Abbiamo osservato nel parallelo articolo sul Blog capotesta Lenardullier.blogspot.com, che la nascita ha come suo momento clou il parto, un qualcosa che noi abbiamo sempre guardato dall’esterno, tutti, anche la diretta interessata cioe’ colei che lo compie, gravida, addolorata , ma pur sempre condizionata dal visivo, dalla rappresentazione di quel che avviene anche in prossimità’ dell’evento : la stanza d’Ospedale, o la figura della levatrice, l’odore di sangue e di sudore, il proprio corpo in sofferenza, pero' fino all’apparire del bambino o della bambina, niente di quello che sta avvenendo, di quello che costituisce il motivo di tutta quella sensazione e’ percepito dall’occhio. Noi possiamo, dalla testimonianza delle donne esperire il tipo di queste sensazioni, ma assolutamente non sappiamo nulla di cosa percepisca il frutto di quell’evento, ovvero il nascituro e appena nato : quali siano i suoi pensieri, il suo vedere, il suo sentire , niente di niente, solo un sentito dire, un senno di poi, una conoscenza che pure deriva sempre da una metafora, la "metaforasoggetto del parto" . Ora per nostra comodita’, presumiamo che le soggetto sia dotato di un suo proprio raziocinio ed anzi per maggiore nostra comodita’ immaginiamo che non sia solo, ma in compagnia di un gemello con il quale interloquire , e facciamo partecipi di un loro possibile dialogo “ Che dici….?” chiede l’uno all’altro “ci sara’ una vita dopo il parto, e come potrebbe essere ? Io penso che qualche cosa dopo debba per forza esserci, senno’ quale lo scopo di tutto questo buio, di questa nostra angustia? magari chissa’ ci saranno luci mirabolanti con colori vivaci e spazi sconfinati, dove i nostri occhi potranno guardare e le nostre gambe muoversi e forse potremo respirare l’aria direttamente coi nostri polmoni e mangiare cibo con la nostra bocca! ”...” Ma e’ assurdo, camminare e’ impossibile, e mangiare con la nostra bocca poi, il cordone ombelicale e’ l’unica possibilita’ di alimentazione ed e’ troppo corto perche’ possa permetterci di andare in giro a cercare cibo, te lo ripeto la vita dopo il parto e’ da escludere ” …”io invece credo che qualche cosa di diverso, di piu’ vasto, dipiu’ grande, di piu’ luminoso debba esserci debba esserci” ...” gia’ ma nessuno e’ mai tornato dopo il parto a dirci cosa c’è e se ci sia qualcosa di simile a questo fantasmagorico mondo di cui vai cianciando, no credi a me, il parto e’ proprio la fine e non c’è niente al di la’, niente di quello che tu ti vai a fantasticare “ ... “ be’ io non so cosa ci possa essere esattamente , ma perlomeno vedremo la mamma !”... “la mamma?!?! ..."Tu credi nella mamma???? E dove credi che sia ora , con noi no , io riesco solo a sentire l’angoscia del nulla”…”dove dici’?, ma tutt’attorno anoi e’ in lei e grazie a lei che noi esistiamo e magari chissa ‘ ci trasformeremo in qualcos’altro che riuscira ‘ a percepire un qualcos’altro e anche una mamma “... “ balle, tutte balle, io non credone’ alla mamma ne’ a questo tuo mondo immaginario che dovrebbe divenire reale, non ho mai visto ne’ l’una, ne’ l’altro per cui e’ logico che essi non esistano". A questo punto c'è una sorta di chiosa del primo interlocutore, quello che aveva espresso le perplessita' sulla convinzione che non ci fosse nulla dopo il parto, perplessita' verso le quali non possiamo non sorridere avanzando la nostra certezza sulla realta' del mondo di quella visione : “Eppure a volte, quando siamo in silenzio mi sembra di riuscire a sentire come una carezza , una sorta di affiato tra i due mondi di cui lei la mamma e’ il tramite e mi sembra anche di percepire un qualcosa di reale che come ci aspetta e per il quale noi ci stiamo preparando”. Ebbene si la "metafora parto" che possiamo identificare con una "metafora nascita" a ben vedere risulta del tutto equivalente alla "metafora morte" che questa volta possiamo immaginare con due vecchietti su di una panchina di un viale al tramonto a dissertare giustappunto sulla prossima ravvicinata dipartita....stesse domande, stessi dubbi, nell'uno come nell'altro caso, ma in questa seconda accezione siamo in presenza di una eventualita' di trasformazione dove manca un terzo soggetto, il "soggetto supposto sapere" tanto per appropriarci di un'espressione Lacaniana, colui cioe' che conosce l'esito di tale trasformazione, come invecesi era nella precedente , quindi tutti i dubbi, tutte le perplessita'sono destinate a non avere risposta. Viene quindi di affidarci ad una idea di equivalenza tra principio e fine che le antiche culture simboleggiavano nel simbolo dell'infinito, l'Uroboros , il serpente che si morde la coda e in questa sua eterna azione e trasformazione si avrebbe la significanza del fenomeno vita Vale anche una ulteriore metafora quella della goccia d'acqua . a ben vedere la vita di ciascuno di noi somiglia ad una goccia d'acqua, protesa verso il mare. Il percorso che porta da una nube alla distesa marina ha sempre un che di procelloso ed anche di paura che costituisce il rivestimento della goccia e che può appunto essere inteso come il processo della vita stessa, ma poi quando essa si congiunge con il mare, allora non conta più né rivestimento né paura, ma la goccia si è con-fusa nella distesa marina e la sua essenza e' solo l'acqua, non potrrebbe essere lo stesso anche per noi anche nella seconda accezione della metafora morte che rappresenterebbe anche essa un poassaggio, un passaggio di probabile trasformazione, come il parto come la goccia d'acqua rispetto al mare, dove i rivestimenti sono solo una etichetta che non inficia nulla del processo, che ha sempre una confluenza in un qualcosa di piu' vasto, infinitamente piu' vasto
.jpg)
.jpg)

Nessun commento:
Posta un commento