venerdì 1 marzo 2024

LA TECNICA DEL CONFRONTO/SCONTRO E I SUOI MEZZI

Trascendenza, iper-trascendenza, individuazione, definizione, il confronto è sempre attraverso la "technè" ovvero chiamala tecnica, chiamala abilità, chiamala arte, dagli un "archè", uno svolgimento, e ovviamente i relativi mezzi di comunicazione e ti ritrovi sempre con uno strumento tra le mani di cui sei costretto a misurare le implicazioni: il graffite sulla roccia, la stele, la statua con gli occhi dilatati, il libello, il flauto e la lira; sono tutti mezzi di cui l'umanità si è servita per rapportarsi con il trascendere appunto, un qualcosa che si è sempre imposto come alternativa rispetto ad un organico, un biologico, eh si, anche un naturale, che con le loro "necessità" relegavano l'umano ad uno stato animale di cui tutti i Miti hanno valutato i tentativi di superamento. Così si comincia a cercare "un principio di tutte le cose", l'acqua, il fuoco, un non meglio precisato "Apeiron" arzigogolando su frecce che volano e sul "piè veloce Achille che non riesce a superare la sua tartaruga"... "l'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono" diceva Protagora e certo la misura è importante, se si doveva decidere di mettere sul frontespizio all'Accademia la scritta "qui non si entra se non si è geometra!" Gheos = terra, Metros = misura, misuratore della terra; l'Accademia è quella di Platone l'inventore del "concetto" ovvero "quell'uno che sta per molti" e che pone una netta separazione tra "terra" e "cielo" inaugurando tutti i dualismi dell'occidente, che non hanno la quasi liquida sinuosità del simbolo dello Yin e dello Yang dell'Oriente, ma sono sempre opposti, contrastanti, antitetici, immettendo anche il principio del "valore" il mondo della terra dove l'albero non è l'albero, ma qualcos'altro, qualcosa che potrai ritrovare nella sua essenza solo in un iperuranio, "il mondo delle idee". Da una parte quindi qualcosa che non vale, dall'altra quello che vale e che costituisce l'essenza, direbbe Kant "la cosa in sè, ma anche il "noumeno" Ma il criticismo colla sua ragione pura e pratica, col suo giudizio e ovviamente le "categorie" non esaurisce il problema, dato che l'uomo non si è limitato ai giochetti della sua mente, ha anche sempre cercato di mettere, diciamo così, dei paletti al suo rapporto coi mezzi che la "technè" gli ha via via fornito: un costante omaggio a Prometeo il titano che col suo "pensare prima, in anticipo" = pro- methes, la technè, l'ha inaugurata, spezzando la necessità del tempo ciclico, quell'eterno ritorno dell'identico, che il pro-getto quell' altro tempo, quello del "kairos" che i greci antichi individuavano nel "tempo opportuno"riesce a sottrarre alla necessità. La prospettiva di Brunelleschi, di Alberti, di Rossellino e di tutti gli artisti a seguire, che sono si geometri, ma architetti e anche ingegneri, consente già qualcosa di nuovo, che racchiude quella parolina magica "pro": pro-gettare, pro-vvedere, pro-tendere.... e il mondo sembra prenderne atto fino ad andare anche alla ricerca dei "lumi" che possano rischiarare il cammino e non farci sentire "soli, sperduti nel buio" Una battaglia e' perduta, c'è il tempo di vincerne un'altra!" con questa frase, anche la prassi viene immessa nel contendere, si riveste di rutilanti uniformi, si impersona in un singolo, che viene gonfiato simulato, gli si fa recitare la parte del grande stratega e si convince la collettività manipolando, inventando, mentendo,(vedi mio articolo, anzi articoli sul "recitare una parte" nel blog principale Lenardullier.Blogspot.com ) si arriva a convincere persino lui che comincia a credere a quello che gli fanno recitare (Battaglia del Ponte di Lodi) entra nella parte e qualche anno dopo ha un ulteriore prestigiosissimo avallo dal filosofo per eccellenza, il filosofo della storia Hegel che vedendolo passare, sul suo cavallo bianco dopo la battaglia di Jena, esclama "ecco lo spirito del mondo!". La stampa , la comunicazione opportunamente manipolate servono a far passare idee e anche fatti come se fossero verità e la tendenza andrà moltiplicandosi : La nuova Musa, sul finire dell'ottocento, il cinema, fa scorrere, rende mobili le immagini e qualche decennio dopo vi immette anche la parola "signori, aspettate, aspettate un momento: non avete ancora sentito niente!" Poi arriva la televisione, che porta il mondo tra le pareti di casa e quindi l'informatica, il computer, il cellulare, con il moltiplicarsi delle possibilità, anche se c'è sempre il pericolo della ridondanza "tutti parlano, ma nessuno ascolta" il "ci" Heideggeriano diventa dominante e il mondo rischia di tornare "quel mondo spaesato del tacere!" da cui si era partiti. Il disagio però c'è, e viene rappresentato, si fa "technè" anche lui : per un Dante Alighieri è una "Commedia" anche se l'epiteto di "Divina" dovrebbe dare una qualche soluzione, Cervantes la riveste dello spettro della follia, i mulini a vento e l'illusione di Dulcinea, per Goethe è il "patto col diavolo" e ci sono le esaltanti melodie di un Mozart, di un Beethoven, di un Bach, ed ancora le melanconiche liriche di un Leopardi, il Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenauer, ma sostanzialmente nessuna "Gaia scienza" per Nietzsche. Si arriva a Freud e al suo inconscio come discorso "sempre mancato", che ha però proprio in tale mancato, la sua riuscita. Inconscio che è sempre "discorso dell'Altro" ed è canonicamente "strutturato come il linguaggio" per Lacan, mentre Mattè Blanco ipotizza per esso "gli insiemi infiniti" e quindi anche il correlarsi alla fisica sub atomica, la teoria dei Quanti, i diavoletti di Maxwell, il gattino di Schrodinger, e tutta la relatività di Einstein e l'indeterminatezza di Heisenberg, ratificata da Niels Bohr e la sua Scuola di Copenaghen. Insisto nella mia tesi, che il cinema però ha una possibilità in più di esprimere compiutamente tutto l'assunto, anche il disagio, perchè è in grado di moltiplicare e condensare ogni aspetto della realtà: la scalinata di Odessa di Esestein in La corazzata Potemkin, la slitta di Orson Welles in Quarto Potere, la corsa della Magnani in Roma città aperta,

la danza notturna con le pietre attorno alla Giara in Caos dei fratelli Taviani e tante altre sequenze che hanno la particolarità appunto di spostamento e condensazione della realtà (quelle che Freud aveva individuato appunto come precipua manifestazione del sogno, ovvero la "via Regia" dell'inconscio). Un esempio ulteriore potrebbe essere il movimento della macchina di proiezione con lo schermo che scorre tra le case del paesetto in "Nuovo Cinema Paradiso" di Tornatore e restando a tale autore il recente film "La corrispondenza" dove i moderni mezzi di comunicazione vengono impiegati per andare "oltre la vita" una sorta di partita a scacchi dove il risultato non è così scontato.
Il tema, questo eterno contrasto tra la vita e la morte, è affrontato in termini molto più esasperati, quasi da fantascienza in un film che si chiama giustappunto "la Trascendenza" con Jonny Deep e Rebecca Hall, Morgan Freeman dove è proprio l'on-line, internet, l'informatizzazione generalizzata, a condurre il gioco, e bisogna riconoscere, anche con plausibile possibilità. In effetti, sembra proprio che ne sia passato di tempo, anzi di pellicola, da quando Stanley Kubrick, in "Odissea nello spazio" passava dal monolite alla macchina, il cervello elettronico che prendeva il dominio sull'uomo.

