martedì 23 novembre 2021

RI-FLESSIONE per STADI

 

"Dovremmo sempre riflettere un po’ di più, indugiare  sulla riflessione" ;  lo diceva soprattutto Lacan che sull’oggetto concreto, il mezzo con il quale otteniamo la  della riflessione, ovvero lo specchio, ha fatto, per sua stessa ammissione l’ingresso nel mondo della psicoanalisi  “ho fatto il mio ingresso nella psicoanalisi con uno scopino…”(si ha detto proprio così: uno scopino) “che si chiama stadio dello specchio” Nel l936,  difatti nell’ambito del Congresso di Marienbad, Lacan aveva presentato un suo intervento intitolato “Le stade su miroir. Théorie d’un moment structurant et génétique de la constitution de la réalité conçu en relation avec l’expérience et la doctrine psychanalytique”  e questo già di per sé rappresentava un tentativo di fare il punto sulle molteplici istanze a proposito della costruzione dell’identità personale, che in quel periodo con Freud ancora vivo, ma  messo un po’ da parte nel consesso psicoanalitico  per le sua ben nota revisione della teoria della Libido e la scoperta di un istinto o pulsione di morte,  era alla ricerca di una qualche nuova concezione che potesse fare da contraltare alla seconda topica dell’inconscio e  alle ultime conclusioni  freudiane. Lo specchio in quanto luogo della riflessione era appunto uno di questi elementi e  questo vale poteva valere anche quando lo specchio  non era ancora stato inventato o per permetterselo ci volevano 7 anni di grandi sacrifici economici:  la superficie di un ruscello, come ci rende fin troppo edotti Narciso, un vetro opacizzato, un pavimento tirato a…..eh si!!!!… specchio! ….“Specchio delle mie brame…”  dice la matrigna di Biancaneve “chi è la più bella del Reame?””
 lo specchio “riflette” ma lo fa assai spesso  appropriandosi dell’altro significato semantico connesso a tale verbo: riflette si l’immagine, ma anche il 
pensiero, e quello si sa, va ben oltre quel che appare:  gli anni che passano per l’odiosa matrigna e il paragone impietoso con la fresca  nipotina, così come la linea del naso nel romanzo di Pirandello “uno, nessuno e centomila” Lo specchio riflette l’immagine, ma anche quello che fa seguito all’immagine, e questo può ingenerare conseguenze inaspettate. Logico e naturale che dello specchio se ne sono occupati in parecchi, trovandoci sempre qualche cosa di ambiguo, di estremamente pericoloso, come Narciso ci ha insegnato  e tutto sommato lo stesso Freud sottende quando individua quella famosa e controversissima “pulsione di morte” - cosa c’è dietro l’ultima superficie della riflessione, cosa c’è oltre? Freud è stato il primo che non ha avuto il coraggio di  andare quell’oltre:  mancando di identificare  la morte con la figura di Narciso,ha perduto l’occasione di
 trovare un ben diverso referente da quel forzato Edipo come estremo  soggetto di de-siderio, sicchè le arditissime tesi di Al di là del principio del piacere rimangono sempre un po’ zoppe, claudicanti proprio sul tema cardine del desiderio: Da qui anche il fatto che alla parola “specchio”  poeti, romanzieri, filosofi e soprattutto psicoanalisti, abbiano sempre avuto paura di indentrarsi
  in un sorta di campo minato, dove quello che è, non è sempre quello che sembra e viceversa:  massima ambiguità e poliformità non solo di immagine, ma anche di pensiero, di idee, che spesso e volentieri sono parecchio al di là della riflessione. Lacan aveva un po’ aggirato il problema, facendo dello “stadio dello specchio” una sorta di epistemologia metodologica della identità umana, ovvero  un qualcosa che  consiste nel riconoscimento da parte del bambino nella sua immagine speculare, cosa che grosso modo si verificava nel periodo che va dai sei a diciotto mesi, quindi in un periodo in cui la formazione sia psichica che motoria è ben lungi dall’essersi definita. L’assunzione della propria immagine come propria, provoca nel bambino dice Lacan, uno stato di giubilo, tuttavia, quell’immagine, che nello specchio appare completa e unitaria, è discordante con lo stato d’insufficiente coordinazione motoria che caratterizza l’infanzia in quel periodo, nonché con la non padronanza del linguaggio. Il riconoscimento della propria immagine costituisce una vera e propria identificazione, nel senso che provoca una trasformazione soggettiva. Nella prospettiva di Lacan, la nozione di “stadio dello specchio” non ha niente a che fare con un vero stadio, nel senso di “fase”, né con un vero “specchio”. Lo stadio diventa un’operazione psichica, ontologica, a partire dalla quale si costituisce l’essere umano in un’identificazione  In francese, “Io” si può dire Je oppure Moi. Per Lacan, il Je fa riferimento al soggetto dell’inconscio, il Moi, invece, allude all’istanza psichica che si costituisce a livello immaginario;   In quanto poi alla gioia giubilatoria con cui il bambino riconosce l’immagine riflessa come sua, Lacan pone l’accento su  questa illusione di completezza e unità, che non ha effettivi riscontri sulla realtà, e dice la famosa frase “”lo specchio dovrebbe attendere un tantino, prima di riflettere” perché come ci insegnano anche i più antichi testi dell’umanità, l’Iliade in primis, la originaria percezione che l’uomo ha di se stesso è divisa per parti e non unitaria “il piè veloce Achille, Atena dalle bianche braccia, il ceruleo occhio di Afrodite, financo il multiforme ingegno di Odisseo; quindi costituito in questo modo, l’Io è, di fatto, la sede di un  misconoscimento, poiché l’immagine che lo specchio rimanda dà l’illusione di unità e di padronanza, ma di fatto ’Io si costituisce fin dall’inizio come identificazione di un Io ideale e come ceppo di tutte le successive identificazioni secondarie. Si capisce da queste succinte note, che tipo di importanza abbia  lo specchio a livello psichico e anche comportamentale,  tanto da poter essere considerato come un punto di inizio della struttura soggettiva di ciascuno di noi, non aliena però da problematiche legate appunto sia alla riflessione che all’identificazione, sicchè si fa ritorno sia a Biancaneve, che al naso  di Pirandello e ben presto si passa ad investire non solo la struttura soggettiva, ma anche quella delle relazioni interpersonali, e questo anche nell’arte più moderna il cinema, che sullo specchio gioca molteplici dei suoi registri, dal sequel  di spazi interni  nel film di Resnais “l’anno scorso a Marienbad”forse solo casualmente con l’accenno al luogo
dove la teoria di Lacan venne la prima volta enunciata o addirittura citato espressamente già dal titolo “come in uno specchio” dal grande Ingmar Bergman.Psicoanalisi, cinema e anche tutte le altre arti, sono tutte in qualche modo coinvolte nella definizione dello specchio, che quindi non è solo una fase, sia pure della rilevanza di quella quasi dell’inizio, ma investe tutto il nostro essere nelle varie sequenze della
vita e soprattutto si pone a ultimo diaframma della morte andando a coincidere col desiderio

 

 

domenica 7 novembre 2021

KOJEVE E IL DR.NO DELLA SPECTRE

 

