Ho deciso di condividere su questo Blog al femminile de La passeggiata delle cattive, fatti e persone con portamenti e storie che enfatizzino giustappunto il femminile, modificandone magari un tantino il testo da uno degli altri blog di mia fattura . Così se nel precedente post avevo scelto Edy Lamar un po' per la bellezza, un po' per la intelligenza, un po' per i suoi correlati da una parte con il Cinema dall'altra con la Fisica quantistica, nel presente si prende in esame Elisabetta di Baviera, Regina,Imperatrice rimasta famosa come Sissi. A lambire, solleticare entusiasmo, interesse e persino una forma di estasi non sono solo opere d’arte, romanzi, quadri, musiche , film,…. qualche volta capita che una persona umana ci si avvicini particolarmente: con la sua presenza, con il suo pensiero, con il suo comportamento, con il suo stesso essere e anche con il suo non-essere: persone a volte importanti, si che il loro esempio e’ entrato a far parte di quel cosiddetto “immaginario collettivo”, come… ecco la mitica anche se realissima Sissi, ovvero Elisabetta di Baviera, poi Imperatrice, sulla quale sono stati fatti una pletora di libri, biografie e famosi, anzi famosissimi film come quelli con protagonisti la deliziosa Romy Schneider. Elisabetta, detta Sissi era la figlia del Duca Massimiliano di Baviera della famiglia dei Wittelsbach, un nobile un po’ sui generis, che poco si occupava della vita di corte e preferiva vivere semplicemente tra cacce, donne, bevute e grandi mangiate soprattutto nella sua residenza estiva di Possenhofen, una tenuta cui Sissi era cresciuta e che le era molto cara. Anche la madre Lodovica faceva parte della famiglia Wittelsbach, ma era la figlia del Grande Elettore Massimiliano, che poi divenne Re e quindi apparteneva al ramo principale della famiglia Reale, quindi a rigore era di un livello più elevato del marito; era tra l’altro sorella dell’arciduchessa Sofia, la madre di Francesco Giuseppe destinato a divenire Imperatore, ma anche lei come il marito non fu mai attratta dalla vita di corte e preferì sempre una vita casalinga e semplice. La nostra Sissi, cresciuta in questa atmosfera, diciamo così molto poco formale e per nulla attenta a etichette e costrizioni, sviluppò pertanto un carattere libero, spensierato, disinvolto, amante della natura e delle cose semplici e per di più con un animo sensibile e in linea coi tempi, assai romantico. A quattordici anni si innamorò di uno scudiero del padre, ma ovviamente essendo il ragazzo di basso lignaggio venne allontanato dal palazzo, cosa che nell’animo gentile della fanciulla produsse un effetto sconvolgente, aggravato dal fatto che poco dopo quegli morì. Comincio così a scrivere strazianti poesie sul suo amore sfortunato e a manifestare i tratti di quella melanconia e insoddisfazione che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita. L’amore per la natura, la semplicità, la relativa libertà di cui godeva pur essendo di famiglia nobile, imparentata con Re e Imperatori, si coniugava quindi ad una sensibilità particolarissima, alimentata da una letteratura struggente di quella metà del secolo, mentre andava facendosi sempre più evidente una ulteriore caratteristica che avrebbe giocato una parte di primaria importanza nella sua vita: l’avvenenza. Crescendo difatti la giovane duchessa andava facendosi sempre più bella: era altissima per i suoi tempi, un metro e settantadue centimetri, ovvero una misura che pochi uomini raggiungevano, i capelli lunghissimi, il fisico temprato dalle scorrazzate all’aria aperta, le cavalcate, e tale avvenenza doveva giocare una parte di rilievo quando la zia Sofia aveva deciso di dare in moglie sua sorella Elena, al proprio figlio Francesco Giuseppe che per una serie di circostanze era asceso nel dicembre del 1848 al trono Imperiale d’Austria. L’Arciduchessa Sofia aveva deciso di far incontrare i due ragazzi a Ischl residenza estiva dell’imperatore, durante la festa di compleanno di quest’ultimo e annunciare pubblicamente il loro fidanzamento, ma la mamma aveva portato con se’ anche Elisabetta, nella speranza di strapparla alla malinconia nella quale era sprofondata, con la vicenda del suo sfortunato amore, e anche con l’intenzione di vagliare un suo possibile fidanzamento con Carlo Ludovico, fratello minore di Francesco Giuseppe. La duchessa Ludovica e le figlie arrivarono a Ischl il 16 agosto 1853, ma dal primo incontro che le due ragazze ebbero con l’illustre cugino, quest’ultimo non ebbe occhi che per la giovane Sissi e il giorno dopo annunciò alla madre che lui non avrebbe sposato nessun altra che lei. Anche se Sofia avrebbe preferito di gran lunga la più matura e meno ribelle Elena, dovette acconsentire al volere del figlio e chiedere alla sorella la mano della figlia più piccola; la cosa che portò un grosso sconcerto in tutti e principalmente in lei la giovane Sissi, del tutto ignara dell’effetto che aveva prodotto sull’illustre cugino e che era frastornata da quanto era andato succedendo in quei giorni, ma che alla fine poteva riassumersi nella frase che ebbe a pronunciare “non si può dire di no all’Imperatore d’Austria!”, però per lei non sarebbero stati le rose e i fiori, che il viaggio in battello sul Danubio con le popolazioni festose lungo il greto a salutarla, ammaliate dal suo fascino fresco e rigoglioso di bellissima ragazza di 16 anni, suggerivano a mò di incarnato da fiaba; difatti l’austerità e i formalismi della Corte Asburgica, accentuati e come coagulati nella rigidissima presenza della zia suocera, l’arciduchessa Sofia, avrebbero finito per renderle la vita impossibile. Ed è proprio in tali difficoltà e sofferenze che viene fuori la Sissi come ci è stata tramandata, inquieta, sempre alla ricerca di un qualcosa che potesse lenirle la noia, la sofferenza, le umiliazioni. Insomma un ben diverso quadro della fiaba con cui tutto era cominciato e la vita non le avrebbe risparmiato nulla: la depressione, la malattia, le controversie, sempre colla suocera sull’educazione dei figli, la primogenita morta, il cugino il famoso Ludwig Re di Baviera, prima quasi impazzito e poi morto in circostanze misteriose, forse nell’ottica dell’unificazione della Germania dopo la guerra del ’70, la perdita di numerose fette di territorio imperiale, dopo la guerra del ‘59 e dopo quella del ‘66, il cognato Massimiliano ucciso in terre lontane e quasi a compendio, la tragedia dell’unico figlio maschio, Rodolfo, erede al trono, morto, forse suicida, a Mayerling assieme alla sua amante la contessa Maria Vetsera, e comunque in circostanze che non sono state chiarite neppure oggi. A tutte queste contrarietà aveva sempre fatto fronte non perdendo mai quella sua disposizione verso l’estasi, verso il sublime, il bello…, anzitutto nella sua persona, che a parte i denti che come aveva rimarcato la suocera fin dal suo primo incontro “non erano sani” , manteneva in maniera fantastica, colla vita aperta, le cavalcate, perfino la ginnastica, che faceva ogni mattina, disponendo che in tutte le sue residenze, fossero apparecchiate spalliere, funi, pesi, anelli e altri attrezzi per l’esercizio fisico. Abbiamo detto che era alta 1,72 e per tutta