MERCIMONIO ALL'ORIGINE DI FARMACI E VACCINI

LA GRANDE MENZOGNA DEL PROTOCOLLON FLEXNER
Chi riuscirebbe a concepire una medicina senza farmaci?  I farmaci simboleggiano il presunto progresso della medicina moderna o quello che viene ritenuto tale.  Un medico, che non prescrive farmaci, non è un vero medico e piu' sono costosi i farmaci, migliori sembrano essere. Si tratta, come nel caso dei vaccini, di una serie di menzogne che hanno una eziologia precisa :  il Protocollo Flexner del 1910 ( che sanci' inequivocabilmente la correlazione tra l'industria petrolifera rappresentata da Rockfeller e le cialtronerie di Pasteur su di una presunta teoria dei germi  che era davvero l'ideale per giustificare l'impiego della chimica nella fabbricazione dei medicinali. Abraham Flexner fu il chimico che si assunse  la responsabilita' di avallare il mercimonio (ovviamente sotto piu' che lauto compenso) -  Alla menzogna e la malafede si aggiunse l'ignoranza e l'imbecillita' : si pensava difatti anche a livello dei cervelloni del protocollo Flexner e della Classe Medica  indottrinata   dal profitto, che i farmaci avessero un effetto locale, sull'organo colpito e non sul cervello. Ma praticamente nessun farmaco agisce direttamente sull’organo, se non si tengono in considerazione reazioni locali dell’intestino nel caso di assunzione orale di tossine, tutti i farmaci hanno effetto sul cervello, ed il loro “effetto” è praticamente dato dall’intossicazione operata proprio sul cervello che si riflette poi a livello organico. Lasciando da parte gli stupefacenti, i narcotici ed i tranquillanti, restano due grandi gruppi di farmaci:

1.    I simpaticotonici – che aumentano lo stress,

2.    i vagotonici - che sostengono la fase di ripresa o di riposo.

Al 1° gruppo appartengono adrenalina e noradrenalina, cortisone,  idrocortisone e farmaci apparentemente molto differenti come caffeina, teina, penicillina, digitale e molti altri ancora. Fondamentalmente possono essere usati tutti per attenuare l’effetto vagotonico, per esempio quando si vuole ridurre un’edema cerebrale, che fondamentalmente è una cosa buona, ma il cui eccesso può comportare una complicazione.
Al 2° gruppo appartengono tutti i calmanti e gli spasmolitici che rinforzano la vagotonia o attutiscono la simpaticotonia. La loro differenza consiste nell’effetto differente che causano nel cervello.
La penicillina per esempio è un citostatico simpaticotonico. Il suo effetto sui batteri è insignificante ed è quasi un effetto collaterale a confronto del suo effetto primario sull’edema della sostanza bianca. Perciò può essere usato nella fase pcl per diminuire l’edema della sostanza bianca. Mentre questo suo effetto è inferiore a quello del cortisone per quanto riguarda le altre zone cerebrali.
Con questo non si vuole sminuire l’importanza della scoperta della penicillina e degli altri cosiddetti antibiotici, solo che questa scoperta è stata fatta con premesse ed immaginazioni sbagliate. Si era partiti dall’idea che i prodotti di decomposizione dei batteri agissero come tossine e causassero la febbre. Allora si doveva soltanto uccidere questi piccoli batteri cattivi per evitare le tossine cattive. Ma questo era un errore! Naturalmente con tali effetti anche i batteri, i nostri amici diligenti, sono compromessi, sono momentaneamente licenziati, in quanto il loro lavoro è stato rimandato a più tardi, quando il percorso sarà meno drammatico. Bisogna però porsi la domanda di quanto possa essere sensato di voler curare un processo di guarigione sensato della natura.
Con lo studio delle 5 Leggi Biologiche di Hamer  si ricusano i farmaci nella asserzione che la maggioranza dei processi sono ottimizzati da madre natura e non necessitano quasi mai di una terapia di sostengo, se non al massimo come palliativo . In caso di durata breve del conflitto, e con ciò di un massa conflittuale minima, di regola non bisogna aspettarsi particolari complicazioni nella fase di guarigione. Restano i casi particolari che in natura avrebbero esito letale, dei quali ci dobbiamo occupare in modo speciale per motivi di etica medica. Nonostante questo anche in futuro perderemo dei pazienti. Ma adesso abbiamo il vantaggio di sapere in partenza cosa aspettarci. Ad esempio non ci è servito a niente di aver ridotto il numero delle polmoniti, in quanto adesso la polmonite viene chiamata carcinoma bronchiale e di questo adesso i pazienti muoiono. Abbiamo semplicemente cambiato “etichetta” alla malattia. Adesso sappiamo che in caso di polmonite (fase di guarigione dopo un carcinoma bronchiale), quando il conflitto (conflitto di paura di territorio) è durato solo tre mesi, la lisi polmonare (crisi epilettoide) non avrà esito letale, anche quando non si interviene con i farmaci. Se il conflitto invece è durato nove mesi o di più, allora il medico sa, che nella crisi epilettoide della polmonite si tratta di vita o di morte, quando non si interviene in nessun modo. In questo caso, per esempio, si dovrebbero somministrare simpaticotonici anche in fase precoce, ma in aggiunta si dovrebbero dare cortisone in dose massiccia, cosa che prima non veniva fatto. Questo immediatamente nella crisi epilettoide per superare il punto critico, che si presenta sempre dopo la crisi epilettoide stessa. Di conseguenza e per logica in caso di DHS nuova o di un recidiva, con il paziente di nuovo in simpaticotonia, il cortisone è immediatamente controindicato. Ma non si può togliere il cortisone di colpo, bisogna ridurlo nell’arco di alcuni giorni o di alcune settimane. Se il paziente continua a prendere il cortisone, aumenta l’intensità del conflitto. Ma sarebbe anche sbagliato di somministrare adesso dei calmanti, in quanto essi darebbero un quadro offuscato con il pericolo di trasformare un conflitto attivo, acuto in un conflitto pendente, subacuto e il paziente potrebbe slittare in una costellazione schizofrenica col presentarsi di un altro conflitto.
Quando per esempio un paziente ha sintomi di angina pectoris, si dice: “Bisogna dargli beta bloccanti, calmanti, in modo che non presenti più il sintomi dell’angina pectoris.” In realtà la natura ha instaurato questi sintomi per risolvere il conflitto (conflitto di territorio; più si cerca di curare i sintomi meno motivo ha il paziente di risolvere il conflitto. A parte il fatto che non sviluppa più la sensazione istintiva di conflitto, sarebbe più indicato aiutare il paziente a trovare una soluzione per il suo conflitto. Appena risolto il conflitto, l’angina pectoris si risolve immediatamente, con o senza farmaci. Questo è il non senso quando si pensa di curare i sintomi e non le cause. Inoltre non sarebbe di nessun aiuto per il paziente, al contrario è molto pericoloso, se il paziente risolve il suo conflitto di territorio spontaneamente più tardi, ma il conflitto è rimasto attivo per più di 9 mesi. Allora il paziente muore in crisi epilettoide di infarto cardiaco. Bisogna per principio valutare molto bene se è consigliabile risolvere il conflitto o se è forse meglio, come fanno d’istinto gli animali (lupo secondario), di trasformare il conflitto di territorio diminuendolo d’intensità, ma non risolvendolo per tutta la vita.  È altrettanto evidente che in fasi che si differenziano fondamentalmente con parametri fisici opposti non può essere d’aiuto lo stesso identico farmaco. Bisogna chiedersi: “Questo farmaco aiuta in fase di conflitto attivo o nella fase di guarigione vagotonica?” Questo aspetto non è mai stato preso in considerazione in tutte le medicazioni. La faccenda si complica naturalmente quando sono in corso diversi conflitti biologici contemporaneamente e magari anche in fasi differenti. Per esempio nella gotta: carcinoma dei tubuli collettori renali attivo, cioè un conflitto esistenziale/del profugo e leucemia, cioè la fase di guarigione di un conflitto di crollo dell’autostima. O per esempio nella bulimia: una combinazione di due conflitti attivi, ipoglicemia e ulcera gastrica. Quale farmaco, globulo, goccetta o polverina dovrebbe funzionare come, dove e per che cosa? Forse si riesce a malapena far scomparire un sintomo o l’altro, ma sicuramente non si può parlare di effetto reale farmacologico e tanto meno di guarigione. Altrettanto vale per la pressione sanguigna alta, che si può sì abbassare artificialmente con dei farmaci, ma che ha il suo senso (biologico), in caso di conflitto dei liquidi per esempio, di compensare funzionalmente il “buco nei tessuti renali” durante la fase di conflitto attivo per garantire di espellere sufficientemente urina ed urea. Per tutta la durata del conflitto la pressione resta alta. Solo con la soluzione del conflitto e la formazione della ciste in fase di guarigione, la pressione si abbassa di nuovo da sola, perfino nei percorsi dei conflitti lunghi secondo i valori inerenti all’età, e questo senza farmaci.

