ad un certo punto notavo che la ragazza muoveva un braccio "non è morta, non è morta!" urlavo, ma la gente sembrava non prendermi in considerazione e mi guardavano perplessi ed anche irritati "questo ne vuole sapere più del medico che ha stabilito il decesso" sentivo che la gente mormorava, ma poi alla fine era lei che si alzava  e quindi tutti si erano azzittiti. Di poi sempre a Palermo incedevo per la "Discesa dei Giudici" pensando alla storia di quella strada con l'ira di Carlo V l'Imperatore che aveva incaricato appunto dei giudici per giudicare le malefatte dei cortigiani in sua assenza. Beh! facile l'interpretazione del sogno stante i tempi correnti, la Libertà dove il cadavere risorge, potrebbe essere intesa con il riscontro nel desiderante soggettivo, che in effetti è quanto mai intenso e impellente; in quanto alla discesa dei giudici, l'allusione oltremodo desiderante che  ridiscenda qualcuno a giudicare tutti i felloni che hanno imperversato in questi ultimi tempi, e hanno adombrato il mondo di menzogna e paura. E' un fatto e questo blog con il suo stesso titolo che fa riferimento alla "passeggiata della cattive" che Palermo è una città che ha sempre giocato parecchio dal punto di vista dei gradienti: ci può essere un gradiente più forte, più assoluto di quello riferito alla Libertà e alla punizione per chi cerca di toglierla? Diceva Jung: “la vita ti mette sempre al cospetto di gradienti e non è che te li puoi scegliere tu, sono loro che scelgono te!” così il famoso detto  “il bello della vita è che c’è a chi piace  la gabbia e a chi l’uccello?”… perché ad uno piace bionda e ad uno mora, perché il mare o i monti, il caldo o il freddo, perché uno è conservatore ed uno rivoluzionario? Sono domande che l’umanità si è sempre fatta e hanno stimolato versi, satire, libelli e invettive del fior fiore dell’intelligenza umana “qui fit Maecenas???”… eh beh se se lo chiedeva anche  Orazio….! Un gradiente  è strettamente soggettivo  e personale, però  va alla costante ricerca di qualche elemento di oggettività, un po’ di riscontro, un po’ di comunanza,  che saranno cose  del tutto arbitrarie nella conoscenza  supposta “naturale”, ma giocano tutta un’altra partita nell’arte, nel fatto artistico: ancora Jung ci suggerisce una possibile via d’uscita e gli fa il verso Norman O.Brown in un saggio che si chiama “la vita contro la morte” dove entrambi vanno a scomodare
le categorie Kantiane e  la cosa in sé
che per Kant era come noto, inconoscibile, irraggiungibile,  impossibile, anche alle categorie. “Questo perché” dice prima Jung e poi con maggiore enfasi Norman O. Brown “ la cosa in sé è sempre supposta all’esterno di noi, ma cosa succede se la cosa in sé la si ricerca al di  dentro di noi, ovvero “la cosa in sé siamo noi?” ecco che in tale accezione si pongono subito i metri di valutazione e di giudizio e le famose “categorie” possono essere messe in gioco  “ una volta accettato il principio artistico  e la cosa in sé come in-sistenza, ci saranno elementi che possano farmi valutare la differenza  tra una crosta di un mercatino delle pulci e un dipinto di Modigliani? Se ci atteniamo ad un estetica di stampo crociano sembra di no “l’arte è espressione lirica, un moto oscuro dell’anima  e si fa ritorno  a quell’ “a priori” Kantiano con tanto di categorie che rimandano al fenomeno ma non al  “noumeno” = la cosa in sé! Se invece ci si pone dalla parte di arte come forma di conoscenza, una conoscenza un tantino differente di quella scientifica o  anche storica, che grosso modo acquista certi parametri, li sceglie, li elabora, li porta ad un costrutto che è sempre un tantino differente da quello della natura, acquista sue regole proprie, insomma si configura sempre come “fatto” eminentemente, anzi esclusivamente “umano”, allora è diverso: è in virtu’ di tale scelta che può venire introdotta una  valutazione e quindi un giudizio e questo vale per tutte le forme artistiche, il defilè di tutte le Muse e in una qualche maniera dello stesso pensiero. Il filosofo Schopenauer dice che voltando una pagina del libro della propria vita si volta la pagina