La precisazione del termine Spirito della storia, che  può essere inteso in diverse accezioni così come mi aveva assegnato di analizzare come compito/sfida il mio professore di filosofia alla vigilia degli esami di maturità classica, indicandomi un referente all’epoca  inusitato ovvero quel Alexandre Kojeve nelle sue lezioni sulla fenomenologia dello Spirito di Hegel e  a mò di paradigma emblematizzato nell’incontro Hegel Napoleone dopo la battaglia di Jena,  non mi ha soddisfatto neppure oggi ad oltre 50 anni di risposta differita . Lo scritto che ne è venuto fuori, nel blog Lenardullier.blogspot.com, bhe è troppo complesso in una accezione di media cultura, ma è alquanto insufficiente  in un consesso di addetti ai lavori, cioè filosofi ma anche storici professionisti e intelligenti. Ho il sospetto di essermi collocato in quella famosa boutade di Feynman “Il problema non è che le persone siano ignoranti. Il problema è che le persone sono istruite quel tanto che basta per credere a ciò che è stato loro insegnato e non abbastanza istruite per mettere in dubbio qualsiasi cosa da ciò che è stato insegnato loro.”
Così Hegel rivisitato con la lente di Kojevè, proprio come mi aveva suggerito il professore indubbiamente rivelava una significanza molto differente , tanto da obbligarmi, in parte,  ad un ripensamento sull’intero pensiero del, per me mai riconosciuto, grande  filosofo che giustappunto ho sempre giudicato schematico, presuntuoso e anche banalotto. Quanto ho sfottuto anche in qualificati consessi quell’ossessione di Hegel per gli schemi e il loro superamento solo in virtù di una non meglio precisata sintesi,  processata a consuntivo,  dialetticamente diceva lui , con quelle banalissime “tesi e antitesi “ spesso e volentieri identificate nella morte dei vari scibili della conoscenza umana o tutt’al più in una sorta di essenza in più : la morte dell’arte, la morte della storia, l’astuzia della Ragione, quel famoso reale come razionale e razionale come reale. Una mia personale critica che mi ha consentito di non venire mai  minimante influenzato dal tanto strombazzato “materialismo storico e scientifico” di Marx, proprio in quanto colto sulla scia di questa pretestuosissima dialettica hegeliana, ovvero una sorta di “scemo più scemo”.  Eppure è strano perchè la  questione della “morte”  aveva invece influenzato in maniera indelebile il mio pensiero, ma l’accezione non era quella dialettica, ma quella pulsionale di Freud  di “Al di là del principio del piacere” Qui si che la morte o fine si era caricata di qualcosa di ineluttabile, di estremamente profondo, inscritta in processo biologico, e non in costruzioni astratte e forzate del pensiero umano. Però ecco  ci voleva  la lente di Kojeve per mettere a fuoco un elemento di possibile frattura proprio del processo dialettico, focalizzandone un aspetto di distinguo, fondato sull’elem ento linguistico addirittura fonetico e anche semantico, ovvero quello ambivalente della parola Spirito. La fenomenologia dello Spirito di Hegel risulta fondata sul desiderio, desiderio di riconoscimento da parte dell’altro -  sembra quasi, dico quasi, di sentir echeggiare Lacan, ma Hegel al contrario di Kojeve non era in possesso della nozione di inconscio così come scopertto da Freud,  né della distinzione Saussuriana di significato e significante, quindi la sua accezione è mancante e anche velleitaria: il suo desiderio è un desiderio spurio, si presta a varie interpretazioni; solo attraverso Kojeve si può risalire alle diverse accezioni della parola Spirito, che postulando un inconscio  con tanto di meccanismi di rimozione, può essere riferita ad una fine, che può tranquillamente essere vista come morte, ovvero come pulsione assoluta e originaria secondo la teoria di Freud , ed anche ad un differente significante di tale parola che può fare riferimento all’accezione più di vulgata laddove lo Spirito è anche il fantasma, lo spettro.
Sicchè, giocando in termini che in questa accezione  neppure Kojevè ebbe il tempo di conoscere,  si può inseguire la parola Spirito attraverso meccanismi di perfetta simmetria nel defilè di insiemi infiniti che secondo Mattè Blanco caratterizza l’inconscio.   Tra i tanti significanti  inconsci e metonimici della parola  Spirito , niente ci vieta pertanto di pervenire ad un qualcosa che può ritornare – il revenant! Ecco allora che non ci sono né Napoleone, né Jena , così come non ci saranno in assoluto né uno Stalin o chicchessia, perché lo Spirito può essere “oltre”  la morte….può ritornare ! La distopia attuale  che sembra ineluttabile anche se si prendono ben altri epigoni, ad esempio Guenon o Evola, o anche Mircea Eliade e che si configura oggi come epilogo verso quel Kali Yuga posto dalla cultura indiana come  culmine della decadenza (età di bronzo dei mercanti che scivola verso l’Età del Ferro e quindi dei Servi), può all’improvviso fare ritorno, andare indietro, recuperare  cultura e tradizione e quindi rimettere in moto con altri parametri il processo della Storia. Quali sono questi parametri, non sono in grado di precisare, ma come avvenne ai suoi tempi con Carlo Magno  e il Sacro Romano Impero (IX secolo) con Federico II di Svevia (XIII secolo) come espresso poeticamente e metaforicamente da Dante Alighieri con la sua Divina Commedia  (XIV secolo) e espresso figurativamente attraverso la coralità delle Cattedrali Gotiche o magari pragmaticamente indicata in Istituzioni come la Cavalleria, si può sempre sperare in un ritorno di una età degli Eroi, raffigurati come produzioni dell’inconscio, inconscio che opera simmetricamente  scavalcando le relative classi di appartenenza dell’io e percorrendo un po’ come il famoso integrale sui cammini di Feynman, tutti gli insiemi infiniti della rappresentazione.  Ho indicato nel precedente articolo sul blog Lenardullier,  le esternazioni,letterarie,filosofiche,di immagini, di film di serie tv dell’attuale momento  di distopia ingenerata dalla farsa di un virus inesistente e  arbitrariamente immaginato e gonfiato (Orwell, Huxley, Breadbury, Dick, Matheson) trovandovi una sorta di compendio nella serie dei film di james Bond con il personaggio antitetico del Dr. No della fantomatica Società Spectre
volto appunto al dominio sul mondo, ebbene proprio le numerose facce assegnate a tale disgustoso personaggio (sempre diversa in ognuno dei film di tale serie ) dimostrano che  l’elenco di magnati/mercanti di cui oggi nella realtà se ne annoverano un certo numero (Soros, Rockfeller, Rotschild, Gates, Schwab, Fauci, etc) tendono all’unità, ad un unico solo Dr.No anche se con interpreti sempre diversi nella peculiarità però dell’orrorifico, che forse, bisogna dirlo non è altrettanto orripilante come i protagonisti di questa nostra realta’ del 2021

venerdì 1 ottobre 2021

LA LIBERTA' COME GRADIENTE E COME CODICE

 