la vita non era pesata mai più di 50 chili, e gli sforzi per non perdere mai tale caratteristiche non avevano mai subito flessioni o dimenticanze: dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati per mantenere la snellezza del punto vita e faceva uso di maschere notturne a base di fragole e carne cruda, faceva bagni caldi nell’olio di oliva e seguiva un rigidissimo regime alimentare; le occorrevano ore per vestirsi perché gli abiti dovevano cucirgliersi addosso si da far risaltare al massimo appunto la sua figura: la sola allacciatura del busto, necessaria a ottenere il suo famoso vitino da vespa, richiedeva spesso un’ora di sforzi. Ma la parte del corpo dove raggiungeva il parossismo erano i capelli, che portava lunghissimi fino alle caviglie: Il loro lavaggio era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac e più di 30 uova e quotidianamente per acconciarli ci volevano non meno di tre ore. Abbiamo elencato le sue manie a livello personale e della cura del suo corpo, ma Elisabetta era parimenti una cultrice del bello anche nelle altre persone; grazie al suo ruolo di Imperatrice aveva inviato richieste ai regnanti di tutta Europa e anche extra Europa, che le procurassero foto di giovani e giovanette di particolare avvenenza, di cui aveva una collezione smisurata. Un altro fattore che aveva per lei una importanza straordinaria era l’Ungheria. Nel 1867 era stata, assieme al marito, incoronata Regina di Ungheria e si era presentata alla festa dell’inaugurazione nel costume tradizionale ungherese, facendo perdere la trebisonda a tutti gli orgogliosi nobili del luogo, in particolare al conte Gyula Andrassy, orgogliosissimo patriotamagiaro, che aveva militato con Kossuth durante le guerre nel ‘48 e ‘49 ed era stato condannato a morte dall’Austria nel 1851, e per questo essendo un uomo estremamente affascinante era stato soprannominato “le beau pendu” . Nel ‘57 era stato graziato e 10 anni dopo con la costituzione della Duplice monarchia era diventato primo Ministro ungherese del Regno d’Ungheria e anche accreditato di una relazione proprio con la Imperatrice (le malelingue dicevano che l’ultima figlia di Sissi non fosse di Francesco Giuseppe, ma sua). Sissi non era nuova a queste dicerie, una volta in incognito aveva partecipato ad una festa in maschera e fidando proprio sulla sua non riconoscibilità, aveva flirtato con un cavaliere, lasciandolo nel dubbio se avesse avuto o meno a che fare con l’Imperatrice. Di certo Sissi si era presa, diremmo oggi, una cotta, per l’Ungheria, le sue tradizioni, i suoi pittoreschi costumi, le rutilanti uniformi degli ufficiali, la lingua difficilissima che aveva imparato alla perfezione, e la sua residenza di Godollo era diventata il suo luogo d’elezione. Anche in questo era controcorrente alla tendenza generale di tutti gli Asburgo, in sommo grado dell’Arciduchessa Sofia, ma anche dello stesso Franz Joseph, che detestavano gli ungheresi considerandoli infidi, e però in qualche modo l’aveva trasmessa al figlio Rodolfo che difatti sembra proprio che gli Ungheresi nel 1888 gli avessero offerto di diventare Re di Ungheria, e tale fatto anche se lui non aveva accettato per non creare uno scisma in seno all’Impero, potrebbe benissimo essere addotto al misterioso suicidio di Mayerling, che potrebbe non essere stato un suicidio, ma un tentativo del Governo di Vienna di scongiurare una volta per tutte un tale pericolo. In conclusione abbiamo visto che tipo di donna fosse Elisabetta di Baviera, la celeberrima Sissi, un donna avanti nei tempi di oltre cent’anni e anche come pensiero, come idee, non era da meno.Democratica e libertaria ante litteram, anti clericale con concezioni che potevano benissimo essere considerate proto comuniste, era contrarissima ad ogni forma di monarchia e persino di aristocrazia; più volte aveva asserito che le plebi avrebbero dovuto cacciare tutti i regnanti e il suo desiderio più ardente era che il marito abdicasse e andassero a vivere in qualche luogo appartato. Era insomma l’antitesi stessa della concezione di monarchia ereditaria, l’antitesi anche di quell’Impero multietnico di cui si ritrovava ad occupare il nome e il ruolo di Imperatrice. Eppure paradossalmente per una strana ironia della sorte, doveva finire la sua vita proprio come simbolo e come vittima di quel tipo di potere che tanto detestava, uccisa da un anarchico talmente disperato che non avendo i soldi per acquistare un pugnale, si era fatto affilare una lima da un ferraiolo e con quello sulle rive del Lago di Ginevra aveva inferto il colpo mortale al cuore dell’oramai anziana Imperatrice. Paradosso e controparadosso, come al solito nelle cose della vita: Sissi moriva come vittima di un tipo di mondo che andava scomparendo, eppure l’anarchico che l’uccise, aveva realizzato il suo desiderio più profondo “morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’Estero” come aveva scritto nel suo diario poetico, pubblicato giusto cent’anni dopo la sua morte nel 1998. Sissi la bellissima, la quintessenza di un’es-tasi, che andava oltre il suo tempo e che ancora oggi suscita emozioni inusitate, velate anche di quel “avrebbe potuto essere…” che è parte essenziale di ogni Mito, Sissi di cui innumerevoli sono stati gli scritti su di lei, i film, le mini serie televisive, ma che forse con maggiore incisività è stata interpretata dalla attrice Romy Schneider, per via anche di una certa associazione di percorso esistenziale, segnato da gioia, bellezza, estasi, ma anche da grandi tragedie: certamente nei film degli anni cinquanta dove si vede la spensierata ragazzina nell’incantata atmosfera della giovinezza e di un amore da fiaba con tanto di Principe azzurro (altro che Principe, un Imperatore sa pure di poco più di 20 anni!), ma anche nel film di Visconti Ludwig, dove sempre lei Romy Schneider tornava ad interpretarla, ma con tutto il fascino di una splendida maturità, vestita di scuro accanto ad un Helmut Berger che interpretava a sua volta il Re folle Ludwig di Baviera, quello che lei chiamava “mon beau cousin”
sabato 2 aprile 2022
LA PIU' BELLA DEI QUANTI