Importante anche distinguere in tutte le fasi PCL se i sintomi scompaiono a causa di una guarigione completa o a causa di una nuova recidiva, che può sembrare un’apparente miglioramento. La somministrazione di pseudo terapia con tossine cellulari (chemio) in queste fasi pcl sembrava mostrare “successi” sintomatici ingiustificati, bloccando i sintomi sensati della guarigione e accettando in cambio intossicazioni gravissime dell’intero organismo. Ma anche tutti i cosiddetti metodi alternativi hanno qualcosa in comune con la medicina sintomatica, indipendentemente se sono dosati in modo omeopatico o allopatico, cioè danno poca o tanta sostanza, muesli, vischio o ossigeno, macrobiotica o fiori di Bach o chi sa cos’altro, e tutti questi rimedi dovevano agire sintomaticamente, a quanto si dice. In realtà l’unica cosa che comanda è il cervello, ed esso non viene preso in considerazione. Una volta chiesero ad Hamer “Signor Hamer, Lei non riesce a misurare l’anima, e cosa può avere
contro i fiori di Bach, che agiscono attraverso l’anima?”. La risposta fu esemplare “Posso dire solo: certo che posso misurare l’anima. Io vedo, che una persona con un determinato conflitto, che è un processo dell’anima, ha un focolaio corrispondente ad una determinata zona nel cervello ed un’alterazione corrispondente nell’organo. Con ciò ho dato determinati parametri all’anima. Non la posso misurare in modo quantitativo, ma la posso dimostrare in modo scientifico.
Naturalmente esiste anche il cosiddetto effetto placebo. Se si “vende bene” un farmaco ad un paziente, fa già effetto all’80 %. Questo non significa che la sostanza funzioni in qualche modo, ma semplicemente che il paziente ci crede. Anche se si fa di buon cuore del bene ad un paziente, questo funziona, indipendentemente da come chiamiamo questo processo.
Il nostro errore era di pensare di dover fare qualcosa, per esempio con i farmaci, poco importa se in dose massiccia o con solo una molecola. Vediamo comunque che negli animali ammalati avviene una guarigione spontanea nell’80 - 90 % dei casi, senza nessun farmaco. Su questo permettete una volta la domanda: com’è possibile risolvere un conflitto con qualche rimedio, visto che adesso sappiamo che questo è il criterio più importante per guarire? Come potremmo provocare con qualsiasi cosa un programma speciale biologico sensato della natura? Se potessimo farlo, allora usiamo pure queste cose. Ma non lo possiamo fare, non esistono queste cose. Perciò certe sostanze possono eventualmente aver solo un effetto di sostegno (lenitivo) nella fase di guarigione, per esempio lo sciroppo per la tosse, ma mai un effetto di guarigione secondo la nostra comprensione, in quanto la fase di guarigione è già iniziata con la soluzione del conflitto.
Le Leggi Biologiche di Hamer non sono  una disciplina parziale che per esempio può essere limitata alla soluzione del conflitto per delegare le complicazioni ad altre discipline parziali, piuttosto è una medicina complessiva, che deve tener d’occhio tutti i passi del percorso della malattia a livello psichico, cerebrale ed organico. Il medico che contempla nella sua prassi il ricorso alle Leggi Biologiche  deve essere un medico a tutto tondo che prende in considerazione sia il corpo che la mente il suo compito non deve essere limitato a somministrare farmaci, ma nel condurre il paziente a comprendere le cause del suo conflitto biologico e della sua cosiddetta malattia, e indurlo a  trovare  insieme il modo migliore per uscire dal suo conflitto ed evitare di cascarci di nuovo. Naturalmente un tale medico può usare per il suo paziente tutti i mezzi utili, anche di tipo farmacologico o chirurgico, ma solo se necessari, per esempio per evitare eventuali complicazioni nel decorso naturale della guarigione, e se lo farebbe anche su se stesso.
Quella che e’ stata definita su anche indicazione di Hamer “La Nuova Medicina Germanica” (di cui il sottoscritto è molto critico sulla dicitura)si basa unicamente sulle 5 leggi biologiche scoperte appunto da Hamer nella sua travagliata vicenda professionale e umana. Se vogliamo prendere in consegna una qualsiasi cosa, questa dovrebbe essere in sintonia con le 5 leggi della natura della Nuova Medicina Germanica. Fino a quando ci saranno ancora persone che credono di poter rinforzare il sistema immunitario (che detto per inciso proprio su convinzione dello stesso Hamer e' qualcosa che non esiste e difatti di cui nessuno ha provato l'esistenza)  con dei farmaci, significa che hanno compreso poco o nulla delle eccezionali scoperte di Hamer. Riguardo poi al successo o meno di una terapia, di una cura, di un  trattamento, lo sbaglio di fondo  e’ partire  dall’idea che il risultato  sia direttamente proporzionale all’impiego dei farmaci, quando Hamer ha sempre insistito su tale punto:  il merito non va ne’ al medico, ne’ ai farmaci, ma sempre e comunque del paziente stesso che ha capito il conflitto alla base del suo problema e ha operato quei cambiamenti che consentono al cervello di capire il messaggio insito nel sintomo corporeo del disagio che e’ stato chiamato malattia

giovedì 29 febbraio 2024

GENTAGLIA IGNORANTE E DI SINISTRA

 

Ho più volte rimarcato come la gente di sinistra, da Togliatti alla Schlein, specie oggi che la ancora non seppellita farsa pandemica e tutte le menzogne, i mezzucci, le imposizioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni,  ha fatto cadere tutte le maschere di pseudo intellettualità e ancor più di  ipocrita impegno, si sia sempre caratterizzata per un dogmatismo di tipo scientista che è il più accreditato erede della religiosità alla Torquemada della Santa Inquisizione. Da Togliatti alla Schlein  "Non siamo mica all'anno zero" diceva uno di questi miei ex e oramai improponibili amici, riferendosi alla medicina, alla scienza sulle iper generali senza neppure un larvato accenno alla fisica quantistica  e ai suoi apparenti paradossi : la doppia fenditura , l'entanglement, l'effetto farfalla, i neuroni specchio, la relatività ristretta e generale di Einstein,  il principio di indeterminatezza di Heisenberg, l'equazione d'onda di Schrodinger, senza neppure un approfondimento alla psicoanalisi oltre quella accreditata dai rotocalchi scandalistici sul pantasessismo freudiano, senza menzione del ribaltamento del Al di là del principio del piacere, della pulsione di morte , della seconda topica, e a quell'analisi "interminabile" che indubbiamente non era in linea con la metodologia di sfruttamento consumista del capitalismo avanzato di dopo la prima e, vieppiù seconda guerra mondiale. "No che non siamo all'anno zero!..."  rispondevo tranquillo io "...siamo all'anno meno uno ! e guarda non ti ci metto neppure la radice quadrata  per passare ai numeri immaginari, perchè non c'è nessun immaginario da perseguire, nè tanto meno inversione di segno che mi riporti attraverso il coniugato al Reale, e quindi ad un reale senza quel razionale, che costituisce la ridicola presupposizione di Hegel e di tutti i suoi ronzini, primo fra tutti Marx, tra i più recenti Popper e il suo esecutore pratico Soros. Siamo all'anno meno uno, negatività totale, senza se e senza ma, che fanno pensare alle avversatissime idee di Guenon, di Evola, di Eliade, ovvero un mondo come declino e non evoluzione, o come disse Juan Donoso Cortes alla Camera dei Deputati di Madrid del 1849  "la causa di tutti i vostri errori, Signori, sta nel fatto che voi ignorate la direzione della civiltà e del mondo: voi credete che la civilta' e il mondo progrediscano, in verita' essi regrediscono"