Ho fatto un sogno su due sequel entrambi ambientati a Palermo : il primo era in via Libertà dove proprio nel mezzo della strada proprio sopra la riga bianca che divideva la carreggiata  era stata  era stata deposta una ragazza morta con sopra un lenzuolo, io mi ci avvicinavo , e ad un certo punto notavo che la ragazza muoveva un braccio "non è morta, non è morta!" urlavo, ma la gente sembrava non prendermi in considerazione e mi guardavano perplessi ed anche irritati "questo ne vuole sapere più del medico che ha stabilito il decesso" sentivo che la gente mormorava, ma poi alla fine era lei che si alzava  e quindi tutti si erano azzittiti. Di poi sempre a Palermo incedevo per la "Discesa dei Giudici" pensando alla storia di quella strada con l'ira di Carlo V l'Imperatore che aveva incaricato appunto dei giudici per giudicare le malefatte dei cortigiani in sua assenza. Beh! facile l'interpretazione del sogno stante i tempi correnti, la Libertà dove il cadavere risorge, potrebbe essere intesa con il riscontro nel desiderante soggettivo, che in effetti è quanto mai intenso e impellente; in quanto alla discesa dei giudici, l'allusione oltremodo desiderante che  ridiscenda qualcuno a giudicare tutti i felloni che hanno imperversato in questi ultimi tempi, e hanno adombrato il mondo di menzogna e paura. E' un fatto e questo blog con il suo stesso titolo che fa riferimento alla "passeggiata della cattive" che Palermo è una città che ha sempre giocato parecchio dal punto di vista dei gradienti: ci può essere un gradiente più forte, più assoluto di quello riferito alla Libertà e alla punizione per chi cerca di toglierla? Diceva Jung: “la vita ti mette sempre al cospetto di gradienti e non è che te li puoi scegliere tu, sono loro che scelgono te!” così il famoso detto  “il bello della vita è che c’è a chi piace  la gabbia e a chi l’uccello?”… perché ad uno piace bionda e ad uno mora, perché il mare o i monti, il caldo o il freddo, perché uno è conservatore ed uno rivoluzionario? Sono domande che l’umanità si è sempre fatta e hanno stimolato versi, satire, libelli e invettive del fior fiore dell’intelligenza umana “qui fit Maecenas???”… eh beh se se lo chiedeva anche  Orazio….! Un gradiente  è strettamente soggettivo  e personale, però  va alla costante ricerca di qualche elemento di oggettività, un po’ di riscontro, un po’ di comunanza,  che saranno cose  del tutto arbitrarie nella conoscenza  supposta “naturale”, ma giocano tutta un’altra partita nell’arte, nel fatto artistico: ancora Jung ci suggerisce una possibile via d’uscita e gli fa il verso Norman O.Brown in un saggio che si chiama “la vita contro la morte” dove entrambi vanno a scomodare
le categorie Kantiane e  la cosa in sé
che per Kant era come noto, inconoscibile, irraggiungibile,  impossibile, anche alle categorie. “Questo perché” dice prima Jung e poi con maggiore enfasi Norman O. Brown “ la cosa in sé è sempre supposta all’esterno di noi, ma cosa succede se la cosa in sé la si ricerca al di  dentro di noi, ovvero “la cosa in sé siamo noi?” ecco che in tale accezione si pongono subito i metri di valutazione e di giudizio e le famose “categorie” possono essere messe in gioco  “ una volta accettato il principio artistico  e la cosa in sé come in-sistenza, ci saranno elementi che possano farmi valutare la differenza  tra una crosta di un mercatino delle pulci e un dipinto di Modigliani? Se ci atteniamo ad un estetica di stampo crociano sembra di no “l’arte è espressione lirica, un moto oscuro dell’anima  e si fa ritorno  a quell’ “a priori” Kantiano con tanto di categorie che rimandano al fenomeno ma non al  “noumeno” = la cosa in sé! Se invece ci si pone dalla parte di arte come forma di conoscenza, una conoscenza un tantino differente di quella scientifica o  anche storica, che grosso modo acquista certi parametri, li sceglie, li elabora, li porta ad un costrutto che è sempre un tantino differente da quello della natura, acquista sue regole proprie, insomma si configura sempre come “fatto” eminentemente, anzi esclusivamente “umano”, allora è diverso: è in virtu’ di tale scelta che può venire introdotta una  valutazione e quindi un giudizio e questo vale per tutte le forme artistiche, il defilè di tutte le Muse e in una qualche maniera dello stesso pensiero. Il filosofo Schopenauer dice che voltando una pagina del libro della propria vita si volta la pagina di tutto il mondo! non è che tale espediente non sia frequente ad esempio nella follia, ma il primo è “Il mondo come volontà e rappresentazione” il secondo l’esternazione di un pazzo! Letteratura, poesia, musica, filosofia, e ovviamente le cosidette arti visive, pittura, scultura, un po’ più recentemente cinema, costituiscono una sorta di mondo parallelo di quello naturale, dove le regole saranno magari cangianti, aleatorie a volte anche arbitrarie, ma perlomeno fanno parte del gioco, non sono appunto come la natura o tutto l’elenco dei vari dei o dio unico che  non conosciamo, ma che soprattutto non siamo conosciuti da loro. Ho tralasciato a bella posta l’architettura, per via di quel correlato di una troppa marcata utilità pratica alle sue espressioni artistiche , che malgrado la sua stessa espressione “archè-technè”= tecnica, abilità del principio” tende sempre a sporcarsi le mani proprio in virtù del suo correlato utilitaristico che è l’abitare, l’avere un tetto sopra la propria testa. Alla miriadi di espressioni “elencali” dell’architettura sono state sempre correlate opere eccezionali, direi tipo modello, da cui con più o meno aderenza in determinati periodi storici si sono prese  le mosse, ci si è in qualche modo ispirati; semmai c’è da osservare come per una somma di fattori, spesso e volentieri dipendenti dal codice messo in atto, tendono a divenire d’esempio e assurgono al titolo di “Maestri”. Si configuri un millantato  “periodo aureo” Il Rinascimento, il Barocco, la Belle Epoque, il Razionalismo, l’architettura Organica e in tutti l’emergere di qualcuno di eccezionale, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti , Bramante, Michelangelo, Bernini, Borromini, Le Corbusier, Frank Lloyd Wright. Una questione di codice certamente ed è paradossale che il codice che più di ogni altro abbia caratterizzato il mondo moderno, quello che ancora oggi, anche se involgarito dal consumismo e da una esasperata tecnologia, si impone alla nostra attenzione è un codice desunto dall’antico, il cosiddetto “Classicismo” una vera e propria operazione culturale  svoltasi come logica evoluzione in un arco tricentenario  su ideazione e impulso di una serie eccezionale di “maestri” ma con un seguito inusitato di “allievi” che hanno disseminato il nostro mondo di quella che possiamo benissimo definire “una artisticità diffusa” a livello architettonico.  