Ho letto tutti i libri di Gabriella Greison, mi piace quel modo di raccontare una tematica ostica come la fisica quantistica con la verve di un romanzo tra il biografico e l'avventura. Se poi si passa a trattare di donne, che magari avevo conosciuto per tutt'altre peculiarita' come Hedy Lamar che giustappunto nel libro della Greison "Sei donne che hanno cambiato il mondo". figura al fianco nientemeno che di Madame Curie (le altre quattro sono famose solo per gli addetti ai lavori).. eh bhe allora le cose si fanno davvero intriganti; Ho gia' scritto sul mio blog principale un articoletto sulla straordinaria vicenda di Hedy Lamar, una delle piu' belle donne di ogni epoca e famosissima attrice anche rispetto alla storia del cinema in quanto essere stata la prima donna ad apparire completamente nuda nel film Ecxtasy del 1932 giustappunto lei l’austriaca che non si chiamava ancora così ma Hedwig Kiesler, classe 1914, quindi all’epoca dei fatti poco più che diciottenne essendo nata verso la fine dell’anno, e il film uscito nelle sale, ovviamente con enorme scalpore per tale particolarità, nel febbraio del 1933. Oltre ad essere una bellissima fanciulla che per la straordinaria avvenenza, era già stata scelta per piccole parti in film anche di un certo livello e lei stessa aveva seguito dei corsi di recitazione, forse influenzata da una giovanile passione per un altrettanto giovane promettente attore Wolf Abach-Retty, che guarda un po’, era il futuro padre di Romy Schneyder., era anche un fenomeno nella matematica ed era stata ammessa a 16 anni alla universita' di ingegneria di Vienna; in verita' gia giovanissima condividevano in lei queste due peculiarita' : estrema avvenenza ed estrema intelligenza. Nello stesso periodo a 16 anni era apparsa a seno nudo in su di una famosa rivista tedesca e poco dopo veniva selezionata dal famoso regista teatrale Max Reinhardt, per lavorare in teatro a Berlino: sembra che Reinhardt sia rimasto letteralmente abbagliato dalla ancora Hedwig Kiesler definendola “la ragazza più bella del mondo” Queste le premesse per la scelta del regista ceco Gustav Machaty di affidarle la parte di protagonista nel film Estasi, cui da tempo ne stava elaborando la sceneggiatura, attratto dalle possibilità del mezzo cinematografico di enfatizzare le possibilità espressive del corpo femminile. C'era stato un precedente in un film da lui girato nel 1929 dal titolo Erotikon, ma che ora con una interprete di tal fatta, avevano concretissime possibilità di divenire esplosive (come in effetti doveva puntualmente accadere). Il film girato tra Vienna e gli stabilimenti Barrandov di Praga,
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| la Terrazza di Barrandov a Praga nel '32 |
più alcune trasferte in Alta Boemia e nei Carpazi, ha una trama esilina: una giovane donna sposata ad un uomo più anziano, ricco e volgare, in preda a disperazione fa ritorno nella casa paterna e a contatto colla natura, tra i boschi, nell’acqua di un laghetto che sono di enfasi ad una riscoperta del suo corpo, sul quale il regista ovviamente indugia, ritrova anche la passione, nelle vesti (e non vesti) di un giovane di passaggio con il quale passa ore d’amore (e anche qui il regista non smette di indugiare...); Il seguito, del marito che si suicida e lei che rinuncia all’amante, lo fanno anche piuttosto manierato e convenzionale, ma quel corpo di lei, nudo tra le foglie e mollemente adagiato sulle acque, si imporra’ nell’immaginario collettivo di tutto il mondo, con riflessi che non si sono spenti neppure oggi. Il film, come detto sollevò un enorme scalpore, con le solite indignazioni e proibizioni, però c’è da dire che nell’Italia fascista ove sulle prime era stato interdetto, poi su pressioni di persone intelligenti, che non mancavano nel Regime, Balbo, Ciano figlio, Bottai, Freddi, venne presentato al Festival di Venezia del 1934. La bellissima ragazza austriaca si trovò di colpo proiettata ai fasti della fama; quelle scene di nudo solleticavano i pruriti di gran parte della società internazionale dell’epoca e ci fu anche chi vi trovò analogie con il romanzo di Lawrence L’amante di Lady Chatterley uscito 5 anni prima, anzi per la verità Henry Miller ci scrisse su un saggio; ma come spesso accade un risultato così eclatante ha spesso delle ripercussioni: sposatasi infatti con un industriale miliardario mercante d’armi Fritz Mandl, che per molti versi poteva ricordare proprio la vicenda del film, questi cercò di acquistarne tutte le copie del film in circolazione per distruggerle e conseguentemente proibire alla moglie persino di nominarlo, quel film. Questo matrimonio con un industriale che aveva contatti con tutte le fabbriche d’armi e anche con nazisti e fascisti e che imponeva alla moglie un ritiro quasi monacale, come a contrapasso della vicenda di quella sua scandalosa interpretazione rappresenta come una parentesi buia della vita di Hedy, eppure doveva rivelarsi l’occasione per sviluppare quel diverso aspetto della personalità dell’attrice che diverrà predominante negli anni della guerra. Mandl difatti la teneva alquanto segregata, in un lussuosissimo Castello e boicottava la sua prosecuzione dell’attività di attrice, ma essendo una bellissima donna, anzi quasi per antonomasia la più bella del mondo, ben volentieri la presentava ai suoi amici industriali e anche a importanti gerarchi dei sopracitati Regimi: Goering, Goebbles, Ciano..., addirittura si sono fatte illazioni che nel Castello/prigione dove la coppia viveva, non era improbabile di vedervi Hitler e Mussolini. Cosa di gran lunga più importante è che oltre a tali personaggi, la residenza dei coniugi Mandl era anche convegno per scienziati, ricercatori di nuove tecnologie belliche, fisici, inventori, e siccome il marito, come un diadema da mostrare a tutti, la portava sempre con sé, ecco che lei l’immagnifica cui tutti, anche il più arcigno dei professoroni, non poteva, sia pure per un attimo, non pensare a quelle scene del laghetto e in mezzo alle frasche, si ritrovava in riunioni dove si parlava di tematiche innovative, segretissime, di cui nessuno, il marito per primo, poteva immaginare che lei ci capisse qualcosa. Ricordate all’inizio della biografia? : ragazza austriaca bellissima, ma anche quel “brillantissima” studentessa di ingegneria? ebbene c’era molto di vero in quell’epiteto: allieva della scuola di ingegneria a soli 16 anni, aveva sostenuto qualche esame dove il commento unanime dei professori era stato “di un’intelligenza straordinaria, addirittura eccezionale”, sicchè ecco che a quelle riunioni, tra quei commenti, le formule, i calcoli matematici, non è che lei fosse, come tutti credevano una bella statuina, lei incamerava dati, nozioni ed era perfettamente in grado di trarre qualche conclusione, come di lì poco avremo modo di constatare, quando stufa di quella dorata prigionia, stufa del marito e anche sempre più inquieta per l’ascesa di Hitler, che per lei di origine ebree, non era certo rassicurante, aveva fatto nel 1937, una vera e propria fuga a Parigi dove il produttore Louis.B.Mayer che era in Europa in cerca di nuovi talenti, la convinse a trasferirsi in America e a cambiare il nome in Hedy Lamarr.Ovviamente, con quel po’ po’ di curriculum (il primo nudo della storia del cinema) era la professione di attrice lo specifico ove orientarsi e Hollywood le riservò un’accoglienza piuttosto lusinghiera, offrendole da subito parti in parecchi film e con attori di grosso calibro (Clark Gable, Spencer Tracy, James Stewart, etc.) Però una volta assicuratasi successo e fama, le tornarono alla mente tutti quei discorsi carpiti in casa Mandl: in particolare aveva attratto la sua attenzione un metodo che alcuni scienziati perseguivano, di teleguidare ordigni e contrastare i segnali trasmessi da un nemico per bloccare i segnali radio per il telecontrollo ad esempio di un siluro. Complicatissimo, ma lei aveva il potenziale non solo per capire a cosa si alludeva, ma anche di studiarci sopra ; tra un film e l’altro, tra una ripresa a Hollywood e anche con la mobilitazione della comunità austriaca e tedesca di Los Angeles contro il Nazismo e a favore di un’entrata in guerra contro la Germania, che il regista Ernst Lubitsch