I pensatori sopraccennati hanno tutti questa verità ben chiara (involuzione e non evoluzione) al contrario degli Hegeliani, i positivisti e sopratutto la mentalità di sinistra che fa il suo esordio nel mondo in uno dei peggiori periodi storici, quello della Rivoluzione francese, e viene ratificata oltre mezzo secolo dopo, con presupponenze non a caso millantate come scientifiche, da un parvenu della filosofia con la sua stracca adesione ai principi hegeliani. La scienza acritica  che i seguaci di Marx e le sue razzaffonate teorie hanno eletto a erede del dogmatismo religioso,  e', in verità e da oltre un secolo, quanto mai fallace e relativissima (anche a non voler considerare la famosa teoria di Einstein e i vari principi della fisica), e i muri delle sue impalcature sono pieni di falle. Viene da pensare a quel "mistero delle cattedrali" che il non meglio definito Fulcanelli un secolo fa indicava come  simbolo di quanto perduto a seguito dell'affermarsi del cosidetto 
 Umanesimo, cui persino un super razionalista come l'architetto Le Corbusier gli rispondeva con il suo "Quand les Cathedrales etaient blanches"  come nostalgia di quel Medioevo, un'epoca altra, indubbiamente migliore. Oggi di certo non ci sono più cattedrali così come non c'è niente che ricordi  la coralità del medioevo ed ecco perchè la cosidetta scienza appare come una sorta di muri diroccati dove tutti hanno sparato i loro proiettili e dove non rimane che lo scheletro dell'antica rappresentatività, però diciamolo, e questo assunto lo traggo non dalla conoscenza per così dire accreditata da questa cultura, che ha dato spazio a idiozie tipo la dialettica hegeliana e il suo ciò che è reale è razionale e viceversa, per non parlare della infame teoria marxiana che si è apoditticamente attribuita il termine di scientifico a
proposito del suo ridicolo materialismo, ma lo traggo da teorie e pensieri altri, tipo i sopraccennati Guenon, Evola, Eliade e tipo anche un libro di cui ho casualmente ripreso la lettura un paio di giorni fa, ritrovandolo come occultato in un ripiano della mia libreria:  "Il mattino dei maghi" di Pauwels e Bergier.

sabato 24 febbraio 2024

INTEGRALE SUI CAMMINI DELLE GOCCE

La vita di ciascuno di noi è come una goccia d'acqua, protesa verso il mare. Il percorso che porta da una nube alla distesa marina ha sempre un che di procelloso ed anche di paura che costituisce il rivestimento della goccia e che può appunto essere inteso come il processo della vita stessa, ma poi quando essa si congiunge con il mare, allora non conta più né rivestimento né paura, ma la goccia si è con-fusa nella distesa marina e la sua essenza e' solo l'acqua: focalizziamo la nostra attenzione  su quell’ infinitesimo rivestimento esterno, neppure palpabile,  che ha un correlato con il nostro essere al mondo nelle sue componenti di percorso di vita con tanto di impressioni, positive, di viaggio, di traiettoria sempre obbligata ma pur tuttavia differenziata, che da adito  a un integrale sui diversi cammini per dirla con Feynman, di una, cento , mille un miliardo di gocce . Il concetto di differenziato mi fa tornare in mente uno dei più grandi dei filosofi Julius Evola e il suo uomo in "cavalcare la tigre" ovvero l'uomo che persegue la tradizione pur senza disporre di una tradizione, ecco come piu’ volte lo stesso Evola ha affermato "l'uomo differenziato e' un tradizionalista senza tradizione" : colui cioe’ che si ribella contro il mondo  moderno non in quanto portatore di di una particolare ideologia, o identita’ conoscitiva, ma  in quanto negatore  in toto dell’essenza stessa della modernita’.
Recentemente il filosofo Aleksander Dugin ha ripreso questa figura evoliana del tradizionalista senza tradizione, dandogli l’epiteto di “Soggetto Radicale” che in sostanza ha la  stessa matrice  di rapportarsi con la tradizione , una matrice cioe’ non esterna suffragata da fatti, eventi, idee, ma interna, ecco viene da dire:  non ex-sistente, ma in-sistente , che promana dal se’ interiore dell’individuo differenziato, che non si limita a negare la modernita’ e rifarsi alla tradizione ma la crea da dentro di se’ in special modo quando essa e’ del tutto assente non solo dal piano del presenta, ma anche da quello del passato. Ecco perche’ di certo un Evola, e lo stesso dicasi per un Dugin e molte altre figure di pensatori non uniformati al pensiero dominante liberalista e sinistrorso ovvero Guenon, Heidegger,  Ionescu, Eliade, Pound, Junger, Codreanu, De Benoist. etc.non hanno mai avuto un riferimento programmatico con un dato periodo o  una data ideologia, e non si sono mai

identificati con nazismo, fascismo, comunismo che sia. Questa loro non appartenenza e differenziazione nel contempo che diviene aderenza ad un mondo non reale, ma solo immaginario  e’ molto piu’ problematica e difficile, soprattutto concettualmente ed ha dei correlati con una delle scienze apparentemente piu’ distanti dal  pensiero tradizionalista : la fisica quantistica. Sembrerebbe infatti di trovarvi una sorta di manuale d’uso in relazione appunto alle diverse possibilità di quell'integrale sui cammini di Feynman, sopra citato  che non segue solo una particella, ma anche un'onda, un flusso (flussione era l'epiteto originario del calcolo infinitesimale di Leibniz che faceva leva su di una sorta di "vis viva" promanante dall'interno di sé (in-sistente) e non dalle cose esterne (ex-sistente) come voleva Newton nella sua versione del calcolo infinitesimale. Tutto questo per affrontare l'altra flussione tutta in negativo che porta ad integrare il percorso della paura , più o meno indotta da mascalzoni, di cuispecie i tempi d'oggi ci danno tanti campioni, internazionali come
Soros,
Gates, Fauci, Schwab e relativi servi, cui purtroppo la nostra nazione ha offerto tanti esempi. La paura è la possibilità più penalizzante del cammino della nostra goccia, che in verità non dovrebbe curarsene, perché il suo thelos è sempre quello di confondersi nella distesa marina e quindi partecipare della sua essenza, l'infinitesimale che noi possiamo calcolare anche tenendo conto della possibilità di proiettare tutti gli elementi di negatività (numeri negativi -1, -2, -3,....-n = i.) e quindi istituire il registro dell'immaginario. Potremmo quindi definire questo assunto della tradizione senza tradizione  la “nostalgia ontologica fondamentale” essa difatti non si basa su nulla, esprimendosi solo  nel rifiuto radicale  del mondo moderno in tutte le sue manifestazioni Un individuo a tal punto differenziato, constata di trovarsi in una decadenza talmente pronunciata, in una oscurita’ cosi’ fitta, che non avendo, ne’ trovando  nulla  che lo