Ho fatto cenno come ultimo di questi “Maestri” all’americano Frank Lloyd Wright, non a caso: difatti dell’arco tricentenario del classicismo  la topica di diffusione riguarda solo l’Europa, forse , specie l’inizio, più specificamente solo l’Italia, addirittura quasi singole città, la Firenze dei Medici, con la ben nota fioritura di talenti eccezionali, la Pienza del Papa Pio II Piccolomini e del Rossellino , la Ferrara dell’addizione Erculea e di Biagio Rossetti,  la Roma di Niccolò V e dei papi successivi del Regno pontificio, con un’altra fioritura di artisti eccezionali: Bramante, Michelangelo, Raffaello, e in seconda battuta i grandi del Barocco Bernini, Borromini e Pietro da Cortona;  l’America così come altre parti che non siano l’Europa, è fuori, semmai ecco interviene nell’agone del mondo solo quando quel fenomeno, il Classicismo  aveva esaurito la sua portata di codice sperimentale , quando i suoi parametri cui era assicurata l’efficacia ovvero una imprecisione, una poca verificabilità degli stessi, viene invece precisata con  sicurezza. Per la verità era questa una possibilità che era stata vagliata fin dall’inizio, ad esempio da Leon Battista Alberti che nel Tempio Malatestiano di Rimini, non aveva esitato ad usare il pastiche, la commistione dello stile, e questo in qualche modo aveva contraddetto la purezza dello stile di un Brunelleschi che aveva  invece continuato ad operare per schemi precostituiti, i vari elementi dell’ordine cosiddetto classico, arbitrariamente desunti come codice assoluto per disciplinare i vari episodi del disegno urbano, così come grazie al meccanismo della prospettiva potevano preventivamente essere applicati  piegandoli alle esigenze del costruire: una facciata,  piazza, una strada, una cupola: per ogni fatto c’era una sorta di pellicola da applicare alla bisogna, ma dopo  che Bramante codificherà proprio come un manifesto nel suo Tempietto di San Pietro in Montorio a Roma la giustificazione del nuovo fare artistico, il dubbio attraverserà anche i Maestri più celebrati, il Michelangelo della Biblioteca Laurenziana e della facciata di S.Maria degli Angeli aveva introdotto il termine di “manierismo” nel classicismo e il Barocco soprattutto dei tre maestri citati, porterà alle logiche conclusioni  la crisi. L’America entra nell’agone quando, in effetti  non si può più parlare di Classicismo, ma solo di Neo-Classicismo: il codice dell’antico è oramai verificato e sperimentato in tutte le sue possibilità, quella pellicola che prima si piegava alle esigenze della città  ed era in grado di si caricare su di se’ tutte le valenze, proprio in virtù della sua arbitrarietà  ora ne assume lei la carica di  rappresentazione e  non è più in grado di significare alcunché, solo ripetere straccamente: una lesena, una trabeazione, un ordine dorico, jonico, corinzio, tutto può essere appiccicato là, senza distinzione, quindi lo stracco elenco o il pastiche senza significanza. Però ecco nell’America del neoclassicismo, e soprattutto del periodo successivo, con il pressare delle nuove istanze, rese più impellenti dal veloce cambiamento sociale, dal sempre maggiore avvento dell’era della macchina, si delinea una possibilità inusitata che il Classicismo non aveva considerato: una  nuova forma e struttura architettonica  suggerita dalla verticalità, ovvero lo sviluppo della costruzione in altezza :  il grattacielo. E’ una opportunità eccezionale per dire qualcosa di nuovo, e qui la vecchia Europa non ha proprio nulla da dire, non dispone di alcun codice alla bisogna, la palla passa all’America  che si trova nella opportunità di dire qualcosa, qualcosa di nuovo. E’ lo sviluppo sulla verticale, la costruzione in altezza, come dice il suo prodotto più rappresentativo  “gratta-cielo”  che può informare un diverso modo di intendere la forma e soprattutto la struttura. Per carità, anche la storia dell’architettura moderna in Europa, prende le mosse dall’avvento dell’era della macchina, le strutture in ferro, il cemento armato: aveva cominciato Paxton all’Esposizione di Londra del 1851 applicando il principio delle strutture reticolari delle serre ai padiglioni della Fiera, e c’erano stati tutta la serie dei grandi ingegneri strutturisti, Contamin, Duffert, soprattutto Eiffel che non aveva disdegnato quello sviluppo della verticalità nella sua celeberrima Torre, ma la cosa era rimasta lì, allo stadio di rappresentazione di carattere eccezionale  ecco, diremmo monumentale. Si d’accordo Rondelet, Hennebique, poi Viollet Le Duc, avevano affrontato con fervore il nuovo materiale da costruzione, il cemento armato che in stretta assonanza col ferro, dischiudeva una serie di possibilità inusitate, tra cui ovviamente la verticalità, ma l’Europa era pur sempre troppo legata al suo passato, il classicismo e la sua logica evoluzione il neo-classicismo condizionavano ancora troppo marcatamente ogni espressione, tant’è che anche Monge che fissò le regole teoriche e pratico/applicative del nuovo materiale, rimane pur sempre legato  all’impianto formale  neo-classico e l’accusa di una eccessiva simmetria, di un blocco formale, ma anche delle possibilità strutturali dell’opera, viene avanzato anche a grandissimi ingegneri, tipo ad esempio Pier Luigi Nervi, che non riesce mai per intero a svincolarsi dall’adesione ad un codice “viziato” Per trovare diciamo così “terreno vergine” questa tendenza, dobbiamo giocoforza trasferirci negli Stati Uniti d’America, ed è  lì che nella seconda metà dell’ottocento, si gioca la possibilità di una partita con regole davvero differenti e precisamente in una città dove il cambiamento, il nuovo, erano davvero all’ordine del giorno: Chicago, un vero e proprio movimento che giustappunto verrà denominato “Scuola di Chicago” Non è un  caso che questa si sviluppò dopo un grande incendio che nel 1871 aveva praticamente distrutto la città e quindi si richiedevano interventi di tipo straordinario e urgente, giocoforza poco attenti  a tutta una serie di regole di aderenza formale, insomma l’ambiente adatto, un po’ una riproposizione con quello che era avvenuto nel quattrocento con la rinascita della città dopo la Grande Pandemia di peste, con la scelta del “codice classico” e lo strumento della prospettiva  per  anticipare i risultati. Solo che nel caso di Chicago, venivano scelte le nuove tecnologie dei materiali da costruzioni, ferro e cemento armato e veniva preferenziata la verticalità.  Lo sviluppo dei primi anni della attività della Scuola, grazie anche ad una serie di  architetti d’eccezione Henry Robson Richrdson, Daniel Burnham, Dankmar Adler, John Root, Martin Roche, William Le Baron Jenney, Louis Sullivan, fu straordinario. Tali architetti difatti non si limitarono a costruire una serie di edifici sviluppati in altezza, ma affrontarono anche il problema della forma ottimale da dare a tale costruzione che si cominciava a chiamare “grattacielo”, procedettero difatti a una drastica semplificazione delle facciate, rifiutando un ricorso a qualsivoglia formalismo di tipo classico, o meglio “neo-classico”. L’aspetto formale del grattacielo non doveva derivare dall’applicazione di un apparato decorativo desunto da una  tradizione architettonica, che in sostanza non faceva parte della tradizione americana, ma scaturire direttamente dalla funzione dell’edificio stesso e dall’espressione sincera della struttura, come sosteneva appassionatamente il più  battagliero degli esponenti della Scuola : Louis Sullivan. È’ suo il famoso detto “la forma segue la funzione”  che sarà poi ripreso anche in Europa come base teorica  del Movimento Moderno, ovvero il “Razionalismo” di cui saranno artefici architetti come Gropius, Mies Van der Rohe , Le Corbusier. La sperimentazione del tema “grattacielo” fu enorme per una prima quindicina di anni, ma ebbe una battuta d’arresto, anzi una vera e propria fine, con l’Esposizione pre-colombiana di Chicago del 1893, dove la maggior parte degli architetti, capitanati da Daniel Burnham (per cui si parlò di “tradimento di Burnham”) acconsentirono a venir meno ai loro principi e accettarono le pressioni di un consumismo rampante, che perseguiva fini di maggiore uniformità e massificazione delle esperienze. Uno che non si piegò mai fu invece Louis Sullivan, che pagò con un sempre maggiore isolamento questa sua posizione di intransigenza, e l’allievo principale di Sullivan fu un certo Frank Lloyd Wright.