andava organizzando e che comprendeva parecchia gente dello spettacolo, di origine europea come Marlene Dietrich, ma anche statunitense come Clark Gable e Carole Lombard (quest’ultima morirà proprio nel corso di un suo giro propagandistico per tale scopo). Hedy era si intelligentissima e un ex portento negli studi di ingegneria, però pur sempre una dilettante per evoluta che fosse, le mancava quel tocco in più, che anche a questo tipo di ricerche, necessita per passare dalla formulazione a qualcosa di realizzabile: un qualcosa di artistico, di quasi magico, di estremamente fantasioso, ecco tipo un’armonia musicale, Mozart, Beethoven, Stockausen, Varese, magari un semplice Gershwin, e difatti è proprio in ambito musicale che trovò il suo compendio: il compositore d’avanguardia George Antheil, che era anche stato molto vicino al movimento surrealista. Insieme i due idearono un sistema che si rifaceva a quel progetto di un modo di criptaggio delle comunicazioni via radio, che in mare poteva indirizzare, ma anche intercettare, i siluri dei sommergibili. Hedy e Antheil svilupparono un prototipo di criptaggio dei messaggi radio tra centro di controllo e siluri, per far si che non potessero essere intercettati, basato sulla tastiera del pianoforte ove ogni tasto produceva un segnale ad una data frequenza e solo seguendo un codice che era una sorta di armonia era possibile controllare la traiettoria del siluro. I due iniziarono una serie di contatti con il National Inventor's Council fondato nell'agosto 1940 su impulso del Presidente Roosveelt nell'ambito della mobilitazione industriale in vista di una guerra e elaborarono via via delle modifiche sempre basandosi su osservazioni di tipo musicale, quale ad esempio una versione tecnologica della banda perforata che si usa nella pianola meccanica, che permetteva una rapida variazione di frequenza, di nuovo il modello del pianoforte con i suoi 88 tasti, e quindi 88 frequenze, che in seguito verrà denominata"Frequency-Hopping-Spread Spectrum". L'11 agosto 1942 ai due veniva concesso il brevetto n. 2.292.387, ma l'Inventor's Council non era propenso ad accettare un dispositivo bellico inventato da una diva del cinema, per di più austriaca, e un compositore di musica. Era ancora il tempo delle valvole termoioniche (i transistor sarebbero arrivati solo anni dopo), così il progetto fu bocciato dalla Marina USA, che ritenne impraticabile l'installazione a bordo di un siluro di un simile meccanismo. I due presentarono un secondo progetto questa volta in ambito aeronautico di un missile antiaereo che esplodeva automaticamente in prossimità del l'obiettivo, non solo quando lo colpiva, ma soprattutto quando lo mancava per produrre lo stesso danni al nemico, ma ancora una volta l'Inventor's Council bocciò il progetto. Edy Lamarr avrà una sua personale rivincita nel 1962, quando la tecnica da lei ideata con Antheil sarà adottata dagli Stati Uniti (con il nome di CDMA, Code Division Multiple Access) come sistema di comunicazione a bordo di tutte le navi impegnate nel celeberrimo blocco di Cuba, e ancor di più quando sia lei che Antheil erano morti da tempo, in quanto i loro nomi sono stati inseriti postumi nella National Inventors Hall of fame degli Stati Uniti (2014) e a tutt’oggi le loro ricerche e invenzioni sono alla base di molti sistemi di trasmissioni radio in ambito informatico e di telefonia mobile.
giovedì 31 marzo 2022
UN MODELLO (VERO) PER JAMES BOND
Rubi, come lo chiamavano tutti, grazie alla sua classe e al suo irresistibile charme, aveva conquistato alcune tra le donne più belle del mondo. Grazie alla sua sfacciataggine ed alla sua abile capacità di animare le serate, era amico dei più grandi protagonisti del jet-set internazionale. I suoi amici erano Frank Sinatra, re Farouk, il miliardario Aly Khan. Il suo palcoscenico erano i posti più alla moda del mondo, dalla Costa Azzurra, al Brasile, passando per le capitali europee. Rubi era un grande sportivo, grande giocatore di polo, formidabile guidatore, ottimo tuffatore. Le sue amicizie, i suoi amori e le sue imprese sportive ne hanno fatto un’icona dell’epoca, quella a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Era l’icona del perfetto edonista. Era nato nel 1909 a San Francisco de Macorìs, comune della Repubblica Dominicana. Suo padre era un generale dell’esercito. Da giovane studiò a Parigi, poiché il padre era diventato diplomatico presso il consolato di Parigi. Tornò a diciassette anni nel suo paese natale, per iscriversi a legge ma non completerà mai gli studi. Il 3 dicembre 1932, sposò Flor de Oro Trujillo, la diciassettenne figlia del dittatore dominicano Rafael Leonidas Trujillo. Grazie a questa unione, Rubi venne mandato a Berlino per svolgere il suo primo incarico da diplomatico. Protetto dal sanguinario despota, ricevette in cambio prestigiosi incarichi diplomatici e molto denaro. Quando però il dittatore venne a sapere delle continue infedeltà del genero, costrinse la figlia a divorziare ed impose a Rubi di non mettere più piede nella Repubblica Dominicana. Vi tornerà solo dopo l’uccisione dell’ex suocero.Rubi. Gli sono state attribuite relazioni con molte donne famose e bellissime. Pare che per lui abbiano perso la testa : Rita Hayworth, Marilyn Monroe, Ava Gardner, Soraya, Dolores del Rio e tante altre. Senza contare le infinite avventure avute con cameriere d’albergo, mogli di amici, hostess di aerei, o sconosciute appena incontrate. Dopo il divorzio con Flor de Oro Trujillo, Rubirosa si risposò con l’attrice Danielle Darrieux, poi con la miliardaria e giornalista Doris Duke, dopo con l’ereditiera Barbara Hutton, dalla quale divorzierà dopo soli 53 giorni di matrimonio. Infine, a 47 anni compiuti, con la diciannovenne Odile Rodin. Sarà lei la sua ultima moglie.Dai divorzi dalla Duke e dalla Hutton, Rubi ricaverà una quantità di denaro enorme e molti beni, come piantagioni di caffè, aerei privati, allevamenti di cavalli, auto sportive. Ed una casa bellissima a Parigi del XVII secolo. In fin dei conti, quello che Rubi sapeva far meglio, al di fuori dello sposare (anche per interesse) donne miliardarie, del giocare a polo, del ballare tutta la notte in esclusivi locali, era divertirsi. All’alba del 5 luglio 1965, a Parigi, dopo una notte di baldorie passata al night club “Jimmy’s” per festeggiare la vittoria nella coppa di Francia di polo, Rubirosa si schiantò contro un albero al Bois de Boulogne. Era al volante, come a tutta velocità, della sua Ferrari 250 gt cabriolet. E questo lo ricordo come se fosse oggi che ne ebbi la notizia a Riccione mentre ero intento, con un paio di amici, magari complice qualche tedescotta in vacanza sulla riviera adriatica, di emulare (ovviamente fatte le debite distanze) le sue avventure . Ricordo che l'associazione tra lui e il Sean Connery di James Bond in Goldfingher fu in quell'estate del 1965 immediata , d'atronde Jan Fleming che era stato un ufficiale di marina e agente segreto pure lui, dopo lo scandalo delle spie gay di Cambridge - i famosi 5 di Cambridge - ebbe l'incarico di scrivere un libro su un agente segreto tombeur de femmes. E si ispirò giustappunto a a PORFIRIO RUBIROSA.