sostenga in tale posizione , deve voltarsi verso se’ stesso , alle profondita’ del suo essere, ed e’ in questo cammino che incontra la goccia che cade verso il mare con la sua forma particolare, con la sua massa, con la sua velocita’, con la sua essenza  che riflette uno stato di smarrimento e di vera e propria paura, cui hanno concorso molteplici fattori, ambientali, naturali, ma anche sociali, come abbiamo gia’ rilevato. Evola, si esprimeva in termini di differenziazione che potesse veicolare questo volgersi verso le profondita’ di se’ stesso, Dugin si rifa’ ad una interpretazione tradizionalista della filosofia di Martin Heidegger  facendo leva  sille figure del “Selbst” (se stesso) e del “Dasein” (esser-ci) io mi ci provo a ricorrere al calcolo infinitesimale leibniziano utilizzando numeri immaginari e la  fisica quantistica che cerca di interpretare i cambiamenti tra “stato” e “flusso”  tipo l’integrale sui cammini di Feynman ma anche quel famoso collasso dell’equazione d’onda  (De Broglie, Dirac, Schrodinger) 
che puo’ benissimo essere trasferito a questo post modernismo (accettiamo in questo la differenziazione Duginiana  tra pre moderno, moderno e post moderno come sorta di tappe della decadenza umana) e auguriamoci che il collasso possa essere trasferito anche e soprattutto all’attuale stato dell’umanita’ che si compone di sempre piu’ terribili minacce alla nostra liberta’ e alla nostra stessa vita . Quando la goccia raggiunge e diventa mare, entra cioe’ nella sua vera essenza non c’è piu’ alcuna ragione di avere paura.

domenica 4 febbraio 2024

RICORDI INVISIBILI

 

Grosso modo nel 1972 quando usci’ “Le Citta’ invisibili “ di Italo Calvino, rapito e affascinato  dalla costruzione di quel libro: le 55 citta’ tutte con nome di donna, il resoconto al Gran Khan di Marco Polo tra l’Immaginario e il Simbolico, ma molto poco del Reale, lo stile dello scritto così suggestivo e poetico di quello che gia’ allora era per me di gran lunga  il preferito degli scrittori italiano e molto ben messo in una ideale graduatoria mondiale dei contemporanei, sentii  l’impulso di far dono del libro a mio madre che sapevo aver conosciuto molto bene Calvino negli anni di guerra a Sanremo.  Dai racconti di mia madre e in parte di mia nonna che si erano ritirate in tale cittadina poco prima dello scoppio della guerra, causa un temporaneo trasferimento del rispettivo padre e marito che era un ufficiale di carriera dell’esercito, Sanremo era una sorta di microcosmo del panorama dell’Italia di allora con tanto presente dove si aggiravano personaggi che avrebbero fatto tanto futuro come appunto Calvino che
era ancora uno studente liceale , ma anche il suo amico Eugenio Scalfari e soprattutto uno parecchio piu’ grande, laureato in medicina dal 1942
 che  si chiamava Felice Cascione e che era un po’ il modello di entrambi, tant’è che dopo la uccisione di questi in uno  scontro contro i fascisti,  decisero di dedicarsi alla lotta armata nelle fila dei partigiani. Cascione era un medico, e si era adoperato in diverse occasioni per le cura a feriti, ma era anche un uomo d’azione che, dopo una gioventu’ tra littoriali e GUF con tanto
di premi, aveva scelto, sul proseguo degli smacchi del Paese in guerra, di impegnarsi prima intellettivamente contro il Fascismo, aderendo sul finire del ’42 al Partito Comunista,
  poi  dopo l’8 settembre anche militarmente come partigiano; era anche un sensibile intellettuale  e un paroliere di canzoni tant’è che sul refrain della canzone russa  Katiuscia aveva composto la famosa “Fischia il vento” vero inno della Resistenza e non la costruita a tavolino  di 20 anni dopo in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto “Bella Ciao”. Una parabola comune a molti giovani quella di aderire alla resistenza e alle formazioni partigiane, ma anche quella opposta cioe’ di arruolarsi volontari nella RSI in particolare nella fascinosissima X Mas, erede della celeberrima X flottiglia Mas che tanto si era distinta in arditissime azioni contro la flotta inglese e che era comandata dal Principe Medaglia d’oro al v.m. Junio Valerio Borghese, e mia madre che era una ragazzetta che aveva 14 anni all’inizio della guerra  civile e 16 alla fine, era amicissima con entrambi i rappresentanti, pero’ debbo convenirne con una spiccata preferenza per i secondi cioe’ i Repubblichini con tanto di Sahariana della “Decima” baschetto sulle ventitre’ stemma con pugnale tra i denti e il motto
dannunziano “Memento audere semper”: il troppo chiacchierare come faceva Eugenio o anche il troppo pensare di Italo, le erano poco congeniali , tant’è che quando le regalai quel famoso libro de Le citta’ Invisibili” , il giorno seguente me lo rispedi’ al mittente con le parole “libro illeggibile, noiosissimo, come era noioso lui” per poi precisare "lui e tutta la cricca dei suoi amici". Ora qualche anno dopo intorno ai primi anni ottanta ricordo che fui presente ad un casuale incontro tra mia madre e Scalfari dalle parti della sede dell'orrido giornalaccio fondato da quello, e non fu per niente affabile,
come lo era stato con altri amici del periodo sanremese, il marito della grandissima amica Luciana che era un ex tenente dell'aviazione divenuto Generale, la stessa Luciana, un certo Pierino che faceva ancora il dentista a Sanremo  che presumo quello si essere stato un grande perduto amore  di mia madre e non certo Italo Calvino o Eugenio Scalfari e meno che mai Felice Cascione che di certo era 
troppo piu' vecchio, dato che ne faccio cenno solo adesso , pare che tutti quanti fossero stati follemente innamorati di lei, essendo in effetti piuttosto bella, in primis proprio Italo Calvino. Ho detto di Sanremo e del fatto che rappresentasse in se' un panorama ed anche una atmosfera di passato, presente e futuro nelle categorie del Reale, dell'Immaginario e del Simbolico un po' come il libro Le Citta' Invisibili, nel quale pensavo in qualche modo mia madre si riconoscesse. Ma così non era stato, nei ricordi di mia madre si affollavano personaggi alquanto variegati , un'altra grandissima amica era stata Isa Barzizza futura
soubrette di Macario e Toto' che allora era nota solo per essere la figlia di Pippo Barzizza uno dei maestri d'orchestra piu' in auge, un bellissimo Sottotenente della X Mas che era stato trucidato dai partigiani subito dopo la cosidetta liberazione, il nipote di Riccardo Bacchelli  che era Tenente dell'esercito nel reparto comandato dal padre il Colonnello Scarcia, un efferatissimo partigiano di 19 anni che si era nominato Ghepeu e che aveva le unghie intrise di sangue  che popolava il terrore di quel periodo visto nel suo culmine. Tutto questo io avevo assorbito appunto in racconti  che sia mia madre che mia nonna mi avevano trasmesso spesso e volentieri nelle sere d'estate sul balcone di via Nicolo' V e che a questo punto posso benissimo catalogare come ricordi invisibili in parallelo alle 55 citta' di Calvino, che per me che l'ho mai verificato nella realta' di certo noioso non e'

 

lunedì 29 gennaio 2024

MASCHILE E FEMMINILE NELL'ORIGINE DI PRAGA


Praga ha una origine controversa dove non e' dato che
collocare con precisione il confine tra storia e leggenda. Gli studiosi non hanno dubbi, la origine di Praga è da accreditare ad un non meglio precisato signorotto locale che capì per primo l’importanza strategica di un sito collocato a ridosso dell’ansa di un fiume con un’altura prospiciente, a sua difesa e altre disseminate nei paraggi, e quindi trasferi’ la sua residenza . Il suo nome ? Duca di  Bořivoj (ammesso che Duca fosse il suo titolo), vissuto tra il IX e X secolo, rozzo, anzi rozzissimo, che mangiava con le mani e la sua reggia altro non era che una capanna fatta di tronchi, ma che oltre a quell’intuizione della migliore posizione sia per la difesa, sia per le possibilità di commerci, ne ebbe un’altra, forse addirittura più gravida di futuro: quella di convincersi a convertirsi al Cristianesimo.