 

domenica 19 settembre 2021

LA PIMPACCIA DELLA PSICOANALISI

ES-Entro-Pia  ..... si parte sempre dalla coscienza e quindi a monte dal linguaggio che della coscienza ne è non solo il logico antecedente, ma il fondamento stesso del suo funzionamento   La coscienza è posteriore al linguaggio, ma di converso  come diceva Lacan, non solo la coscienza ma anche l'inconscio è strutturato come il linguaggio” Non solo Lacan, ma anche lo stesso Freud  nel saggio che diede appunto avvio alla scienza della psicoanalisi “l’Interpretazione dei sogni”  l’asse linguistico  che verrà codificato nella famosa  barra tra significato e significante da De Saussure, si muove  tra le figure della  linguistica: metafora e metonimia. E cosa sono, appunto ne “l’interpretazione dei sogni, la condensazione e il trasferimento,  se non le due principali figure retoriche della linguistica? . Come verrà esposto nei saggi  successivi, l’inconscio si muove continuamente   tra metafore e metonimie: il lapsus e l’atto mancato, la distrazione, la ripetizione, il “come se”…. appunto la condensazione dei significanti in un  significato e il continuo trascinamento di questi; dove però tali meccanismi, hanno, per così dire,  una  loro inverazione e frequenza assoluta, è in quello che Freud stesso definiva “la via Regia” dell’inconscio: il sogno Non troppo tempo fa, si discuteva  con alcuni vecchi amici ritrovati,  della Palermo dell’infanzia: la Villa Deliella distrutta in una notte nel 1957, dagli speculatori  edilizi, la unica fila delle capanne di Laddaura a Mondello (in realtà erano le cabine di spiaggia, ma  Palermo si diceva “capanne”), le docce a grappolo  nel bel mezzo della  spiaggia che non era ancora stata saturata  dalle ulteriori “capanne” e poi si, quel certo caffè, il gelato da Ilardo proprio a testata della “passeggiata delle Cattive” che non erano donne crudeli o malvagie, bensì le vedove, che essendo ancora immerse nel loro lutto, non potevano passeggiare lì sullo splendido lungomare a ridosso delle Mura  e quindi era stato fatto per loro un apposito percorso parallelo ma nascosto: erano quindi “cattive” nel senso originario della parola latina “ captivus =prigioniero ….prigioniere del loro dolore . “ti ricordi questo, ti ricordi quello?” si sa come vanno questi discorsi, sia nella realtà, sia, forse ancor più,  nel virtuale, così nel gruppo di vecchioni informatizzati era spuntatala domanda “come si chiamava quel cinema che stava  proprio all’inizio di via Libertà, quasi ad angolo con la piazza  col teatro Politeama? “ Bho!? Sarà dai primissimi anni sessanta  che l’hanno chiuso!” “si lo ricordo benissimo!” avevo commentato  “mi ricordo di averci visto un film con Rossana Podestà che faceva Elena di Troia e Jacques Sernas, Paride,  e poi uno con Gino Cervi e Belinda Lee, mi pare si chiamasse “la lunga notte del ‘43”… però il nome non lo ricordo proprio !” e lo stesso era per l’intero Gruppo di estimatori della “Palermo di una volta”  Vai a letto arrovellandoti su quella dimenticanza, e la via Regia , il sogno, imbocca un percorso che spunta diritto alla statua di Pasquino, la famosissima statua parlante  della Roma papalina, dove venivano apposte,  proprio in virtù del fatto che  non erano riconoscibili né volto, né articolazioni,  le critiche e le invettive  contro il potere temporale dei Papi, ( il busto , probabilmente era un pezzo del complesso marmoreo del Lacoonte , ma doveva il nome ad un sarto del circondario che era famoso per le sue  frecciate contro papi e cardinali), ma l’antico Pasquino tornò a parlare anche molto dopo, nel 1938 quando in occasione della visita a Roma di Hitler, fu trovato sotto l’antico  busto  marmoreo un foglietto con  una  nuova folgorante “pasquinata”: "Povera Roma mia de travertino, te sei vestita tutta de cartone, pe' fatte rimirà da 'n'imbianchinoMa il Sogno , il mio sogno si rifaceva  invece all’epoca clou delle Pasquinate, pieno potere temporale della Chiesa,  anche se a dire il vero  per arrivare lì a ridosso di piazza Navona dove appunto è collocata la statua di Pasquino, avevo preso il 44,  l’autobus che da via di Donna Olimpia a Monteverde  arriva a piazza Argentina, e difatti ci ritrovavo una delle più famose pasquinate, quella indirizzata alla celebre “pimpaccia” ovvero Donna Olimpia Maidalchini, nipote e amante del Papa,  senza dubbio la più potente donna di Roma dell’epoca, grande protettrice e procacciatrice di incarichi  per Bernini…. “Olim pia, nunc impia” ….“e mò!?” Avevo pensato al risveglio “perché il sogno, dall’autobus 44 mi sbatte in pieno barocco, con la pasquinata  sulla Pimpaccia di piazza Navona?...l’ultimo resto diurno della giornata precedente, la discussione su Facebook a proposito di quel cinema di cui nessuno era riuscito a trovare il nome e all’improvviso con il primo goccio di caffè “ma porca vacca ! È chiaro! Il 44 da via Donna Olimpia e se non era ancora sufficiente, la pasquinata su di lei! Il nome del cinema era Olimpia . Grandioso l’Es, eh?  Lui sa veramente tutto di noi e forse qualcosa in più! Così il titolo del presente articolo  “es-entro-pia?”che gioca su due diverse interpretazioni  dove la prima sull’interrogativo: e se entro nel discorso in maniera spassionata, candida, pia?  Un discorso sulle generali, sulla situazione odierna del mondo, sul presente che sembra aver eliso il futuro?..... che cosa mi posso aspettare?  Eh bhe, la risposta è contenuta sempre nella stessa frase, dove l’es diviene una sorta di “deus ex machina”  si elide il trattino e risulta la parola intera “entropia” Cosa si intende per entropia e perché sarebbe una risposta all’apprensione sul genere umano e sulla situazione del mondo?  E’ una questione di riferimenti! Tutto è riferimento  nell’uomo, perlomeno da quando è pervenuto al linguaggio articolato e ha cominciato conseguentemente  a chiedersi del perché della propria esistenza ma anche al perché della propria insistenza a domandare sempre la stessa cosa “chi sono, dove sono, da dove vengo, dove vado?” Un riferimento è in sostanza una visione, una possibile visione del mondo che dovrebbe consentire di stabilire analogie comportamentali sulla base del proprio linguaggio e del mondo esterno e rendere quindi il tutto “abitabile” nel senso di contrarre abitudini atte appunto ad un essere “presenza” Il riferimento funziona quindi per analogia e struttura una certa visione del mondo che in verità si appunta su di un analogo particolare, un “analogo-Io” che mette appunto in situazione sé stesso rispetto ad un mondo, diciamo alquanto indifferente alla propria “presenza”  Nel corso della propria storia linguistica e  di fattualità, l’uomo ha sempre ricercato  tali quadri di riferimento, che possiamo anche definire “visioni del mondo” esse sono relative al periodo  e al tipo di società in cui sono state applicate, ma proprio in relazione a tale periodo, e a tale Società  hanno un che di assoluto, nel senso che funzionano come un vero e proprio paradigma , cui tutti, bene e male finiscono per aderire. Nel corso della storia  queste visioni del mondo, funzionanti come paradigma,  ce ne sono state molteplici e alcune particolarmente  tenaci  e dilatate, ad esempio la nostra, quella attuale delle nostre “contrade occidentali” ha un arco temporale di quasi trecento anni  e per quanto si sia modificata ed evoluta (o involuta) nel tempo  ha conservato la visione originaria che sostanzialmente è quella della Rivoluzione industriale e dell’avvento della macchina: il nostro è un mondo di macchine, di leve, ruote,  puleggie, che sono, via via andate assumendo  la  connotazione di processori informatici, computer, monitor :
il mondo è come un gigantesco
magazzino di componenti, fatto di miriadi di pezzi che aspettano solo di essere assemblati in un sistema funzionante. Questo è il paradigma  storico del nostro tempo  e del nostro mondo; la macchina è così integrata nella nostra persona  che è difficile  stabilire dove finisce lei e dove  comincia l’uomo, anche  il nostro linguaggio si è conformato alla macchina : noi “misuriamo” i rapporti, i nostri sentimenti sono “vibrazioni”, cerchiamo di evitare “attriti” e facciamo in modo di “sincronizzarci” cogli altri, piuttosto che stabilire pensieri o affezioni con loro, pensiamo alla nostra stessa vita  come qualcosa che “gira  regolarmente” e ci si aspetta  che essa possa essere “riparata”  se qualcosa  in essa si è “guastata”, come se gli esseri umani  fossero semplici pezzi di un  meccanismo che possano essere “aggiustati” o “sostituiti” Questa visione del mondo che ancora costituisce il paradigma  di questo inizio del terzo millennio, visione di un accentuato materialismo e che  giustifica tutto nel nome di una parola  “Progresso” , sta  cominciando però a perdere colpi (proprio come una macchina alquanto deteriorata) in quanto l’ambiente oramai iper sfruttato e le  risorse energetiche,  stanno avviandosi al loro esaurimento e  quindi lo stesso campo di applicazione va  venendo meno.  Il relativo della attuale Visione del mondo  cosiddetta “moderna”  comincia a farsi sentire non meno delle precedenti visioni del mondo,  che non avevano quella fede cieca nel progresso, tipo quella cristiana  che dominò l’Europa  per oltre un millennio, e  che concepiva la vita solo come attesa di un mondo a venire e l’individuo non doveva avere desideri o mete personali, né cercare miglioramento, né tantomeno cose materiali, ma solo escatologicamente perseguire  la cosidetta “salvezza”,  o tipo quella antica greco-romana che bandiva il futuro a scapito di un passato considerato sempre migliore, che costituiva un’escatologia all’incontrario dove tale passato era equiparato ad una mitica “età dell’oro” e tutte le epoche venute dopo ne  rappresentavano un inesorabile degrado.
Ecco l’esempio che ne fa il poeta greco Esiodo “all’inizio un’aurea generazione di mortali fu creata dagli dei immortali dell’Olimpo, essi erano simili agli dei , non erano afflitti da dolori e malattie e l’abominevole vecchiaia  non li attendeva al varco, ma restavano sempre eguali  e quando morivano erano come immersi in un sonno” A pensarci bene che cosa era questa “età dell’oro” se non la giovinezza? Una metafora presa dal riferimento più immediato, il corpo appunto,
ma preso nel suo momento di massimo fulgore, la giovinezza con le membra vigorose, l’aspetto leggiadro, la bellezza, la piena salute, l’entusiasmo: parola che letteralmente significa avere un dio dentro di sé, “en-theos” ….e qual’è per un mortale l’unico modo per essere così simile agli dei dell’Olimpo?  Paradossalmente morire giovane, si’ che l’abominevole vecchiaia  non venga a distruggere quella perfetta armonia corporea. La archetipa visione del mondo del nostro mondo occidentale  quella di Esiodo, di Omero e ancora di Orazio, di Virgilio, è una giovinezza resa paradossalmente immortale da una morte precoce, il netto contrario di quella moderna, fondata invece sulla macchina, sul suo deteriorarsi e conseguente aggiustarsi, al limite sostituirsi per pezzi, dove la metafora tra corpo e macchina  induce una morte sempre differita, un prolungare fino allo stremo quell’assemblaggio di pezzi del tutto indifferentemente dall’aspetto estetico, dal vigore, dall’efficienza. Abbiamo però visto come tale “visione” stia oramai mostrando la corda, e non perché il referente-corpo non si presti ulteriormente  ad un suo prolungamento quantitativo di numero di anni, quanto per l’esaurirsi  del campo di applicazione quell’”ex-sistere” che non riesce più a contenere “l’in-sistere”  Ed ecco che entra in gioco l’entropia, che gli antichi non conoscevano concettualmente, come non conoscevano il 2° principio della termodinamica, ma che entrambi li presupponevano quasi come  sorta di “contro-assicurazione” per scongiurare le più grandi malefatte dell’essere, ovvero, la malattia, la vecchiaia, un inutile e stracco accumulo di anni  progressivamente e proporzionalmente  in credito di bellezza e entusiasmo.
La legge dell’entropia  è il fondamento del 2° principio della termodinamica , ovvero il principio  che stabilisce che  materia e energia  possono modificarsi in un sola direzione  da forme utilizzabili a forme non più utilizzabili , di cui appunto l’entropia è una misura del grado  in cui in  ogni sistema
dell’universo l’energia disponibile si è trasformata in una forma  non più disponibile, e il secondo principio della termodinamica  è anche il principio di cui si è avvalso Freud  per  ribaltare la sua concezione della  vita come libido volta a sfuggire il dolore e perseguire il piacere, con il saggio dal nome che è tutto un programma “al di là del principio del piacere” e la scoperta di una pulsione di morte come ultima ratio della coazione a ripetere, ovvero ripetere, sempre ripetere, fino ad arrivare all’ultimo girone del desiderio  che coincide in sostanza nel voler far ritorno da dove si è venuti, il nulla, prima che cominciasse il processo entropico di consumare tutta l’energia disponibile che potremmo anche equiparare al processo storico, e quindi la morte e non solo quella termica supposta dalla termodinamica , ma quella dell’intero sistema vivente. L’entropia mina l’idea che la storia sia volta al progresso, e la tecnica, la tecnologia e le sue varie forme di evoluzione, fino a quelle di oggi, della digitalizzazione e dell’informatizzazione:  la antica “technè”  originata dal furto di Prometeo della scintilla divina del fuoco, il suo strumento più appariscente : la technè, questo gli antichi lo avevano espresso a chiare lettere, non è quel paradigma di assoluto valore, che l’umanità superando la triste visione escatologica cristiana, ha creduto di identificare nella macchina;  essa  ingenera si’ una diversa modalità temporale, non più ciclica, ma progettuale, ma parimenti  ne pone i suoi limiti e la sua bivalenza : le catene che avvingono alla roccia del Caucaso l’autore del furto agli dei, Prometeo, sono di ferro ovvero di una lega di metalli, tra i primi prodotti di quella stessa “technè”. Il pericolo che proprio l’entropia possa costituire l’ultima versione di queste  visioni del mondo  è quanto mai plausibile e trova proprio sia negli antichi scritti o in quel saggio sopra accennato di Freud una sua  interazione : una visione del mondo non fondata su di una età dell’oro con  un passato da recuperare e far tornare allo splendore, ma una che vada verso quella terrificante "eta' del ferro"   con una umanità serva di pochissimi oppure con una visione del mondo, fondata  sul nulla, a cui irreversibilmente l’umanità tenderebbe a far ritorno, quel “non-essere” che qualcuno ha chiamato “morte”