c'è la foto qui riprodotta dove in effetti si fa fatica a distinguere Rubirosa dal Sean Connery di "my name is Bond, James Bond" di Lo ripeto in quel 1965 Rubirosa era il mito di noi aspiranti play boy (poi sarebbe arrivato Gigi Rizzi), difatti lui si era fatte le più fantasmagoriche donne del mondo dello spettacolo e del jet-set. Fra le altre, Dolores del Río, Marilyn Monroe, Ava Gardner, Rita Hayworth, Soraya Esfandiary, Veronica Lake, Kim Novak e Zsa Zsa Gábor. Truman Capote, in Answered Prayers, ha descritto dettagliatamente come Rubirosa fosse sessualmente superdotato, una peculiarità che in Francia è ricordata anche attraverso un drink particolarmente piccante servito nei bistrò, chiamato non a caso "Rubirosas" nonché attraverso un macinapepe particolarmente lungo e voluminoso battezzato appunto "rubirosa" Dopo il divorzio da Flor de Oro Trujillo, Rubirosa si risposò con l'attrice Danielle Darrieux (con cui convolò a nozze il 18 settembre 1942), con la giornalista e milionaria Doris Duke (sposata il 1º settembre 1947) e con Barbara Hutton, da cui divorziò il 30 dicembre 1953 dopo soli cinquantatré giorni di matrimonio. La Duke riconobbe all'ormai ex-marito cinquecentomila dollari, oltre ad un allevamento di cavalli per il polo, diverse auto sportive e un B-25 riadattato. Rubirosa ottenne come buonuscita anche una casa parigina del XVII secolo. Barbara Hutton, dal canto suo, aveva acquistato per lui una piantagione di caffè nella Repubblica Dominicana e, successivamente, un altro B-25. In sede di divorzio gli riconobbe un importo di tre milioni e mezzo di dollari.
L'ultimo matrimonio di Rubirosa fu celebrato nel 1956, quando aveva quarantasette anni, con l'allora diciannovenne attrice francese Odile Rodin.
Rubirosa è stato raccontato o semplicemente evocato dai media in diverse circostanze. In Italia, Fred Buscaglione ne ha tracciato la caricatura nella canzone Porfirio Villarosa, musicata nel 1956 su testo di Leo Chiosso. Tra le rime si cita "ogni diva dello schermo che lo vede dice: t'amo e lui le crede". Nel film Malizia (1973), ambientato negli anni '50, Turi Ferro apostrofa il figlio maggiore chiamandolo "Rrubberrosa". Nella pellicola Fratelli d'Italia (1989), diretta da Neri Parenti e interpretata da Christian De Sica, Jerry Calà e Massimo Boldi, lo stesso De Sica, che noleggia per le vacanze con gli amici una Jaguar che "si dice appartenuta a Porfirio Rubirosa", lo cita affermando che "fisicamente me' somiglia".Il compositore Don Arrington, con il librettista Peter Johnson e lo scrittore Raphael Pallais, ha scritto un musical rappresentato a Broadway e basato sulla sua vita- La vita di Rubirosa è stata nel frattempo rappresentata dal personaggio di Dax Xenos nel romanzo di Harold Robbins The Adventurers. Brett Easton Ellis in American Psycho cita l'orologio Rolex d'oro rosa appartenuto a Rubirosa. Una citazione dell'eleganza di Rubirosa è contenuta anche nel romanzo di Paolo Sorrentino Hanno tutti ragione (2010).
Porfirio Rubirosa è citato nel brano musicale Pupa (Album Urlo, 1980) del cantautore italiano Ivan Cattaneo, insieme a Don Giovanni e Casanova.