IL BATTESIMO DI BORIVOJ
Il nome Praha, sempre per i nostri studiosi, sarebbe da addursi ad un storpiatura del termine “na praze” che significava disboscare un terreno col fuoco, cosa che indubbiamente fu necessaria, quando si dovette adattare la zona tra altura e fiume, quella che oggi è chiamata Mala Strana. Tutt’altra storia, personaggio, luogo (non l’altura a ridosso dell’ansa del fiume, ma assai più giù), e persino l’etimologia del termine Praha, che sarebbe “prah” che in ceco significa soglia, per la leggenda che pone invece una donna, o meglio una principessa e anche una profetessa come fondatrice della città, quella che a noi è arrivata col nome di Libuše, colpita da un ragazzo che stava intagliando appunto la soglia della sua casa . Libuše e Bořivoj, soglia o disboscamento con il fuoco, voi per quale optereste? Voi quale scegliereste se, diciamo, foste membri di una dinastia, come i Premysli, che solo da pochissimo era pervenuta alla dignità reale e aveva un fortissimo bisogno  di legittimare, anche con un’appropriata tradizione, il suo potere? da una parte un rozzo capo tribù, magari un tantino più avveduto e scaltro di altri signorotti locali, ma che mangiava per terra e con le mani e aveva una residenza fatta con tronchi di legno, dall’altra una dolce e avvenente fanciulla, ispirata profetessa che fa il verso a Virgilio nella formulazione della sua visione, “Urbem conspicio fama quae siderea tanget…” mostrando quindi una raffinata cultura.
LA VISIONE DI LIBUSE
Incontriamo la figura di Libuše che non si chiamava ancora così, anzi per la verità non aveva neppure un nome, ma era solo genericamente indicata come una profetessa, parecchio prima dell’anno mille, in storie e racconti popolari, la cui trasmissione di tipo orale era solo occasionalmente e assai confusamente tradotta in qualche scritto, ma è grazie ad un diacono dal nome Cosma vissuto nella metà dell’XI secolo, che il nome comincia a delinearsi, non come quello che è arrivato a noi, ma con quello di Lubossa, con tutta
 probabilità in associazione al nome di Matilde di Canossa, una donna assai famosa in quell’epoca e che il diacono, in numerosi passi del racconto, mostrava di conoscere molto bene. E’ indubbio che questa prima versione del mito fatta da una persona coltissima (futuri continuatori della storia, come ad esempio Clement Brentano, ammiravano la eleganza del tardo stile latino del suo “Cronica Bohemicarum”) in servizio presso la dinastia al potere in Boemia, i Premyslidi, risenta di un forte intento agiografico, difatti dare un nome alla protagonista del mito che si associasse ad una delle donne più celebri dell’epoca non poteva che rafforzarne l’impatto sulla immaginazione popolare ed in qualche modo lusingare quegli stessi sovrani, che, come si è detto, da non troppo tempo, erano passati da nobilotti di provincia al rango reale. La Lubossa di questa primissima versione del mito è alquanto contraddittoria: risente della cultura del suo autore, e riprende il tema della figlia più piccola contrapposta alle due sorelle malvagie (il padre Krok, figlio di Czech alla sua morte non aveva lasciato figli maschi), ma nelle sue ulteriori manifestazioni si mostra alquanto avversa al marito Premysl, che pure aveva scelto a seguito di una visione nella quale aveva visto un contadino tra l’aratro e due buoi chiazzati. Anche nella successiva visione dell’intagliatore intento a lavorare alla sua soglia, la fatidica “ prah” dove in una nuova trance sempre lei, aveva indicato dove sarebbe sorta la nuova città, c’è qualcosa che non torna: come mai i due personaggi (aratore e intagliatore) non erano coincidenti, e perché subito dopo il trasferimento da Vyšehrad ad Hradčany, invece di una idilliaca generale solidarietà, si era arrivati addirittura ad una guerra tra uomini e donne, la cosidetta “guerra delle fanciulle”? Sembrerebbe proprio che il diacono Cosma, ma soprattutto i Re Premyslidi che senza dubbio sovraintendevano alla stesura delle “Cronichae” ci tenessero a mantenere il mito ad un livello solo di accenno – non avevano potuto scegliere il rozzo Bořivoj e neppure qualcun altro Duca a lui successivo, come ad esempio il famosissimo Venceslao, perché oramai indisponibile per il ruolo di fondatore, date le vicende più circostanziate (contrasto con la madre, con il fratello, uccisione e persino canonizzazione) della sua vita, ed erano stati costretti a scegliere una figura femminile.
Il femminile è sempre più archetipo, più ancestrale del maschile, ed inoltre su di esso erano incentrate anche le tradizioni orali del luogo e quei pochi scritti precedenti, che alludevano chiaramente ad una profetessa – però era quanto mai necessario che una volta assolto al suo ruolo, diciamo così istituzionale, uscisse velocemente di scena, lasciando spazio ai degni rappresentanti della dinastia Premyslide. 
Nella controversia tra storia e leggenda, ovvero tra Bořivoy e Lubossa, non c’è alcun confronto di popolarità e riscontro: il povero Bořivoy è pressocchè assente dalla tradizione nazionale e per trovare almeno una strada che lo ricordi dobbiamo inerpicarci per i saliscendi del popolare quartiere di Žižkov, il quartiere che deve la sua denominazione all’eroe Hussita Jan Žižka: è li che si snoda la lunga e contorta Bořivojova, una strada con costruzioni sul popolare e molte moltissime birrerie. Tutt’altra musica per la dolce Libuše, dove c’è un intero quartiere a ricordarla, il quartiere di Vyšehrad,! Libuše di cui non si contano le statue, i dipinti, le raffigurazioni su palazzi, sulle hall di alberghi, sui saloni di ristoranti. C’è pero da fare una precisazione: il Mito così come lo percepiamo oggi, nomina Libuše e non Lubossa la controversa protagonista delle Chronica Boemicorum del diacono Cosma. Sembrano differenze marginali, l’eliminazione di una “o” lo spostamento della “u” e la perdita di una delle due “s”, ma a queste sia pur insignificanti modifiche del nome tengono dietro radicali trasformazioni del personaggio che nel corso dei secoli ha perduto tutto il suo carico di ambiguità ed è divenuta l’attuale eroina a tutto tondo della tradizione. A cominciare l’opera di revisione era stato l’imperatore Carlo IV che intorno alla metà del ‘300 aveva incaricato un autore italiano di riadattarne il mito a proprio uso e consumo, si da offrire anche una sorta di omaggio per la propria adorata madre, la principessa Eližška, ultima esponente della dinastia Premyslide. Ad occuparsi di Libussa che già in quella prima revisione aveva perduta la “o” richiamo troppo esplicito a Matilde di Canossa, furono, nel corso dei secoli successivi, un numero altissimo di autori, persino esponenti di punta delle letterature germanica e austriaca del periodo romantico, come Brentano e Grillparzer, che oltre ad inserire irrevocabilmente il personaggio nella cultura ceca, riuscirono a farne una figura della tradizione mitteleuropea. E’ nella seconda metà dell’ottocento che il Mito si stabilizza ed assume anche la denominazione attuale Libuše; il merito principale non è da ascrivere, ad uno scrittore, storico, saggista o novelliere che fosse, bensi ad un musicista Bédrich Smetana. Smetana c’è da precisarlo, non era un uomo staccato dal contesto popolare e sociale del suo paese, che era all’epoca sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, né come l’altro grande compositore ceco Dvořak, interessato soprattutto a confrontarsi con le più avanzate tendenze europee in campo musicale: in lui gli elementi di riferimento ad un passionale patriottismo erano preminenti e si traducevano con facilità in composizioni enfatiche, celebrative. Una precedente dimostrazione di tale ispirazione, si era avuta nell’opera “Vtlava” che faceva parte di un ciclo intitolato “la mia Patria” (Ma Vlast), dove, oltre all’incondizionata accettazione da parte dell’autore, del mito completo con tanto di antecedente di Czech e l’assurdo storico di Vyšehrad precedente a Hradčany, la musica era al servizio del racconto e sottolineava con un ritmo maestoso, incalzante addirittura trionfale il punto in cui il fiume entrava nella piana di Praga.
Nell’opera “Libuše” non a caso scelta per l’inaugurazione del Nàrodnì Divadlo nel
 1881 e alla quale più che in ogni altra composizione resta affidata la fama di Smetana, quello stesso ritmo celebrativo e trionfale veniva trasposto dalla Rocca di Vyšehrad a quella di Hradčany e faveva da contesto alle ulteriori visioni profetiche della protagonista che come in una lanterna magica elencava i maggiori eroi della Nazione.Oltre alla storia e leggenda della sua origine, una città importante ha in genere, qualche connotazione particolare: Parigi è “la ville lumiere” Genova “la superba” Palermo è “felicissima”  Roma ha quella faccenda “delle strade”…Praga, è notorio è “la città d’oro!”  Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogni Petrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin, così come “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di Luce” di Seifert.
Praga può anche essere molto più “normale” di quanto si respira nelle pagine del famoso libro di Angelo Maria Ripellino “Praga Magica” – così alla corte di Rodolfo II c’erano artigiani, intagliatori di pietre, maestri di lavorazione dei cristalli, personaggi di solida concretezza come Brahe e Keplero e la celeberrima Zlatà Ulička (la straduzza d’oro) era in verità abitata più da questo tipo di persone, financo da lacchè e stallieri, 
che dai misteriosi alchimisti; per Mozart era un palcoscenico più caloroso di Vienna o Salisburgo, mentre  Goering
il famoso braccio destro di Hitler, ai tempi dell’invasione del 1939, si rallegrava con Ciano che non ci fosse stata resistenza “sarebbe stato davvero un peccato distruggere una simile bella città”  e in tal senso il nazismo mostrò di apprezzare molto più del successivo regime comunista il fascino conturbante della città, anche se certo con intenti dettati più dalla conquista e dall’assimilazione che dal semplice piacere estetico: nel 1942 uscì difatti dalle case di produzione germaniche un film, soffusa
 pellicola a colori, colonna sonora con le musiche di Smetana, vincitore tra l’altro della Coppa Volpi a Venezia, che cercava di tradurre la Zlatà Praha nella “Die Goldene Stadt” giustappunto “Praga la città d’oro