 

sabato 26 giugno 2021

I VERI MOSTRI dell'OGGI FUTURO

 

Pensa un po', e tu che credevi.... credevi che il mondo avesse una sua etica, una sua razionalità....diciamo che non c'è fregnaccia più colossale della famosa formula di Hegel "cio' che è razionale è reale, cio' che è razionale è reale"
L'attuale farsa di pandemia con virus, contagi inventati, ridicoli vaccini che è un miracolo se si risolvano solo nella proverbiale "acqua calla" sono  forse l'ultimo anello della catena di questi criminali propositi di simili abnormi società che sono ben oltre l'orrore di tutti i mostri che davvero sono stati partoriti dal sonno della nostra ragione : ecco che riporto queste note della 

Weltanschauung Italia.
Big Pharma e media hanno gli stessi proprietari
un articolo di capitale importanza del dottor Joseph Mercola
– Big Pharma e i media mainstream sono in gran parte di proprietà di due società di gestione patrimoniale: BlackRock e Vanguard.
– Le aziende farmaceutiche sono all’origine le reazioni al COVID-19 – che hanno messo in pericolo la salute pubblica invece di migliorarla – e i media mainstream sono stati complici nella diffusione della loro propaganda, una falsa narrativa ufficiale che fuorvia il pubblico e alimenta una paura basata sulle bugie.
– Vanguard e BlackRock sono i due principali proprietari-azionisti di Time Warner, Comcast, Disney e News Corp, quattro delle sei società di media che controllano oltre il 90% del panorama dei media statunitensi. – BlackRock e Vanguard sono un monopolio segreto che possiede praticamente tutto ciò che ti può venire in mente. In totale, possiedono partecipazioni in 1.600 società statunitensi, con un fatturato combinato di $ 9.100 miliardi nel 2015. Aggiungendo il terzo proprietario più grande al mondo, State Street, la loro proprietà combinata comprende quasi il 90% di tutte le società nell’S&P 500.
Vanguard è il maggiore azionista di BlackRock. La stessa Vanguard, d’altra parte, ha una struttura unica nel suo genere che rende la sua proprietà più difficile da identificare; molte delle famiglie più antiche e ricche del mondo possono essere collegate ai fondi Vanguard
“Le azioni delle più grandi società del mondo sono di proprietà degli stessi investitori istituzionali. Si possiedono tutti l’un l’altro. Ciò significa ad esempio che i marchi “concorrenti”, come Coca Cola e Pepsi, non sono affatto concorrenti, dal momento che le loro azioni sono di proprietà delle stesse società di investimento, fondi di investimento, compagnie assicurative, banche e, in alcuni casi, governi.
Gli investitori più piccoli sono di proprietà di investitori più grandi. Questi sono di proprietà di investitori ancora più grandi. La parte superiore visibile di questa piramide mostra solo due società i cui nomi abbiamo visto spesso … Sono Vanguard e BlackRock.
Non solo possiedono gran parte delle azioni di quasi tutte le grandi società, ma anche le azioni degli investitori in quelle società. Questo dà loro un monopolio completo.
“L’élite che possiede Vanguard non ama essere sotto i riflettori… I rapporti di Oxfam e Bloomberg dicono che l’1% del mondo, insieme, possiede più soldi dell’altro 99%. Ancora peggio, Oxfam afferma che l’82% di tutti i soldi guadagnati nel 2017 è andato a questo 1%.
In altre parole, queste due società di investimento, Vanguard e BlackRock, detengono il monopolio in tutti i settori del mondo e, a loro volta, sono di proprietà delle famiglie più ricche del mondo, alcune delle quali sono reali e molto ricche da prima della Rivoluzione industriale.”
Mentre ci vorrebbe parecchio tempo per setacciare tutti i fondi di Vanguard per identificare i singoli azionisti, e quindi i proprietari di Vanguard, un rapido sguardo-see suggerisce che Rothschild Investment Corp. e Edmond De Rothschild Holding sono due di questi stakeholder. Nome che apparirà di nuovo in seguito. Altri nomi identificati comprendono anche la famiglia italiana Orsini, la famiglia americana Bush, la famiglia reale britannica, la famiglia du Pont, i Morgan, i Vanderbilt e i Rockefeller, come proprietari di Vanguard.
BlackRock/Vanguard possiede Big Pharma
Nel febbraio 2020, BlackRock e Vanguard risultano i due maggiori azionisti di GlaxoSmithKline, rispettivamente con il 7% e il 3,5% delle azioni. In Pfizer, la proprietà è invertita, con Vanguard come investitore principale e BlackRock come secondo azionista.
BlackRock/Vanguard possiede i media
Per quanto riguarda il New York Times, a maggio 2021 BlackRock risulta il secondo azionista più grande con il 7,43% delle azioni totali, subito dopo The Vanguard Group, che detiene la quota maggiore (8,11%).
Oltre al New York Times, Vanguard e BlackRock sono anche i due principali proprietari di Time Warner, Comcast, Disney e News Corp, quattro delle sei società di media che controllano oltre il 90% del panorama dei media statunitensi.
Inutile dire che se hai il controllo di così tante testate giornalistiche, puoi controllare intere nazioni attraverso una propaganda centralizzata accuratamente orchestrata e organizzata travestita da giornalismo .
Tuttavia, il messaggio chiave da portare a coscienza è che due BlackRock e Vanguard, con le loro partecipazioni incrociate, formano un monopolio occulto sui beni patrimoniali globali .
Considerando che BlackRock nel 2018 ha annunciato di avere “aspettative sociali” dalle aziende in cui investe, il suo potenziale ruolo di hub centrale nel Great Reset e il piano di “build back better” non va trascurato.
Un monopolio occulto di “famiglie” nell’ombra
Inoltre e “minano la concorrenza attraverso il possesso di azioni in società concorrenti” e “offuscano i confini tra capitale privato e affari governativi lavorando a stretto contatto con i regolatori”, e sarebbe difficile non vedere come BlackRock/Vanguard e il loro globalista i proprietari potrebbero essere in grado di facilitare il Grande Reset e la cosiddetta rivoluzione “verde”, entrambi parte dello stesso schema di furto di ricchezza.
È importante sottolineare che BlackRock lavora anche a stretto contatto con le banche centrali di tutto il mondo, inclusa la Federal Reserve degli Stati Uniti, che è un’entità privata, non federale. Presta denaro alla banca centrale, funge da consulente per essa e sviluppa il software della banca centrale.
In tutto, BlackRock e Vanguard hanno la proprietà di circa 1.600 aziende americane, che nel 2015 hanno registrato un fatturato di 9,1 trilioni di dollari. Quando si aggiunge il terzo proprietario globale, State Street, la loro proprietà combinata comprende quasi il 90% di tutte le società S&P 500 quotate a Wall Street
BlackRock/Vanguard possiede anche azioni di una lunga lista di altre società, tra cui Microsoft, Apple, Amazon, Facebook e Alphabet Inc. – quasi impossibile elencarli tutti.Come collegare BlackRock/Vanguard – e le famiglie globaliste che li possiedono – al Grande Reset? Dobbiamo esaminare le relazioni tra queste gigantesche società di proprietà dei globalisti e considerare l’influenza che possono esercitare attraverso tali relazioni. Come notato da Lew Rockwell:
“Quando Lynn Forester de Rothschild vuole che gli Stati Uniti siano un paese a partito unico (come la Cina) e non vuole che le leggi sull’identificazione degli elettori vengano approvate negli Stati Uniti, in modo che possano essere perpetrate più frodi elettorali per raggiungere questo scopo, cosa fa fare? Tiene una teleconferenza con i migliori 100 amministratori delegati del mondo e dice loro di denunciare pubblicamente come l’approvazione di una legge anticorruzione da parte della Georgia e ordina ai suoi devoti amministratori delegati di boicottare lo Stato della Georgia, come abbiamo visto con Coca-Cola e la Major League Baseball e persino la star di Hollywood, Will Smith.
In questa teleconferenza, vediamo le sfumature del Grande Reset, dell’Agenda 2030, del Nuovo Ordine Mondiale. Le Nazioni Unite vogliono assicurarsi, così come [il fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum Klaus] Schwab, che nel 2030 povertà, fame, inquinamento e malattie non affliggeranno più la Terra. Per raggiungere questo obiettivo, l’ONU vuole che le tasse dei paesi occidentali siano divise dalle mega corporazioni dell’élite per creare una società completamente nuova. Per questo progetto, l’ONU afferma che abbiamo bisogno di un governo mondiale, ovvero l’ONU stessa…. sembra abbastanza chiaro che la pandemia di COVID-19 sia stata orchestrata per provocare questo Nuovo Ordine Mondiale – il Grande Reset. E al centro di tutto, il “cuore” verso cui confluiscono tutti i flussi di ricchezza globale, troviamo BlackRock e Vanguard. 
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York. Gestisce un patrimonio totale di quasi 8 000 miliardi $ (2020) di cui un terzo in Europa. Offre soluzioni d'investimento nel reddito fisso, nel segmento azionario e monetario, investimenti alternativi, BlackRock opera a livello globale con 70 uffici in 30 paesi e clienti in 100 paesi A causa delle dimensioni e della portata delle sue attività finanziarie, esercita una forte influenza. Per il suo potere BlackRock è stata definita la più "grande banca ombra del mondo"
The Vanguard Group è una delle più grandi società d'investimenti al mondo statunitensi con asset sotto la sua gestione di 5.100 miliardi di dollari statunitensi nel gennaio 2018.[1] Ha sede a Malvern, un sobborgo di Philadelphia. È il più grande fornitore di fondi comuni di investimento e il secondo (dopo iShares di BlackRock) di fondi negoziati in Borsa (ETF), noti anche come fondi-indice o fondi low cost. Offre anche servizi di intermediazione, contabilità, pianificazione finanziaria, gestione di patrimoni, servizi fiduciari. È di proprietà dei fondi gestiti dalla società

mercoledì 16 giugno 2021

TRUMP TRA COMPLEMENTARIETA' E INDETERMINAZIONE (PRODROMI)

 