Come pilota di automobilismo (in questo assai simile ad un altro famosissimo dandy Raimondo Lanza di Trabia, Rubirosa si iscrisse al GP di Bordeaux - valido per la Formula 1 - il 25 aprile 1955. Doveva guidare la propria personale Ferrari 500, identica a quella di Alberto Ascari nel 1952 e nel 1953 ma si ammalò prima della gara dovette rinunciare . Partecipò invece nel 1950 e nel 1954 alla 24 Ore di Le Mans e, sempre nel 1954, in coppia con Luigi Valenzano, alla 12 Ore di Sebring (in questa competizione pilotò una Lancia D24 e giunse al secondo posto)
giovedì 24 marzo 2022
L'ORO DELLA MENTE (BICAMERALE)
L'eta' dell'Oro, quindi sulla base dei ragionamenti riportati nell'ultimo articolo sempre qui sulla Passeggiata delle cattive, ma anche negli altri blog che fanno capo a Lenardullier.blogspot.com, non sarebbe altro che la "mente bicamerale" del saggio di Julian Jaynes il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, ovvero le Voci degli Dei, allucinazioni auditive dovute a formazioni neuronali costituite da tutta la somma di esperienze esperite nel corso di molteplici generazioni ed un numero imprecisato di anni,(certamente molti molti di piu' di quelli che possiamo attribuire alla coscienza che a malapena arrivano a tremila), trasferite metonomicamente, cioe' per spostamento di significanti, spostamenti dettati dalle diverse situazioni ambientali che di volta in volta potevano presentarsi e richiedenti un pronto adattamento degli individui appartenenti alla specie umana. Un processo fortemente adattivo dunque, che ha una metodologia temporale che possiamo chiamare una "messa in situzione" dell'individuo in un certo contesto con relative istruzioni che debbono essere necessariamente "ob - audite" e anche una metodologia che rimanda ad una precisa localizzazione nell'emisfero destro del cervello. Una funzione alternativa, ma anche interrelata con l'emisfero sinistro dello stesso cervello che resta deputato all'altra funzione precipua dell'adattamento all'ambiente, quella di un continuo arricchimento del linguaggio articolato. Così se nella prima metodologia viene usato il meccanismo della Metonimia che si avvale dello spostamento dei significanti di volta in volta acquisiti nel processo di adattamento all'ambiente, nella seconda si delinea l'atra forma di adattamento umano che e' quella di un linguaggio sempre piu' vario e articolato ovvero la Metafora, una comparazione dei significati per similarita' e somiglianza ("che cosa e' quello? Bhe!?...e' come ...questo!" - siamo quindi nelle due figure essenziali e strutturanti della retorica del linguaggio : metafora e metonimia, condensazione e trascinamento, assi portanti di una lingua). La distinzione tra significante e significato, gia' posta da De Saussure e approfondita da Lacan, si delinea come rappresentante della modalita' delle due diverse figure: la condensazione metaforica opera attraverso significati immediati ottenuti attraverso la comparazione dei due termini del confronto, uno noto e quindi referente appunto di un giudizio gia' operato, l'altro meno noto, cioe' un riferito che assume componenti del termine di confronto e acquista così un nuovo significato; al contrario il trasferimento metonimico agisce attraverso una diffusa continuita' non solo riferita agli oggetti, ma anche al comportamento utilizzato in una determinata occasione, il vissuto del soggetto, il suo relazionarsi in merito a tutta una somma di fattori...e' tutto questo che deve essere trasmesso nella voce allucinatoria che non a caso viene attribuita agli dei. L'eta' dell'oro e degli dei, ecco io trovo una attribuzione legittima proprio in quella mente bicamerale postulata da Jaynes, laddove mi sembra proprio che i due emisferi e le onde da essi prodotte funzionavano in perfetta sinergia, direi anche in una sorta di simmetria che ricorda molto la Super Simmetria dei fisici quantistici , dove magari al posto delle particelle io proverei a sostituire le stringhe, intese come frequenze d'onde e magari con un tantino di forzatura identificate nella condensazione e nello spostamento dei rispettivi processi metaforico e metonimico. A rompere tale sinergia, tale simmetria si e' pervenuti con la coscienza ovvero quel famoso "analogo io" che individualizzando uno solo dei meccanismi, ha condensando l'ambiente esterno con il proprio essere in situazione e ha quindi avviato un processo di narratizzazione di se stesso che ha giocoforza ingenerato un pronunciato occultamento del processo metonimico.
Attenzione questo evento, non precisato, ne' localmente ne' temporalmente, e' tuttavia riportato in tutti i miti delle civilta' umane con differenze solo formali di narratizzazione, ma strutturalmente tutti riconducenti ad un qualcosa di nuovo, di inusitato che ad un certo punto ha cominciato ad emergere dalla nebbia di una storia umana che proprio in forza di tale forza nuova ha cominciato a narratizzare se stessa : Eh si ! e' lei la coscienza ,e generalmente la cosa viene enfatizzata come momento catartico, presa come evento epocale, originario del tutto o quasi, esaltata come l'emergere della luce della ragione, dal buio delle tenebre dell'incoscienza. Ma non e' così, anzi siamo proprio al netto contrario! Con il sopravvento di una funzione cerebrale sull'altra (la metafora sulla metonimia, la condensazione di significato, sul trascinamento di significante ) gli dei cessano di far sentire la propria voce , tutto resta affidato a questa identita' tra proprio io e comportameno in situazione, che si rivelera' fallacissima, perche' espressione di un individualismo supposto e facile a scadere nella presunzione, nella tracotanza e a sviluppare le caratteristiche piu' deleterie della specie umana (violenza, intolleranza, menzogna, crudelta', etc.). La narratizzazione dell'analogo io in situazione pone una narratizzazione sempre parziale, incurante della verita', bugiarda e incline al raggiro e alla continua oppressione dei propri simili; non e', in altre parole, una narratizzazione della ragione , ma piuttosto un racconto , una storia della volonta' di avere ragione : ragione ad ogni costo, a dispetto di verita, giustizia e qualsivoglia idealita'. E' così che l'eta' dell'oro e il divino ad essa sotteso, vengono messi in sottordine, e le voci allucinatorie che erano espressione di quel rapporto relegate in un emisfero che viene etichettato come secondario, non dominante, espressione di una rappresentazione non razionale affidata perlopiu' a personaggi strani, bizzarri, invasati o tutt'al piu' a funzioni di poco valore pratico: intuizione, fantasia, misticismo, magia. Via via col tempo ci sara' qualcuno che comincera' a dare valore a tali manifestazioni, ma dovranno passare molti molti anni e sempre con una certa ambiguità, riconosciuti ma sempre da una esigua minoranza: gli sciamani di certe culture, gli adepti di particolari discipline come l'alchimia, il tentativo di edificare sorta di monumenti del tipo delle Cattedrali medioevali, alcuni corpi dottrinali e comportamentali come la Cavalleria, l'impianto di opere letterario di particolare simbolismo (La Divina Commedia di Dante Alighieri, il Don Chisciotte di Cervantes, le filosofie di un Leibniz, di un Kant, financo di un NIetzsche, di uno Schopenauer e a sugello: il riconoscimento attraverso sintomi e manifestazioni di quel famoso impianto metonimico dell'emisfero destro, di un altro modo di interagire con il reale, una modalita' non piu' solo immaginaria ma simbolica (che cioe' ri-mette insieme") cui uno studioso di Vienna non trovera' niente di meglio che denominare " in-conscio "
Gli dei abbandonano la scena, come viene ripetuto spesso "non abitano piu' qui" l'oro quasi scompare dal mondo, e' tempo di un altro metallo, meno nobile, non splendente e soggetto a deterioramento : e' l'argento la cui eta' viene assimilata alla classe dei "guerrieri" L'argento si addice ai sonnambuli e tali si muovono nello scenario di una umanita' sempre piu' volgarizzata, i suoi adepti, ovvero i grandi imperi, i condottieri di uomini, i grandi pensatori, l'Atene della filosofia ma anche della Commedia e della Tragedia, Alessandro il Macedone, la grande Roma repubblicana, Giulio Cesare, l'Impero, quindi le manifestazioni dianzi citate. In verita' anche l'argento viene soppiantato da un metallo meno nobile : il bronzo che trova corrispondenza nell'eta' dei "Mercanti" ovvero il principio del baratto, gli scambi commerciali che attraverso il danaro divengono l'unico valore su cui far leva: il valore di scambio. Banchieri e faccendieri, rapporti di compra-vendita, ancora piu' enfasi alla corruttela, all'inganno, al raggiro, senza neppure quel corrispettivo di coraggio, fierezza che aveva caratterizzato l'eta' dei guerrieri.