di tutto il mondo! non è che tale espediente non sia frequente ad esempio nella follia, ma il primo è “Il mondo come volontà e rappresentazione” il secondo l’esternazione di un pazzo! Letteratura, poesia, musica, filosofia, e ovviamente le cosidette arti visive, pittura, scultura, un po’ più recentemente cinema, costituiscono una sorta di mondo parallelo di quello naturale, dove le regole saranno magari cangianti, aleatorie a volte anche arbitrarie, ma perlomeno fanno parte del gioco, non sono appunto come la natura o tutto l’elenco dei vari dei o dio unico che  non conosciamo, ma che soprattutto non siamo conosciuti da loro. Ho tralasciato a bella posta l’architettura, per via di quel correlato di una troppa marcata utilità pratica alle sue espressioni artistiche , che malgrado la sua stessa espressione “archè-technè”= tecnica, abilità del principio” tende sempre a sporcarsi le mani proprio in virtù del suo correlato utilitaristico che è l’abitare, l’avere un tetto sopra la propria testa. Alla miriadi di espressioni “elencali” dell’architettura sono state sempre correlate opere eccezionali, direi tipo modello, da cui con più o meno aderenza in determinati periodi storici si sono prese  le mosse, ci si è in qualche modo ispirati; semmai c’è da osservare come per una somma di fattori, spesso e volentieri dipendenti dal codice messo in atto, tendono a divenire d’esempio e assurgono al titolo di “Maestri”. Si configuri un millantato  “periodo aureo” Il Rinascimento, il Barocco, la Belle Epoque, il Razionalismo, l’architettura Organica e in tutti l’emergere di qualcuno di eccezionale, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti , Bramante, Michelangelo, Bernini, Borromini, Le Corbusier, Frank Lloyd Wright. Una questione di codice certamente ed è paradossale che il codice che più di ogni altro abbia caratterizzato il mondo moderno, quello che ancora oggi, anche se involgarito dal consumismo e da una esasperata tecnologia, si impone alla nostra attenzione è un codice desunto dall’antico, il cosiddetto “Classicismo” una vera e propria operazione culturale  svoltasi come logica evoluzione in un arco tricentenario  su ideazione e impulso di una serie eccezionale di “maestri” ma con un seguito inusitato di “allievi” che hanno disseminato il nostro mondo di quella che possiamo benissimo definire “una artisticità diffusa” a livello architettonico.  Ho fatto cenno come ultimo di questi “Maestri” all’americano Frank Lloyd Wright, non a caso: difatti dell’arco tricentenario del classicismo  la topica di diffusione riguarda solo l’Europa, forse , specie l’inizio, più specificamente solo l’Italia, addirittura quasi singole città, la Firenze dei Medici, con la ben nota fioritura di talenti eccezionali, la Pienza del Papa Pio II Piccolomini e del Rossellino , la Ferrara dell’addizione Erculea e di Biagio Rossetti,  la Roma di Niccolò V e dei papi successivi del Regno pontificio, con un’altra fioritura di artisti eccezionali: Bramante, Michelangelo, Raffaello, e in seconda battuta i grandi del Barocco Bernini, Borromini e Pietro da Cortona;  l’America così come altre parti che non siano l’Europa, è fuori, semmai ecco interviene nell’agone del mondo solo quando quel fenomeno, il Classicismo  aveva esaurito la sua portata di codice sperimentale , quando i suoi parametri cui era assicurata l’efficacia ovvero una imprecisione, una poca verificabilità degli stessi, viene invece precisata con  sicurezza. Per la verità era questa una possibilità che era stata vagliata fin dall’inizio, ad esempio da Leon Battista Alberti che nel Tempio Malatestiano di Rimini, non aveva esitato ad usare il pastiche, la commistione dello stile, e questo in qualche modo aveva contraddetto la purezza dello stile di un Brunelleschi che aveva  invece continuato ad operare per schemi precostituiti, i vari elementi dell’ordine cosiddetto classico, arbitrariamente desunti come codice assoluto per disciplinare i vari episodi del disegno urbano, così come grazie al meccanismo della prospettiva potevano preventivamente essere applicati  piegandoli alle esigenze del costruire: una facciata,  piazza, una strada, una cupola: per ogni fatto c’era una sorta di pellicola da applicare alla bisogna, ma dopo  che Bramante codificherà proprio come un manifesto nel suo Tempietto di San Pietro in Montorio a Roma la giustificazione del nuovo fare artistico, il dubbio attraverserà anche i Maestri più celebrati, il Michelangelo della Biblioteca Laurenziana e della facciata di S.Maria degli Angeli aveva introdotto il termine di “manierismo” nel classicismo e il Barocco soprattutto dei tre maestri citati, porterà alle logiche conclusioni  la crisi. L’America entra nell’agone quando, in effetti  non si può più parlare di Classicismo, ma solo di Neo-Classicismo: il codice dell’antico è oramai verificato e sperimentato in tutte le sue possibilità, quella pellicola che prima si piegava alle esigenze della città  ed era in grado di si caricare su di se’ tutte le valenze, proprio in virtù della sua arbitrarietà  ora ne assume lei la carica di  rappresentazione e  non è più in grado di significare alcunché, solo ripetere straccamente: una lesena, una trabeazione, un ordine dorico, jonico, corinzio, tutto può essere appiccicato là, senza distinzione, quindi lo stracco elenco o il pastiche senza significanza. Però ecco nell’America del neoclassicismo, e soprattutto del periodo successivo, con il pressare delle nuove istanze, rese più impellenti dal veloce cambiamento sociale, dal sempre maggiore avvento dell’era della macchina, si delinea una possibilità inusitata che il Classicismo non aveva considerato: una  nuova forma e struttura architettonica  suggerita dalla verticalità, ovvero lo sviluppo della costruzione in altezza :  il grattacielo. E’ una opportunità eccezionale per dire qualcosa di nuovo, e qui la vecchia Europa non ha proprio nulla da dire, non dispone di alcun codice alla bisogna, la palla passa all’America  che si trova nella opportunità di dire qualcosa, qualcosa di nuovo. E’ lo sviluppo sulla verticale, la costruzione in altezza, come dice il suo prodotto più rappresentativo  “gratta-cielo”  che può informare un diverso modo di intendere la forma e soprattutto la struttura. Per carità, anche la storia dell’architettura moderna in Europa, prende le mosse dall’avvento dell’era della macchina, le strutture in ferro, il cemento armato: aveva cominciato Paxton all’Esposizione di Londra del 1851 applicando il principio delle strutture reticolari delle serre ai padiglioni della Fiera, e c’erano stati tutta la serie dei grandi ingegneri strutturisti, Contamin, Duffert, soprattutto Eiffel che non aveva disdegnato quello sviluppo della verticalità nella sua celeberrima Torre, ma la cosa era rimasta lì, allo stadio di rappresentazione di carattere eccezionale  ecco, diremmo monumentale. Si d’accordo Rondelet, Hennebique, poi Viollet Le Duc, avevano affrontato con fervore il nuovo materiale da costruzione, il cemento armato che in stretta assonanza col ferro, dischiudeva una serie di possibilità inusitate, tra cui ovviamente la verticalità, ma l’Europa era pur sempre troppo legata al suo passato, il classicismo e la sua logica evoluzione il neo-classicismo condizionavano ancora troppo marcatamente ogni espressione, tant’è che anche Monge che fissò le regole teoriche e pratico/applicative del nuovo materiale, rimane pur sempre legato  all’impianto formale  neo-classico e l’accusa di una eccessiva simmetria, di un blocco formale, ma anche delle possibilità strutturali dell’opera, viene avanzato anche a grandissimi ingegneri, tipo ad esempio Pier Luigi Nervi, che non riesce mai per intero a svincolarsi dall’adesione ad un codice “viziato” Per trovare diciamo così “terreno vergine” questa tendenza, dobbiamo giocoforza trasferirci negli Stati Uniti d’America, ed è  lì che nella seconda metà dell’ottocento, si gioca la possibilità di una partita con regole davvero differenti e precisamente in una città dove il cambiamento, il nuovo, erano davvero all’ordine del giorno: Chicago, un vero e proprio movimento che giustappunto verrà denominato “Scuola di Chicago” Non è un  caso che questa si sviluppò dopo un grande incendio che nel 1871 aveva praticamente distrutto la città e quindi si richiedevano interventi di tipo straordinario e urgente, giocoforza poco attenti  a tutta una serie di regole di aderenza formale, insomma l’ambiente adatto, un po’ una riproposizione con quello che era avvenuto nel quattrocento con la rinascita della città dopo la Grande Pandemia di peste, con la scelta del “codice classico” e lo strumento della prospettiva  per  anticipare i risultati. Solo che nel caso di Chicago, venivano scelte le nuove tecnologie dei materiali da costruzioni, ferro e cemento armato e veniva preferenziata la verticalità.  