sabato 20 gennaio 2024

ANNA DELLE RIVERENZE E IL PIU' GRANDE TERAPEUTA DI OGNI TEMPO

L'origine dell'inconscio e' tutta europea, Freud, Jung, Ferecnzi, Adler…. ,  anzi piu' che europea proprio del bel mezzo dell’Europa, ovvero “Mitteleuropa” con la Felix Austria, Franz Joseph,  la Hofburg, la Marcia di Radetzsky, i valzer di Strauss , il Bieder Meyer, Thomas Mann e la Montagna incantata, già!, ma anche con la guerra 14--18 e “al di là del principio del piacere” che doveva rappresentare una sorta di condensazione di tutto il pensiero psiconalitico  identificandolo con la pulsione di morte, sempre ad opera del suo scopritore il viennese Sigmund Freud. Nel 1907 Freud assieme a Jung era stato invitato in america e se ne era uscito con una frase che era tutto un programma “non sanno che siamo venuti a portar loro la peste!”
però di inconscio in america si cominciò a parlare solo dopo la guerra, più che altro per negarlo in nome di un pragmatismo che aveva una certa rispondenza nella cultura e mentalità statunitense e traeva ispirazione dalle opere di Ralph Waldo Emerson, prendendo i suoi maggiori teorici in Charles Sanders Peirce e William James e nel filosofo e 
pedagogista John Dewey, che chiamò il suo pragmatismo “Strumentalismo”. Fu l’arrivo nelle università americane di emigranti d’eccezione come Karen Horney e Frieda Fromm-Reichmann, che diffusero seriamente la nuova scienza negli Stati Uniti,  ma il primo nome squisitamente autoctono che viene fuori è quello di Harry Stack Sullivan, cofondatore proprio assieme alla Horney, della Scuola psichiatrica di Washintong, dove più che all’inconscio, l’accento veniva posto nella situazione
interpersonale del soggetto e in una più pronunciata interazione medico-paziente. Sullivan è considerato il più importante esponente di quella 
concezione interpersonale della psicoanalisi che si rifà più ad Adler che a Freud e che influenzerà moltissimo proprio quella maggiore pragmaticità che anche negli anni avvenire sarà una sorta di costante della psicologia statunitense. Il famoso Mental Research institute of Psicology di Palo Alto, diretto dal grande studioso inglese Grigory Bateson che a partire dal 1939 a causa della guerra si era trasferito negli USA, rimanendovi fino alla morte, ne è stato forse il momento più elevato “La scuola di Palo Alto” sarà uno dei momenti più esaltanti della cultura e terapia post freudiana che giustappunto trovò nuovi approcci
LA SCUOLA DI PALO ALTO
alla problematica della malattia mentale, non solo nell’accezione delle nevrosi, ma anche nel campo della psicosi che lo stesso Freud aveva considerato “fuori bordata” – i collaboratori di Bateson, nonche fecondi autori e terapeuti, Weakland, Haley, Watzlavitch, ridisegnarono tutta la mappa dell’intervento terapeutico, correlandovi giustappunto quel certo spirito di pragmatismo ovvero di verificabilità dei risultati, che si avvaleva altresì di veri e propri maghi della terapia come Virginia Satir, ma sopratutto come Milton H.Erickson. Non a caso Bateson
 inviò  da Erickson nel suo oramai leggendario studio di Phoenix, i suoi più brillanti collaboratori per studiarne e apprenderne le tecniche sul’approccio dei pazienti e sulla metodologia dei suoi interventi il cui pieno successo aveva dell’incredibile. Per la verità Milton Erickson, sebbene fosse laureato in psichiatria differiva in toto da tutta la prassi terapeutica europea e anche americana e soprattutto non faceva parte di nessuna scuola e di nessun indirizzo. A livello quasi personale aveva studiato profondamente l’ipnosi e aveva elaborato sue tecniche personalissime che più che a un medico lo facevano assimilare ad un “guru” ad un mago infallibile, difatti curava tutti e lo faceva con una semplicità disarmante, storielle apparentemente irrilevanti, una stretta di mano, un’occhiata di traverso, tanto bastava perché un paziente affetto da decenni da una determinata turba, ne uscisse guarito nel proverbiale “battito di ciglia” Ovvio e naturale che i brillantissimi studiosi di Palo Alto ne risultassero sconcertati e cercassero chi più chi meno di sistemizzare la sua prassi terapeutica L’etichetta di padre dell’ “approccio strategico alla terapia” gli fu data da Jay Haley, altri ne cercarono di replicare alcuni suoi magistrali interventi, e dato che lui, pur scrivendo parecchio, non aveva mai sistemizzato in modo organico le proprie teorie e tecniche, provvidero loro a analizzarle e organizzarle, tant’è che la maggior parte dei libri di Milton Erickson sono in realtà trascrizioni, registrazioni di sue lezioni, di suoi interventi, fatte appunto da questi eccezionali allievi (il già citato Jay Haley, Ernest Rossi, Jeffrey Zeig, Paul Watzlavitch e non ultimi gli ideatori della PNL (Programmazione Neurolinguistica) Richard Bandler e John Grinder che proprio dal sistematico studio della sua terapia trassero ispirazione per la loro nuova scienza.   Milton Erickson, proprio come tutte le persone che dispongono di qualche peculiarità fuori dall’ordinario, traeva la sua straordinaria efficacia anche da oggettive deficienze fisiche : fin da giovanissimo aveva sofferto di problemi neurologici  -  era nato con alcuni deficit sensoriali come amusia o sordità tonale (cioè incapacità di apprezzare e cogliere l’armonia dei suoni musicali), dislessia e un grave daltonismo, che gli permetteva di apprezzare veramente il solo colore viola; inoltre soffriva di allergie e si ammalò due volte di poliomielite (da ragazzo nel 1919 e da adulto nel 1952) rischiando di morire, e questa malattia gli lasciò un’ulteriore disabilità fisica: l’atonia muscolare e un’aritmia cardiaca Contro la prognosi dei medici che, una volta che uscì dal coma, affermarono che sarebbe rimasto paralizzato, a 17 anni, dopo il primo attacco di poliomielite, Erickson riprese a camminare e a parlare, ma passò gran parte della sua vita zoppicando, facendo prima uso di un bastone o delle stampelle, e infine di una sedia a rotelle, data la progressiva paralisi delle gambe e di un braccio che si manifestarono dopo i 50 anni In età matura soffriva per terribili dolori, soprattutto negli ultimi anni della sua vita (morì a 78 anni), per cui doveva far uso di antidolorifici e aiutarsi con l’autoipnosi. In verità tutte queste disgrazie contribuirono eccezionalmente alla sua crescita interiore e al suo sviluppo come professionista poiché, imparando a guarire prima sé stesso, divenne infallibile nel guarir e gli altri.