Al contrario di Guenon, forse piu' influenzato da Evola ho cercato di dare un corrispettivo temporale a tutto questo processo delle varie Eta' del mondo, trovandolo per quest'ultima nella Grande Pandemia del 1348 che chiuse la partita con le esperienze di coralità del medioevo (le Cattedrali e le dimore filosofali di Fulcanelli), la Cavalleria e i suoi paladini, il senso di un Impero extra nazionale , Federico II di Svevia, la Divina Commedia di Dante, il calcolo infinitesimale d Leibniz, il Criticismo Kantiano. Non e' un caso che la Grande Pandemia del 1348 , a mio parere molto esagerata come tutte le pandemie, in realta' sia stata espressione solo di una reazione ad un prolungato stato di disagio, e in forza di una paura della malattia, del contagio, abbia fatto piazza pulita di tutte le espressioni di coralita' e tradizione, per favorire un esasperato individualismo avallato dal ricorso a codici del tutto inventati (tale l'Ordine Classico desunto da scarsi ritrovamenti archeologici e non suffragato da alcuna verifica ne' formale, ne' strutturale) e a forse il primo degli strumenti tecnico/scientifici di controllo : la prospettiva di Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Rossellino)
lunedì 14 marzo 2022
IL CROLLO DELLA COSCIENZA E IL RITORNO DELLA MENTE BICAMERALE
Se non fosse stato per la distopia occorsa all'intera umanita' in questo secondo decennio del terzo millennio, occorsa, c'è da precisarlo per dolo e precisa intenzionalita' di pochi magnati, malati di onnipotenza economica, suffragati da sgherri di una certa mentalita' di raccatto e sempre invidiosa in quanto frustrata in merito a denaro e potere (mentalità sinistrorsa a carattere hegeliano/dialettico, ribadita da un mediocre filosofo intorno alla metà del XIX secolo) , credo proprio che mai piu' sarei arrivato a riprendere in mano uno dei saggi che maggiormente hanno segnato la mia conoscenza "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" per invertirne il titolo e concepire una sorta di ritorno del meccanismo individuato dall'autore Julian Jaynes. E' diffatti proprio il meccanismo di una mente organizzata in un primo tempo auditivamente con prescrizioni di comportamento per adattarsi all'ambiente, catalogate metonomicamente ovvero per trascinamento di significante, come sorta di voci allucinatorie, che venivano attribuite per il loro carattere di comando imperioso, non discutibile (ob-audire) a non meglio precisati Dei, che si pone quanto mai aderenteper attribuire a tali voci e a tutta la peculiarita' di tale tipo di comunicazione, la caratteristica di divinità, che quindi si pone quanto mai rispondente a quel Mito dell'Età dell'Oro, quale riportata nelle antiche tradizioni delle societa' di tutto il mondo (Esiodo, Zoroastro, la cultura indu' il Ramayana coi 4 Yuga, etc. ) Se le voci degli dei della mente bicamerale impartivano disposizioni di comportamento e di ottimale adattamento all'ambiente senza correlarsi a tempi o spazi precisi se non quello circoscritto di possibilità di azione o re-azione, da cui derivava anche l'urgenza e la non messa in discussione della disposizione impartita, ecco che tale paradigma non puo' essere correlato ad una scansione cronologica, come invece lo potra' nel paradigma successivo quello in cui al posto di tali voci si porranno non metonimie ovvero trascinamento di significanti, bensì metafore ovvero condensazione di significati, in particolare una metafora che non è affatto come ancor oggi molti suppongono una peculiarita' insita della mente, denominato "la coscienza", bensì un meccanismo di conoscenza che pone una analogia tra il soggetto e l'ambiente: un analogo non piu' tra due termini di paragone, uno piu' conosciuto e uno meno, bensi' un analogo tra il proprio io , messo in situazione rispetto ad un ambiente ed anche un comportamento, ovvero la tanto decantata "coscienza" che si e' rivelata possibile e in qualche maniera sequenziale, solo in virtu' di una sua stretta derivazione dal linguaggio articolato. Ora secondo l'opinione comune, in ispecie in questa nostra epoca che puo' essere ascritta ai mercanti e quindi al Bronzo, se non addirittura nell'accezione del presente periodo di distopia, all'Eta' del ferro, ovvero dei Servi, tale cambiamento di paradigma conoscitivo, comunicazionale ed anche comportamentale , e cioe' l'apparire della coscienza nel consesso umano, e' stata sempre iper valutata e addirittura vista come inizio della cultura e della storia. Non siamo piu' nell'eta' dell'oro indefinita rispetto allo Spazio/tempo, ma non siamo neppure piu' in quell'eta' intermedia che era quella dei Guerrieri con riferimento all'argento, che si puo' appunto darle una scansione temporale che principia giustappunto con l'affermarsi dell'analogo io e quindi con la coscienza, siamo ad una temporalità che comprende anche il passaggio al Bronzo e che sta racchiusa in tremila anni (le prime formazioni della coscienza, lo spazio/tempo catalogabile, la scrittura il passaggio da una trattazione elencale ed anche emozionale (geroglifici) ai primi scritti di epica, e narrazione intenzionale ma inizio anche della violenza, della forza, della prevaricazione, tutte manifestazioni di cui molti specie ancora nell'eta' dell'argento, molti si lamentano "Perche' gli dei ci hanno abbandonato, perche' non ci parlano piu'?????" geremiade comune a tutte le civilta'. Purtroppo siamo nell'eta' del bronzo quella che vede il predominio dei mercanti, i banchieri, il mondo come enorme bottega, dove sono sacrificati tutti gli antichi valori che un tempo venivano scambiati e rimane un unico valore quello di scambio. Il mondo come mercato, come bottega : e' quello che ha contrassegnato perlomeno gli ultimi settecento anni a partire non a caso da una pandemia (1348) che e' stata preso a pretesto per inaugurare una nuova mentalita' non piu' riposante su antichi valori, sulla tradizione, sulla coralita' delle esperienze (ad esempio espresse dalla Cattedrale, come testimonia Fulcanelli) bensì su una individualita' che ha sempre la sua essenza nella presunzione nell'Ibris della coscienza (l'analogo io che non dismette violenza e prevaricazione, ma lo trasferisce in un qualcosa di ancora piu' esterno da se', quell'unico valore di scambio che ha la sua rappresentazione piu' eclatante nel denaro e quando si apprestera' a passare dal bronzo al ferro acquisira' un vero e proprio cambiamento di indice referenziale sostituendo l'essenza umana con quella della macchina (rivoluzione industriale e tutto il Sociale ingenerato da essa, ovvero Illuminismo, Rivoluzione Francese, Bonapartismo e poi nazionalismi vari e un ricorso sempre piu' diffuso alle guerre, alla menzogna, al raggiro, alla manipolazione della verita'
mercoledì 1 dicembre 2021
LA PASSEGGIATA DEI CATTIVI ....( E BRUTTISSIMI)
martedì 23 novembre 2021
RI-FLESSIONE per STADI