Lo sviluppo dei primi anni della attività della Scuola, grazie anche ad una serie di  architetti d’eccezione Henry Robson Richrdson, Daniel Burnham, Dankmar Adler, John Root, Martin Roche, William Le Baron Jenney, Louis Sullivan, fu straordinario. Tali architetti difatti non si limitarono a costruire una serie di edifici sviluppati in altezza, ma affrontarono anche il problema della forma ottimale da dare a tale costruzione che si cominciava a chiamare “grattacielo”, procedettero difatti a una drastica semplificazione delle facciate, rifiutando un ricorso a qualsivoglia formalismo di tipo classico, o meglio “neo-classico”. L’aspetto formale del grattacielo non doveva derivare dall’applicazione di un apparato decorativo desunto da una  tradizione architettonica, che in sostanza non faceva parte della tradizione americana, ma scaturire direttamente dalla funzione dell’edificio stesso e dall’espressione sincera della struttura, come sosteneva appassionatamente il più  battagliero degli esponenti della Scuola : Louis Sullivan. È’ suo il famoso detto “la forma segue la funzione”  che sarà poi ripreso anche in Europa come base teorica  del Movimento Moderno, ovvero il “Razionalismo” di cui saranno artefici architetti come Gropius, Mies Van der Rohe , Le Corbusier. La sperimentazione del tema “grattacielo” fu enorme per una prima quindicina di anni, ma ebbe una battuta d’arresto, anzi una vera e propria fine, con l’Esposizione pre-colombiana di Chicago del 1893, dove la maggior parte degli architetti, capitanati da Daniel Burnham (per cui si parlò di “tradimento di Burnham”) acconsentirono a venir meno ai loro principi e accettarono le pressioni di un consumismo rampante, che perseguiva fini di maggiore uniformità e massificazione delle esperienze. Uno che non si piegò mai fu invece Louis Sullivan, che pagò con un sempre maggiore isolamento questa sua posizione di intransigenza, e l’allievo principale di Sullivan fu un certo Frank Lloyd Wright.

 

domenica 19 settembre 2021

LA PIMPACCIA DELLA PSICOANALISI

ES-Entro-Pia  ..... si parte sempre dalla coscienza e quindi a monte dal linguaggio che della coscienza ne è non solo il logico antecedente, ma il fondamento stesso del suo funzionamento   La coscienza è posteriore al linguaggio, ma di converso  come diceva Lacan, non solo la coscienza ma anche l'inconscio è strutturato come il linguaggio” Non solo Lacan, ma anche lo stesso Freud  nel saggio che diede appunto avvio alla scienza della psicoanalisi “l’Interpretazione dei sogni”  l’asse linguistico  che verrà codificato nella famosa  barra tra significato e significante da De Saussure, si muove  tra le figure della  linguistica: metafora e metonimia. E cosa sono, appunto ne “l’interpretazione dei sogni, la condensazione e il trasferimento,  se non le due principali figure retoriche della linguistica? . Come verrà esposto nei saggi  successivi, l’inconscio si muove continuamente   tra metafore e metonimie: il lapsus e l’atto mancato, la distrazione, la ripetizione, il “come se”…. appunto la condensazione dei significanti in un  significato e il continuo trascinamento di questi; dove però tali meccanismi, hanno, per così dire,  una  loro inverazione e frequenza assoluta, è in quello che Freud stesso definiva “la via Regia” dell’inconscio: il sogno Non troppo tempo fa, si discuteva  con alcuni vecchi amici ritrovati,  della Palermo dell’infanzia: la Villa Deliella distrutta in una notte nel 1957, dagli speculatori  edilizi, la unica fila delle capanne