Gli 
esempi di trascrizione dei suoi interventi sono disseminati, come detto, in moltissimi libri, “Phoenix”, “l’uomo di febbraio” e la trascrizione da registrazioni di suoi interventi in grandi volumi numerati, ma uno dei più straordinari è anche quello dal titoli più accattivanti, un titolo che esso stesso un’induzione ad apprendere, a cambiare, a guarire, previa una continua “se-duzione” : “La mia voce ti accompagnera’ ” e lì che si può seguire una serie di straordinari interventi, che  vale la pena di seguire passo passo le modalità per constatare  come il grande terapeuta arrivava sempre, con una facilità disarmante, ma anche con una genialità che aveva sempre qualcosa di magico a risultati utili; si tratta di un pezzo apparentemente banale, ma che pure contrassegna in pieno, la tecnica di induzione indiretta con la quale di volta in volta Milton effettuava un intervento: anche la titolazione di questo episodio è estremamente suggestiva e sembra che poco abbia a che fare con una terapia “Anna delle riverenze” .... comincia così ”nella mia classe (è Milton che parla) c’era una ragazza che era stata in ritardo a tutte le lezioni al liceo. Era stata richiamata dagli insegnanti, e aveva sempre promesso con molta grazia che la volta successiva sarebbe
arrivata in orario. Fece tardi a tutte le lezioni al liceo, eppure aveva sempre ottimi voti. Era sempre così piena di scuse, così piena di credibili promesse. All’università, a tutte le lezioni fu in ritardo, redarguita per questo da ciascun istruttore e professore. Lei scusava sempre con grazia e sincerità, prometteva sempre di fare meglio in futuro, e continuava a fare tardi. E aveva sempre ottimi voti all’università. 
Il mio primo giorno” spiega Milton ” arrivai alle
 sette e mezza per la mia lezione delle otto e tutta la classe era lì che aspettava, tra cui Anna, la ritardataria, così alle otto tutti in fila entrammo in aula, tutti eccetto Anna. Su ogni lato dell’aula c’èra una corsia di passaggio. C’era un passaggio sul dietro dell’aula, e un altro sul lato ovest. Gli studenti non ascoltavano la mia lezione, ma guardavano tutti verso la porta. Io, parlavo tranquillo, e quando la porta si aprì, molto dolcemente , delicatamente e lentamente, Anna fece il suo ingresso, con venti minuti di ritardo. Tutti gli studenti fecero uno scatto con la testa e guardarono verso di me. Videro il mio segnale per farli alzare e tutti capirono il mio linguaggio. Per tutto il tempo che Anna impiegò per andare dalla porta opposta di fronte all’aula, traversando tutta la parte posteriore, poi a metà per il lato opposto e sedersi, in un posto della parte centrale, io le feci le riverenze. E tutta la classe, in silenzio, le fece le riverenze lungo tutto il tragitto. E alla fine della lezione, ci fu una selvaggia corsa all’uscita. Anna e io fummo gli ultimi a lasciare l’aula. Io presi a parlare del tempo a Detroit, o di argomenti del genere, mentre camminavamo giù per il corridoio, e intanto un usciere le fece una muta riverenza; alcuni studenti dei primi anni vennero nel corridoio e silenziosamente le fecero la riverenza; il preside si fece sull’uscio del suo ufficio e le fece una riverenza; per tutta la giornata, la povera Anna venne in silenzio riverita. Il giorno dopo era la prima in classe, e lo fu da allora in poi. Anna aveva sopportato i rimproveri del preside, i rimproveri di tutti i professori, ma le mute riverenze, quelle non le poteva sopportare, e divenne la persona più puntuale del Paese” .Si obietterà “ma questa non è una vera e propria nevrosi, è una piccola turba, un fastidio più che altro” Ecco proprio da questo, dalle piccole cose, cominciava la terapia Ericksoniana, lui aveva bisogno di piccoli indizi, che scopriva sempre con straordinaria perspicacia e da quelli trascinava il paziente dove voleva lui e dove stava la guarigione, dalla piccola fobia, alla grande, alla nevrosi financo alla psicosi, perché la sua massima era sempre quella “entrare nel mondo del paziente, seguirlo e poi, pian pianino o magari con una mossa ad effetto, spettacolare, incominciare a portarlo altrove. Insomma il canonico “ricalco e guida” alla base di tutti i fenomeni ipnotici e sistemizzato soprattutto dalle prime opere di PNL di Bandler e Grinder. Su ispirazione delle teorie di Erickson è stata realizzata in america, una serie di sceneggiati, protagonista Tim Roth, dove appunto veniva riportato questo tipo  di
terapia, unitamente al fatto, che Erickson era in grado di prevenire tutte le reazioni di una persona, precederla in ogni ragionamento, capire quando mentiva, indurgli confusione o amnesia, e muovendosi con consumata abilità tra i vari sistemi rappresentazionali, ovvero vista, udito, tatto, gusto, olfatto, passare da uno all’altro per indurre il cambiamento. Gli studi di Pragmatica della comunicazione della Scuola di Palo Alto, continuati anche dopo la morte di Erickson, soprattutto da Haley e Watzlavitch, da noi in italia dal prof.Nardone, i resoconti di alcuni dei suoi più assidui allievi e collaboratori citati Ernest Rossi e Jeffrey Zeig, ma soprattutto la PNL di Bandler e Grinder, rappresentano una sorta di possibilità, per noi oggi, di misurarci con forse il più grande terapeuta di tutti i tempi, che ironia della sorta non e' viennese e neppure europeo, ma paradossalmente americano

NASCITA, MORTE E MARE

  Abbiamo osservato nel parallelo articolo sul Blog capotesta Lenardullier.blogspot.com,  che la nascita ha come suo momento clou il parto, ...