"Dovremmo sempre riflettere un po’ di più, indugiare sulla riflessione" ; lo diceva soprattutto Lacan che sull’oggetto concreto, il mezzo con il quale otteniamo la della riflessione, ovvero lo specchio, ha fatto, per sua stessa ammissione l’ingresso nel mondo della psicoanalisi “ho fatto il mio ingresso nella psicoanalisi con uno scopino…”(si ha detto proprio così: uno scopino) “che si chiama stadio dello specchio” Nel l936, difatti nell’ambito del Congresso di Marienbad, Lacan aveva presentato un suo intervento intitolato “Le stade su miroir. Théorie d’un moment structurant et génétique de la constitution de la réalité conçu en relation avec l’expérience et la doctrine psychanalytique” e questo già di per sé rappresentava un tentativo di fare il punto sulle molteplici istanze a proposito della costruzione dell’identità personale, che in quel periodo con Freud ancora vivo, ma messo un po’ da parte nel consesso psicoanalitico per le sua ben nota revisione della teoria della Libido e la scoperta di un istinto o pulsione di morte, era alla ricerca di una qualche nuova concezione che potesse fare da contraltare alla seconda topica dell’inconscio e alle ultime conclusioni freudiane. Lo specchio in quanto luogo della riflessione era appunto uno di questi elementi e questo vale poteva valere anche quando lo specchio non era ancora stato inventato o per permetterselo ci volevano 7 anni di grandi sacrifici economici: la superficie di un ruscello, come ci rende fin troppo edotti Narciso, un vetro opacizzato, un pavimento tirato a…..eh si!!!!… specchio! ….“Specchio delle mie brame…” dice la matrigna di Biancaneve “chi è la più bella del Reame?”” lo specchio “riflette” ma lo fa assai spesso appropriandosi dell’altro significato semantico connesso a tale verbo: riflette si l’immagine, ma anche il pensiero, e quello si sa, va ben oltre quel che appare: gli anni che passano per l’odiosa matrigna e il paragone impietoso con la fresca nipotina, così come la linea del naso nel romanzo di Pirandello “uno, nessuno e centomila” Lo specchio riflette l’immagine, ma anche quello che fa seguito all’immagine, e questo può ingenerare conseguenze inaspettate. Logico e naturale che dello specchio se ne sono occupati in parecchi, trovandoci sempre qualche cosa di ambiguo, di estremamente pericoloso, come Narciso ci ha insegnato e tutto sommato lo stesso Freud sottende quando individua quella famosa e controversissima “pulsione di morte” - cosa c’è dietro l’ultima superficie della riflessione, cosa c’è oltre? Freud è stato il primo che non ha avuto il coraggio di andare quell’oltre: mancando di identificare la morte con la figura di Narciso,ha perduto l’occasione di trovare un ben diverso referente da quel forzato Edipo come estremo soggetto di de-siderio, sicchè le arditissime tesi di Al di là del principio del piacere rimangono sempre un po’ zoppe, claudicanti proprio sul tema cardine del desiderio: Da qui anche il fatto che alla parola “specchio” poeti, romanzieri, filosofi e soprattutto psicoanalisti, abbiano sempre avuto paura di indentrarsi in un sorta di campo minato, dove quello che è, non è sempre quello che sembra e viceversa: massima ambiguità e poliformità non solo di immagine, ma anche di pensiero, di idee, che spesso e volentieri sono parecchio al di là della riflessione. Lacan aveva un po’ aggirato il problema, facendo dello “stadio dello specchio” una sorta di epistemologia metodologica della identità umana, ovvero un qualcosa che consiste nel riconoscimento da parte del bambino nella sua immagine speculare, cosa che grosso modo si verificava nel periodo che va dai sei a diciotto mesi, quindi in un periodo in cui la formazione sia psichica che motoria è ben lungi dall’essersi definita. L’assunzione della propria immagine come propria, provoca nel bambino dice Lacan, uno stato di giubilo, tuttavia, quell’immagine, che nello specchio appare completa e unitaria, è discordante con lo stato d’insufficiente coordinazione motoria che caratterizza l’infanzia in quel periodo, nonché con la non padronanza del linguaggio. Il riconoscimento della propria immagine costituisce una vera e propria identificazione, nel senso che provoca una trasformazione soggettiva. Nella prospettiva di Lacan, la nozione di “stadio dello specchio” non ha niente a che fare con un vero stadio, nel senso di “fase”, né con un vero “specchio”. Lo stadio diventa un’operazione psichica, ontologica, a partire dalla quale si costituisce l’essere umano in un’identificazione In francese, “Io” si può dire Je oppure Moi. Per Lacan, il Je fa riferimento al soggetto dell’inconscio, il Moi, invece, allude all’istanza psichica che si costituisce a livello immaginario; In quanto poi alla gioia giubilatoria con cui il bambino riconosce l’immagine riflessa come sua, Lacan pone l’accento su questa illusione di completezza e unità, che non ha effettivi riscontri sulla realtà, e dice la famosa frase “”lo specchio dovrebbe attendere un tantino, prima di riflettere” perché come ci insegnano anche i più antichi testi dell’umanità, l’Iliade in primis, la originaria percezione che l’uomo ha di se stesso è divisa per parti e non unitaria “il piè veloce Achille, Atena dalle bianche braccia, il ceruleo occhio di Afrodite, financo il multiforme ingegno di Odisseo; quindi costituito in questo modo, l’Io è, di fatto, la sede di un misconoscimento, poiché l’immagine che lo specchio rimanda dà l’illusione di unità e di padronanza, ma di fatto ’Io si costituisce fin dall’inizio come identificazione di un Io ideale e come ceppo di tutte le successive identificazioni secondarie. Si capisce da queste succinte note, che tipo di importanza abbia lo specchio a livello psichico e anche comportamentale, tanto da poter essere considerato come un punto di inizio della struttura soggettiva di ciascuno di noi, non aliena però da problematiche legate appunto sia alla riflessione che all’identificazione, sicchè si fa ritorno sia a Biancaneve, che al naso di Pirandello e ben presto si passa ad investire non solo la struttura soggettiva, ma anche quella delle relazioni interpersonali, e questo anche nell’arte più moderna il cinema, che sullo specchio gioca molteplici dei suoi registri, dal sequel di spazi interni nel film di Resnais “l’anno scorso a Marienbad”forse solo casualmente con l’accenno al luogodove la teoria di Lacan venne la prima volta enunciata o addirittura citato espressamente già dal titolo “come in uno specchio” dal grande Ingmar Bergman.Psicoanalisi, cinema e anche tutte le altre arti, sono tutte in qualche modo coinvolte nella definizione dello specchio, che quindi non è solo una fase, sia pure della rilevanza di quella quasi dell’inizio, ma investe tutto il nostro essere nelle varie sequenze della vita e soprattutto si pone a ultimo diaframma della morte andando a coincidere col desiderio
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