di Laddaura a Mondello (in realtà erano le cabine di spiaggia, ma  Palermo si diceva “capanne”), le docce a grappolo  nel bel mezzo della  spiaggia che non era ancora stata saturata  dalle ulteriori “capanne” e poi si, quel certo caffè, il gelato da Ilardo proprio a testata della “passeggiata delle Cattive” che non erano donne crudeli o malvagie, bensì le vedove, che essendo ancora immerse nel loro lutto, non potevano passeggiare lì sullo splendido lungomare a ridosso delle Mura  e quindi era stato fatto per loro un apposito percorso parallelo ma nascosto: erano quindi “cattive” nel senso originario della parola latina “ captivus =prigioniero ….prigioniere del loro dolore . “ti ricordi questo, ti ricordi quello?” si sa come vanno questi discorsi, sia nella realtà, sia, forse ancor più,  nel virtuale, così nel gruppo di vecchioni informatizzati era spuntatala domanda “come si chiamava quel cinema che stava  proprio all’inizio di via Libertà, quasi ad angolo con la piazza  col teatro Politeama? “ Bho!? Sarà dai primissimi anni sessanta  che l’hanno chiuso!” “si lo ricordo benissimo!” avevo commentato  “mi ricordo di averci visto un film con Rossana Podestà che faceva Elena di Troia e Jacques Sernas, Paride,  e poi uno con Gino Cervi e Belinda Lee, mi pare si chiamasse “la lunga notte del ‘43”… però il nome non lo ricordo proprio !” e lo stesso era per l’intero Gruppo di estimatori della “Palermo di una volta”  Vai a letto arrovellandoti su quella dimenticanza, e la via Regia , il sogno, imbocca un percorso che spunta diritto alla statua di Pasquino, la famosissima statua parlante  della Roma papalina, dove venivano apposte,  proprio in virtù del fatto che  non erano riconoscibili né volto, né articolazioni,  le critiche e le invettive  contro il potere temporale dei Papi, ( il busto , probabilmente era un pezzo del complesso marmoreo del Lacoonte , ma doveva il nome ad un sarto del circondario che era famoso per le sue  frecciate contro papi e cardinali), ma l’antico Pasquino tornò a parlare anche molto dopo, nel 1938 quando in occasione della visita a Roma di Hitler, fu trovato sotto l’antico  busto  marmoreo un foglietto con  una  nuova folgorante “pasquinata”: "Povera Roma mia de travertino, te sei vestita tutta de cartone, pe' fatte rimirà da 'n'imbianchinoMa il Sogno , il mio sogno si rifaceva  invece all’epoca clou delle Pasquinate, pieno potere temporale della Chiesa,  anche se a dire il vero  per arrivare lì a ridosso di piazza Navona dove appunto è collocata la statua di Pasquino, avevo preso il 44,  l’autobus che da via di Donna Olimpia a Monteverde  arriva a piazza Argentina, e difatti ci ritrovavo una delle più famose pasquinate, quella indirizzata alla celebre “pimpaccia” ovvero Donna Olimpia Maidalchini, nipote e amante del Papa,  senza dubbio la più potente donna di Roma dell’epoca, grande protettrice e procacciatrice di incarichi  per Bernini…. “Olim pia, nunc impia” ….“e mò!?” Avevo pensato al risveglio “perché il sogno, dall’autobus 44 mi sbatte in pieno barocco, con la pasquinata  sulla Pimpaccia di piazza Navona?...l’ultimo resto diurno della giornata precedente, la discussione su Facebook a proposito di quel cinema di cui nessuno era riuscito a trovare il nome e all’improvviso con il primo goccio di caffè “ma porca vacca ! È chiaro! Il 44 da via Donna Olimpia e se non era ancora sufficiente, la pasquinata su di lei! Il nome del cinema era Olimpia . Grandioso l’Es, eh?  Lui sa veramente tutto di noi e forse qualcosa in più! Così il titolo del presente articolo  “es-entro-pia?”che gioca su due diverse interpretazioni  dove la prima sull’interrogativo: e se entro nel discorso in maniera spassionata, candida, pia?  Un discorso sulle generali, sulla situazione odierna del mondo, sul presente che sembra aver eliso il futuro?..... che cosa mi posso aspettare?  Eh bhe, la risposta è contenuta sempre nella stessa frase, dove l’es diviene una sorta di “deus ex machina”  si elide il trattino e risulta la parola intera “entropia” Cosa si intende per entropia e perché sarebbe una risposta all’apprensione sul genere umano e sulla situazione del mondo?  