Negli ultimi articoli da me scritti sui miei blog :  uno su Lenardullier, l’altro su Preservativo imperfetto,  ho parlato dell’esplosivo impatto sulla mia personalità del personaggio Trump, che ha addirittura innescato una revisione di prassi ideologica e anche comportamentale risalente addirittura al 1963 e 1964. Fino a poco fa non ricordandomi con precisione i moventi che fanno da contorno agli eventi, avevo sempre sostenuto che il mio disgusto e susseguente abbandono della politica ed anche il  disinteresse quasi totale in merito alla cronaca, andava addotto all’assassinio di Kennedy nel novembre del 1963, ebbene come diceva il buon Milton Erickson “nulla è mai successo davvero!” o meglio chiosando appena e precisando “nulla è mai successo davvero…così come credi che sia successo!” Non a Kennedy difatti andava addotta la mia elisione della politica dal novero dei gradienti di interesse, bensì a Barry Goldwateril leader rep ubblicano che puntando su di una piattaforma di un nuovo 
modo di intendere il conservatorismo americano (molto simile alla mia in quanto grosso modo rifacentesi ad un concetto di coniugazione verbale alla futuro anteriore, ovvero in parole povere modernismo si, ma nel solco della tradizione, quel “sarà stato” che consente all’avvenire di dispiegarsi in azione solo ri-assumendo le istanze di una re-azione, si era contrapposto a Lyndon Johnson nella corsa alla Presidenza degli USA per il novembre del 1964. Eh già! perché a me il termine di “conservatore” non mi era mai andato giù, gli preferivo di gran lunga  quello di “reazionario”, per via del mio amore indistruttibile per tutto ciò che suonava come antico, passato, retrò… sempre tutta indietro. La sconfitta di Goldwater era stata quindi la goccia che aveva fatto traboccare il vaso dei miei gradienti politici, o un po’ più specificamente più consono ad interessi che proprio in quel 1964 andavo cominciando ad approcciare,  era stato quel collasso di equazione d’onda studiato dal fisico quantista Erwin Schrodinger che doveva cambiare una parte o particella, che dir si voglia   da “stato”,  in “flusso” . Le particelle erano tutto sommato questa mia partecipazione ad un sociale molto distante, quello americano, che non era da un giorno (dai filmati della guerra, i film con Sordi e quelli originali con Gary Cooper, Clark Gable, Marylin Monroe anche James Dean, le canzoni dei Platters e la tromba di Louis Armstrong, Singhing in the rain , il Perry Como show che veniva trasmesso dalla Rai italiana mi pare il mercoledì sera e poi lo sconvolgente Elvis Presley, le Cadillac fiammanti e le prime sigarette Chesterfield, Lucky Strike, Palle Molle, come diceva il rivenditore di contrabbando nel quartiere di Forcella a Napoli ) che avevo individuato come quel futuro verso cui tendere, recuperando tutta quella storia e  quel tradizionale che mi apparivano ben più nutriti di quello che andava sbandierando  Goldwater .  Proprio il caso di dirlo un folgorante “futuro anteriore” altro che quel banale progressismo che  l’Italia in quel momento andavano proponendo : un centro sinistra gia’ impigliatosi nella inefficienza e nella corruttela , le mistificazioni storiche anche su temi non di primissimo piano come le canzoni, inventando scenari di realtà riveduta e
 corretta  come riferimento (Il Caso di Bella ciao e di Gorizia tu sei maledetta al Festival dei due mondi di Spoleto) e quindi il gran raduno di folla per salutare l’unico comunista che aveva mostrato capacità, perlomeno nel carpire intellettualità e assimilarla al proprio partito . 
L’elisione del futuro con la sconfitta elettorale lasciava solo il secondo scenario come possibile riferimento ed ecco perché la decisione inequivocabile di lasciar tutto perdere : niente più coinvolgimento, niente più impegno:  il 27 dicembre 1964 ero a far visita alla  casa di un antico commilitone di mio nonno nel battaglione Monte Suello durante la Grande Guerra :
il Colonnello Eugenio Bertoldi 
e mentre questi intercalava i racconti del Pasubio e del Grappa con continui “bevi bocia, bevi”  versandomi vino e facendomi sudare da sotto quel cappellaccio a falde larghissime colla penna bianca tempestata dei segni di rossetto dei baci delle ragazze , la radio trasmetteva i dati finali delle elezioni presidenziali…no! Niente america, solo la provincialissima, banale, insignificante Italia : Saragat, Fanfani, Moro, Saragat, Fanfani , Emma Grammatica, Leone, Saragat, Fanfani, Saragat, Saragat, Saragat ….
Eh si! era inevitabile il distacco , se non si voleva finire nelle spire  di un Mephisto di Klaus Mann all’incontrario,  ovvero colluso con un sinistrismo buonista e populista , e questo distacco fin proprio all’indifferenza doveva durare quasi sessant’anni , per l’esattezza 55 anni  e 3 mesi (dicembre 1964- marzo 2020) finchè un altro collasso, ben più grave questa volta, perché prendeva di petto la libertà e tutte le assicurazioni che su di essa facevano leva, induceva  ad una ulteriore revisione che verteva anche su quel mio antico tipo di distacco, in base ad un principio stabilito dal poeta Goya “Il sonno della ragione genera mostri”
Ora su questo Blog “la passeggiata delle cattive” mi interessa dettagliare le numerose implicazioni che questo feroce attacco alla Liberta’ e di proporzioni mondiali , ha ingenerato non più in un ragazzetto di una certa cultura e fulgide speranze , ma in un vecchio forse più colto e intelligente , ma di certo posizionato in tutt’altra maniera in merito a quelle famose speranze, maniera che non è neppure quella ordinaria del ritorno, ma a somiglianza di altri due grandi principi della fisica quantistica, quello di Complementarietà di Bohr e quello di Indeterminazione di Heisenberg, richiedono un 
totale cambiamento di punto di vista, una diversissima disposizione dove giustappunto in quel marzo 2020 comincia a delinearsi la figura “esagerata” di Donald Trump 