E’ una questione di riferimenti! Tutto è riferimento  nell’uomo, perlomeno da quando è pervenuto al linguaggio articolato e ha cominciato conseguentemente  a chiedersi del perché della propria esistenza ma anche al perché della propria insistenza a domandare sempre la stessa cosa “chi sono, dove sono, da dove vengo, dove vado?” Un riferimento è in sostanza una visione, una possibile visione del mondo che dovrebbe consentire di stabilire analogie comportamentali sulla base del proprio linguaggio e del mondo esterno e rendere quindi il tutto “abitabile” nel senso di contrarre abitudini atte appunto ad un essere “presenza” Il riferimento funziona quindi per analogia e struttura una certa visione del mondo che in verità si appunta su di un analogo particolare, un “analogo-Io” che mette appunto in situazione sé stesso rispetto ad un mondo, diciamo alquanto indifferente alla propria “presenza”  Nel corso della propria storia linguistica e  di fattualità, l’uomo ha sempre ricercato  tali quadri di riferimento, che possiamo anche definire “visioni del mondo” esse sono relative al periodo  e al tipo di società in cui sono state applicate, ma proprio in relazione a tale periodo, e a tale Società  hanno un che di assoluto, nel senso che funzionano come un vero e proprio paradigma , cui tutti, bene e male finiscono per aderire. Nel corso della storia  queste visioni del mondo, funzionanti come paradigma,  ce ne sono state molteplici e alcune particolarmente  tenaci  e dilatate, ad esempio la nostra, quella attuale delle nostre “contrade occidentali” ha un arco temporale di quasi trecento anni  e per quanto si sia modificata ed evoluta (o involuta) nel tempo  ha conservato la visione originaria che sostanzialmente è quella della Rivoluzione industriale e dell’avvento della macchina: il nostro è un mondo di macchine, di leve, ruote,  puleggie, che sono, via via andate assumendo  la  connotazione di processori informatici, computer, monitor :
il mondo è come un gigantesco
magazzino di componenti, fatto di miriadi di pezzi che aspettano solo di essere assemblati in un sistema funzionante. Questo è il paradigma  storico del nostro tempo  e del nostro mondo; la macchina è così integrata nella nostra persona  che è difficile  stabilire dove finisce lei e dove  comincia l’uomo, anche  il nostro linguaggio si è conformato alla macchina : noi “misuriamo” i rapporti, i nostri sentimenti sono “vibrazioni”, cerchiamo di evitare “attriti” e facciamo in modo di “sincronizzarci” cogli altri, piuttosto che stabilire pensieri o affezioni con loro, pensiamo alla nostra stessa vita  come qualcosa che “gira  regolarmente” e ci si aspetta  che essa possa essere “riparata”  se qualcosa  in essa si è “guastata”, come se gli esseri umani  fossero semplici pezzi di un  meccanismo che possano essere “aggiustati” o “sostituiti” Questa visione del mondo che ancora costituisce il paradigma  di questo inizio del terzo millennio, visione di un accentuato materialismo e che  giustifica tutto nel nome di una parola  “Progresso” , sta  cominciando però a perdere colpi (proprio come una macchina alquanto deteriorata) in quanto l’ambiente oramai iper sfruttato e le  risorse energetiche,  stanno avviandosi al loro esaurimento e  quindi lo stesso campo di applicazione va  venendo meno.  Il relativo della attuale Visione del mondo  cosiddetta “moderna”  comincia a farsi sentire non meno delle precedenti visioni del mondo,  che non avevano quella fede cieca nel progresso, tipo quella cristiana  che dominò l’Europa  per oltre un millennio, e  che concepiva la vita solo come attesa di un mondo a venire e l’individuo non doveva avere desideri o mete personali, né cercare miglioramento, né tantomeno cose materiali, ma solo escatologicamente perseguire  la cosidetta “salvezza”,  o tipo quella antica greco-romana che bandiva il futuro a scapito di un passato considerato sempre migliore, che costituiva un’escatologia all’incontrario dove tale passato era equiparato ad una mitica “età dell’oro” e tutte le epoche venute dopo ne  rappresentavano un inesorabile degrado.
Ecco l’esempio che ne fa il poeta greco Esiodo “all’inizio un’aurea generazione di mortali fu creata dagli dei immortali dell’Olimpo, essi erano simili agli dei , non erano afflitti da dolori e malattie e l’abominevole vecchiaia  non li attendeva al varco, ma restavano sempre eguali  e quando morivano erano come immersi in un sonno” A pensarci bene che cosa era questa “età dell’oro” se non la giovinezza? Una metafora presa dal riferimento più immediato, il corpo appunto,
ma preso nel suo momento di massimo fulgore, la giovinezza con le membra vigorose, l’aspetto leggiadro, la bellezza, la piena salute, l’entusiasmo: parola che letteralmente significa avere un dio dentro di sé, “en-theos” ….e qual’è per un mortale l’unico modo per essere così simile agli dei dell’Olimpo?  Paradossalmente morire giovane, si’ che l’abominevole vecchiaia  non venga a distruggere quella perfetta armonia corporea. La archetipa visione del mondo del nostro mondo occidentale  quella di Esiodo, di Omero e ancora di Orazio, di Virgilio, è una giovinezza resa paradossalmente immortale da una morte precoce, il netto contrario di quella moderna, fondata invece sulla macchina, sul suo deteriorarsi e conseguente aggiustarsi, al limite sostituirsi per pezzi, dove la metafora tra corpo e macchina  induce una morte sempre differita, un prolungare fino allo stremo quell’assemblaggio di pezzi del tutto indifferentemente dall’aspetto estetico, dal vigore, dall’efficienza. Abbiamo però visto come tale “visione” stia oramai mostrando la corda, e non perché il referente-corpo non si presti ulteriormente  ad un suo prolungamento quantitativo di numero di anni, quanto per l’esaurirsi  del campo di applicazione quell’”ex-sistere” che non riesce più a contenere “l’in-sistere”  Ed ecco che entra in gioco l’entropia, che gli antichi non conoscevano concettualmente, come non conoscevano il 2° principio della termodinamica, ma che entrambi li presupponevano quasi come  sorta di “contro-assicurazione” per scongiurare le più grandi malefatte dell’essere, ovvero, la malattia, la vecchiaia, un inutile e stracco accumulo di anni  progressivamente e proporzionalmente  in credito di bellezza e entusiasmo.
La legge dell’entropia  è il fondamento del 2° principio della termodinamica , ovvero il principio  che stabilisce che  materia e energia  possono modificarsi in un sola direzione  da forme utilizzabili a forme non più utilizzabili , di cui appunto l’entropia è una misura del grado  in cui in  ogni sistema
dell’universo l’energia disponibile si è trasformata in una forma  non più disponibile, e il secondo principio della termodinamica  è anche il principio di cui si è avvalso Freud  per  ribaltare la sua concezione della  vita come libido volta a sfuggire il dolore e perseguire il piacere, con il saggio dal nome che è tutto un programma “al di là del principio del piacere” e la scoperta di una pulsione di morte come ultima ratio della coazione a ripetere, ovvero ripetere, sempre ripetere, fino ad arrivare all’ultimo girone del desiderio  che coincide in sostanza nel voler far ritorno da dove si è venuti, il nulla, prima che cominciasse il processo entropico di consumare tutta l’energia disponibile che potremmo anche equiparare al processo storico, e quindi la morte e non solo quella termica supposta dalla termodinamica , ma quella dell’intero sistema vivente. L’entropia mina l’idea che la storia sia volta al progresso, e la tecnica, la tecnologia e le sue varie forme di evoluzione, fino a quelle di oggi, della digitalizzazione e dell’informatizzazione:  la antica “technè”  originata dal furto di Prometeo della scintilla divina del fuoco, il suo strumento più appariscente : la technè, questo gli antichi lo avevano espresso a chiare lettere, non è quel paradigma di assoluto valore, che l’umanità superando la triste visione escatologica cristiana, ha creduto di identificare nella macchina;  essa  ingenera si’ una diversa modalità temporale, non più ciclica, ma progettuale, ma parimenti  ne pone i suoi limiti e la sua bivalenza : le catene che avvingono alla roccia del Caucaso l’autore del furto agli dei, Prometeo, sono di ferro ovvero di una lega di metalli, tra i primi prodotti di quella stessa “technè”. Il pericolo che proprio l’entropia possa costituire l’ultima versione di queste  visioni del mondo  è quanto mai plausibile e trova proprio sia negli antichi scritti o in quel saggio sopra accennato di Freud una sua  interazione : una visione del mondo non fondata su di una età dell’oro con  un passato da recuperare e far tornare allo splendore, ma una che vada verso quella terrificante "eta' del ferro"   con una umanità serva di pochissimi oppure con una visione del mondo, fondata  sul nulla, a cui irreversibilmente l’umanità tenderebbe a far ritorno, quel “non-essere” che qualcuno ha chiamato “morte”

 

MATEMATICA COME CALCOLO E COME MITO

  Le questioni di conoscenza e sulla conoscenza  cominciarono ad andare diversamente   quando a prendere il posto del Mito  fu un tipo di co...