lunedì 31 maggio 2021

LA FALSA PANDEMIA

L’aspetto più sconcertante della situazione attuale, determinata dalla falsa pandemia di Covid-19 e dalla pretestuosa emergenza sanitaria che si è attuata, sin dal principio, nelle forme di una vera e propria dittatura, ma col pretesto della difesa sanitaria, è il fatto che pochissime persone sono in grado, più che in qualsiasi altro momento della storia, di far fare tutto ciò che vogliono a un grandissimo numero di persone. In pratica, alcune centinanti d’individui sono riusciti a imporre la loro agenda alla quasi totalità della popolazione mondiale, con la sola significativa eccezione della Russia e di pochi altri Stati, che sono perciò nel mirino del Deep State e della Deep Church. Ma come è potuto accadere? Sapevamo già da tempo che i persuasori occulti, radio, televisione, cinema, sono in grado di influenzare ampiamente il nostro
immaginario e di orientare le nostre scelte pratiche; così come sapevamo da tempo che la democrazia moderna, nella quale milioni di persone eleggono poche decine di rappresentanti con il patto teorico che essi, una volta insediati in parlamento, agiranno sempre e comunque nell’interesse del popolo, è solo una fragile finzione, per non dire una solenne ipocrisia. Tuttavia, confessiamolo sinceramente: ben pochi di noi avrebbero immaginato che il condizionamento mentale della gente fosse arrivato al punto in cui si manifesta oggi, sotto la pressione degli eventi messi in moto a partire dalla proclamazione della pandemia da parte dell’OMS (principale finanziatore: Bill Gates, lo stesso che vende i vaccini. Come non vedere che c’è una relazione di causa ed effetto fra la cosiddetta emergenza sanitaria e l’interesse delle grandi case farmaceutiche, produttrici dei cosiddetti vaccini (cosiddetti perché tutto fanno tranne dare immunità, e dunque non rispettano l'accezione che viene data a tale termine
E come non trarre le debite conclusioni dal fatto, acclarato sin dall’inizio della cosiddetta emergenza, che lo stesso Bill Gates stesse conducendo da anni simulazioni per una prossima pandemia da Covid-19, e che di ciò parlassero apertamente i massimi esponenti della oligarchia finanziaria? E dal fatto che prima del marzo 2020 ci furono grossi e strani movimenti di capitale finanziario, vale a dire massicci investimenti in borsa dei suddetti oligarchi in fondi azionari che “scommettevano” su un imminente evento catastrofico, realizzando così, al momento giusto, dei profitti da capogiro?
Ancora: come non vedere che la cremazione dei cadaveri, nella fase iniziale dell’emergenza, rendeva impossibile il riconoscimento della vera natura della malattia e delle sue manifestazioni, il che avrebbe consentito di salvare molte vite nel futuro immediato? O che nei protocolli sanitari c’era qualcosa di profondamente sbagliato, che determinava l’alto numero di decessi fra i pazienti che venivano sottoposti a respirazione artificiale mediante l’intubazione? Che è a dir poco sospetto il fatto che sia stata messo fuori legge un farmaco sperimentato, efficace ed estremamente economico, e che solo l’azione legale di alcuni medici onesti sia valsa a far revocare l’inaudito provvedimento? Che per tredici mesi le autorità, i giornali, i sedicenti esperti, nonché uno stuolo di opinionisti dalla dubbia autorevolezza, abbiano parlato sempre e solo di vaccini e mai delle cure, specialmente delle cure domestiche, e del regime di vita sano e naturale che concorre a preservare la buona salute e a far sviluppare gli anticorpi nell’organismo umano? E, per quel che riguarda i credenti, ma in effetti anche per i non credenti: non è insolito, non è strano, non è sospetto che il papa, invece di parlare delle cose spirituali, della salvezza dell’anima, della grazia di Dio, si sia concentrato sul presunto dovere morale di vaccinarsi (con vaccini ottenuti utilizzando anche linee cellulari di feti abortiti!), e abbia dato il “buon” esempio imponendo la vaccinazione ai dipendenti e ai residenti nella Città del Vaticano, a cominciare dalle Guardie svizzere? Ma andiamo con ordine. Logica e buon senso, abbiamo detto. Cominciamo dalla logica. La logica ci dice che devono esistere una consequenzialità e una corrispondenza tra il fatto A e il fatto B, prima che si possa andare in giro strillando ai quattro venti che il fatto B è la conseguenza del fatto A; e, per lo stesso motivo, che esistono argomenti razionali per mostrare che il fatto B non ha nulla a che vedere con il fatto A, per quanto il coro unanime dei mass-media, asserviti all’oligarchia finanziaria, dica e ripeta tutti i santi giorni qualcosa che va diametralmente contro il principio di identità e il principio di non contraddizione (A è A e A non è B ). Il fatto B è la (presunta) pandemia, il fatto A è la mortalità effettiva registrata nella popolazione. Partiamo dall’assunto che morire si deve e che ogni anno la popolazione subisce gli effetti della mortalità naturale, legata soprattutto all’età e dunque particolarmente incisiva in un Paese, come l’Italia, ma ciò vale anche per gli altri Paesi dell’Europa occidentale, dove la popolazione media è di età decisamente avanzata. Ora, per capire se una pandemia è in atto oppure no, basta evidentemente confrontare i dati della mortalità degli anni scorsi con quelli del 2020. E cosa dicono i dati reali (non quelli snocciolati dai giornali venduti al potere, o dai telegiornali altrettanto venduti e inguardabili, ma quelli resi noti dalle agenzie ufficiali di statistica)? Che le persone decedute nel 2020 sono state in numero inferiore a quelle decedute nel 2019. E questo nonostante si sia fatto di tutto per gonfiare i dati sulla mortalità dovuta al Covid-19, certificando come deceduti a causa del Covid-19 dei pazienti che erano affetti da altre gravi patologie e che erano già in fase terminale quando furono ricoverati per il Covid-19. È chiaro che, se ci fosse una pandemia, il numero dei decessi del 2020 dovrebbe essere di molto superiore a quello degli anni precedenti: oltre alle morti “ordinarie”, ci dovrebbero essere quelle dovute al Covid-19, e i due dati, sommandosi, spiegherebbero l’impennata della curva nel diagramma della mortalità. Perciò, a rigore di logica, i casi sono due: o dal 2020, inspiegabilmente e repentinamente, nessuno muore più d’infarto, di tumore, di diabete e di altre patologie, compresa la normale influenza e la normale, conseguente polmonite, le quali ogni anno mietono, soprattutto fra le persone più anziane e indebolite, molte migliaia di vittime; oppure non c’è alcuna pandemia, e tutto quel che ci hanno raccontato in proposito è solo una gigantesca, vergognosa, criminale menzogna. Tertium non datur. Ma la logica, si dirà, è una cosa troppo sofisticata, e la maggior parte della gente non ne fa uso per le proprie necessità quotidiane. Noi crediamo che ciò sia falso e che la logica, sia pure a livello istintivo ed elementare, venga sempre utilizzata da tutti nel corso delle loro normali attività e delle normali situazioni della vita di ogni giorno. Tuttavia, per amore d’ipotesi, facciamo conto che sia così: che la gente comune non adoperi la logica, ma si fidi sempre e comunque di ciò che le viene detto. Ebbene, in tal caso rimane il buon senso. Il buon senso emerge dai dati ordinari forniti dall’esperienza e utilizza soprattutto il criterio di comparazione: se io so, per averla vista e sperimentata, che una certa cosa avviene in un certo modo, allora, qualora mi si presenti una cosa simile, mi aspetto che debba manifestarsi in maniera simile a quell’altra, cui somiglia. Questa non è logica, è buon senso: il sano e concreto buon senso dei nostri nonni. Non richiede ragionamenti complicati, ma solo un minimo di spirito d’osservazione e un minimo di capacità associativa: di saper associare, cioè, il fatto B al fatto A, avendo osservato che si presenta come simile a quello, e pertanto attendersi da esso gli stessi effetti, o degli effetti non molto diversi. Ora, noi sappiamo che i virus si trasmettono da organismo a organismo: perciò, se può essere comprensibile (purché si sia davvero in presenza di una pandemia) una certa prudenza nel contatto con gli altri, tale prudenza diventa inutile e assurda se si è da soli, in casa, o se si è da soli, in un bosco o in prato, a fare una passeggiata. Perciò, a buon senso, se qualcuno ci viene a dire che dovremmo andare a dormire indossando la mascherina; o se qualcuno pretende da noi che indossiamo la mascherina anche in un prato e in un bosco, lontani da ogni altro essere umano, evidentemente quel tale ci sta chiedendo di fare qualcosa di assurdo e totalmente gratuito. Questo è buon senso.
Ora facciamo un altro esempio. Tutti sappiamo, per dolorosa esperienza, che le zanzare, d’estate, riescono a pungerci anche quando siamo vestiti: attraverso il tessuto dei calzini e perfino quello dei pantaloni di tela, per non parlare del pigiama o del lenzuolo, quando stiamo dormendo. E tutti sappiamo che un virus è infinitamente più piccolo di una zanzara. EH |!!!!! qui sono costretto ad intervenire perchè non è affatto detta che i virus siano realmente esistenti, anzi, a tutti gli effetti, stante il fatto assodato che nessuno è mai riuscito a vedere nella sua essenza un virus, ma solo delle elaborazioni computerizzate dai più avanzati microscopici elettronici a scansione, pertanto, si potrà al massimo ammetterne una insistenza nelle nostre menti e aspettative, ma mai e poi mai una esistenza oggettiva . Il semplice buon senso, dunque, ci dice con estrema evidenza che la pretesa d’imporre a tutta la popolazione l’uso della mascherina, anche nei luoghi aperti e comunque ben aerati, è assurda e totalmente priva di efficacia quanto alla protezione contro il Covid-19. Viceversa, e sempre al lume del puro e semplice buon senso, anche un bambino arriva a comprendere che respirare la propria anidride carbonica per ore ed ore, tutto il giorno, magari anche mentre si è nell’abitacolo della propria automobile, da soli, significa recare un grave danno alla propria salute, rallentando l’ossigenazione del cervello e soprattutto indebolendo proprio le vie respiratorie che, in teoria, essendo le prime ad essere attaccate dai virus, sono appunto quelle che andrebbero in ogni modo rafforzate e rinvigorite. O no?
Perciò, la vera domanda è questa: cosa spinge così tante persone a rifiutarsi di usare sia la logica, sia il buon senso, e a sottomettersi a procedure pseudo sanitarie che palesemente non hanno lo scopo di tutelare la nostra salute, nonché a credere ciecamente, in maniera fideistica, ad una narrazione dei fatti che è chiaramente truffaldina e menzognera? La prima considerazione da fare, per offrire una risposta convincente, è che la logica e il buon senso, benché fossero ancora presenti nella maggior parte delle persone, si erano però da tempo notevolmente indebolite, a causa di tutto il sistema di vita della modernità, che tende a ridurne al minimo l’esercizio, soprattutto a causa dell’uso scriteriato della tecnologia, in particolare della tecnologia informatica e ciò a partire già dagli anni dell’infanzia. Esistevano quindi le condizioni perché si verificasse il corto circuito attuale: qualunque fisiologo o anche un semplice allenatore sportivo possono spiegarci che un organo, se non viene debitamente esercitato, finisce per perdere il proprio tono muscolare ed energetico, e quindi per atrofizzarsi. Poi bisogna fare ricorso al conformismo che sempre la società moderna coltiva con la massima assiduità, dietro i veli di un falso pluralismo e di una falsa tolleranza. La verità è che tutta la civiltà moderna si basa su un costante processo di omologazione e di soppressione delle identità e delle differenze, e quindi il cittadino moderno è un individuo che si trova ad essere sottoposto, anche inconsapevolmente, a una pressione incessante affinché si adegui e si conformi a ciò che pensano, dicono e fanno tutti gli altri, specialmente se si tratta di ciò che indicano o che suggeriscono i persuasori occulti. Gli anticorpi al conformismo sono stati lentamente logorati ed eliminati, uno dopo l’altro: sono scomparsi via via, nel corso degli ultimi cinquant’anni, tutte le agenzie educative e tutti i modelli di riferimento che erano stati in grado di tener desti la logica e il buon senso dei nostri nonni e, almeno in parte, dei nostri genitori. In compenso, siamo stati addormentati dalle dolci e rassicuranti sirene del politicamente corretto, secondo le quali potevamo stare tranquilli e dormire i nostri sonni beati, perché in democrazia non potrà mai succedere quel che successe ai nostro nonni, cioè di svegliarsi una mattina sotto un regime dittatoriale, ma che i rappresentanti del popolo, legalmente eletti, avrebbero vigilato affinché tutta la società fosse protetta e indirizzata alla ricerca del bene comune, e qualsiasi eventuale minaccia sarebbe stata vista e bloccata in tempo. Non abbiamo riflettuto abbastanza sul fatto che la dittatura e il totalitarismo possono essere espliciti, come nel caso dei regimi novecenteschi, ma anche impliciti e ben dissimulati; e che una presunta emergenza sanitaria avrebbe offerto precisamente le condizioni adatte ad attuare una forma sottile, ma spietata, di totalitarismo, catturando al tempo stesso il consenso della popolazione, come e perfino più di quanto potessero fare i totalitarismi espliciti del passato. Infatti, mentre in un regime totalitario classico, ad esempio quello hitleriano o quello staliniano, il consenso viene acquisito sia mediante una parte negativa (la paura) sia mediante un elemento positivo (l’amore e la fiducia nei confronti del capo), nel totalitarismo sanitario attuale vi è solo il fattore negativo, una paura incessantemente coltivata e portata fino all’esasperazione, e manca del tutto qualunque fattore positivo.
Non ci sono dei capi politici da amare, al massimo ci sono degli amministratori pubblici dai quali si spera la salvezza mediante la sollecita distribuzione del miracoloso vaccino.
Detto ciò, cosa resta per spiegare la generale abdicazione della logica e del buon senso? Nulla, se non il terrore che rende le persone irrazionali, e il conformismo, che le rende simili a un gregge di pecore. Pertanto la via d’uscita dall’attuale vicolo cieco è una ed una sola: tornare ad essere persone che usano la ragione e utilizzare una frase ad effetto del Presidente americano Franklin Delano Roosevelt

NASCITA, MORTE E MARE

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