sabato 4 febbraio 2023

NULLA E' MAI SUCCESSO DAVVERO COSi' COME CI HANNO VOLUTO FAR CREDERE

 

E' proprio così: Napoleone, il Titanic, l'uomo sulla luna , "nulla e' mai successo così come ce lo hanno raccontato , e questo vale al massimo grado per la attuale pandemia, anzi per tutte le pandemie. Tra le altre cose questa falsa pandemia (ma ci sono mai state pandemie vere?) ha reso quanto mai assoluto un principio al quale credevo anche prima, sia pure in una accezione piu’ personalistica, ma che ora ha assunto un significato, una validita’ direi universale :  un principio espresso, or non mi ricordo con precisione, se da Paul Watzlavitch del Gruppo di Palo Alto o piuttosto da Bandler e Grinder in qualcuno dei loro primi libri di Programmazione neurolinguistica (PNL)….. “NULLA E’ MAI SUCCESSO DAVVERO” Ecco si …“nulla e’ mai successo davvero….” con la precisazione necessaria “nulla e’ mai successo davvero, così come crediamo che sia successo” Tutto, ma proprio tutto e’ ed e’ stato sempre artefatto, costruito, sfalsato, gonfiato. Bhe! magari il "sempre" e’ un tantino esagerato, ma di certo gli ultimi seicento, settecento anni sono improntati a questo principio, che guarda caso si rivela coincidente  con una pandemia (quella del 1348) molto  simile a quella di  oggi, una spudorata  menzogna opportunamente perseguita e gonfiata dalle cosidette classi  al potere che e’ indicata con quell’eta’ del bronzo riportata per la prima volta nella “Opere e i giorni” di Esiodo e nei testi indu’ dei vari yuga, e riproposta da studiosi seri come Guenon , Evola e non ronzini della cosidetta filosofia come Hegel o Marx, in quanto coincidente con l’ascesa al potere dei mercanti  (ovvero la borghesia che io magari con un po’ di enfasi in negativo definisco “eta’ dei bottegai”). Non e’ certo il primo articolo che scrivo su tale tema

ne’ sono il primo a farlo : illustri pensatori , tutti pero’ rigorosamente pensatori della cosidetta  destra e nessuno della razzaffonata e velleitaria cultura sinistrorsa che ha un solo vero  referente, giustappunto quel Giorgio Hegel della dialettica e della idiozia somma “cio’ che e’ reale e’ razionale e cio’ che  è razionale è reale”, ne hanno fatto il caposaldo del loro costrutto ; Schopenauer, Nietzsche, Freud, Guenon, Evola, Eliade, Heisenberg, Schrodinger, Jaynes, tutti hanno perfettamente capito e denunciato l’ascesa dei mercanti e la messa in crisi della cosidetta eta’ dell’argento che fu quella dei guerrieri, come il predominio della mentalita’ mercantile, del commercio, dei mercati, del denaro,  del valore di scambio, ma non degli scambi di valore, come meccanismi di potere e di oppressione verso la stragrande massa dell’umanita’.Quale fu la causa, ma anche lo strumento specifico di questa messa in crisi di una determinata classe a favore dell’ascesa  di un’altra? 
Ebbene si! Fu una pandemia o meglio, il racconto, la  gonfiatura di una pandemia. Si comincio’ a dire che era stata portata in occidente da mercanti genovesi provenienti dall’oriente, poi furono tirati in ballo topi, mosche , scarafaggi, pidocchi, tutti animali che in effetti proliferano quando sussistono condizioni igieniche molto ridotte, gia’ ma il tipo di affezione la cosidetta peste bubbonica, che in prima battuta si era diffusa nelle citta’ (molto meno nei paesi quasi sconosciuta  nelle campagne ) non e’ che uccidesse questo gran numero di persone, insomma niente su cui si potesse far leva se si voleva incidere sul corpo sociale delle comunita’, era piu’ che altro una affezione  superficiale del derma, che provocava sgradevoli bubboni sottocutanei, ma di certo non mortali (per intenderci un misto tra una psoriasi  ed una lebbra) la tragedia, ovvero i morti a grappoli,  arrivo’ colla seconda ondata della pestilenza che non interesso’ piu’ la pelle e le parti ben in vista del corpo, bensì il sistema respiratorio:  ecco questa si e’ passata alla storia come peste nera e il suo bel numero di morti la fece, parecchi si, ma niente a che vedere con il numero stratosferico che fu contrabbandato a bella posta e che e’ arrivato fino a noi.
Tutte le cosidette pandemie sono state delle marchiane gonfiature e guarda caso hanno sempre contrassegnato un forte cambiamento sociale, così in quella meta’ del trecento, come nei  secoli successivi anche se con un andamento piu’ localizzato e circoscritto, tipo a Roma nel 1528 subito dopo il famoso sacco e le scorribande dei Lanzichenecchi, nel ‘600 la peste di Milano e Lombardia tramandata da Manzoni nel suo “I Promessi Sposi” con quella lapidaria osservazione “cabala ordita per far bottega del pubblico spavento” Una frase che specie oggi si rivela quanto mai attuale e dovrebbe farci riflettere sulle vere ragioni di una diffusione di una malattia.
Quindi  trovata la scusa la si ripete all'infinito,  tipo una carestia, una guerra, un assedio, tutti eventi che con il disagio derivante e soprattutto con la paura diffusasi,  mettono in crisi il sistema di difesa del corpo umano e che qualcuno in alto, molto in alto e con potere emergente decide di sfruttare per i propri interesse e il proprio tornaconto. Ecco prendiamo la prima e piu’ famosa pandemia, quella iniziata nel 1347 cui si diede colpa prima ai mercanti genovesi proveniente dall’oriente (un po’ il tristemente noto mercato di Wuhan in Cina ) e poi ad animaletti vari (piu’ avanti con il progredire  degli strumenti di indagine, i microscopi si scendera’ a funghi e batteri e oggi con i microscopi a scansione particellare, si e’ arrivati ai fantomatici virus si da addurre la responsabilita’ sia dell’affezione che del contagio)
In realta’ qual’era il contesto sociale di quella meta’ del XIV secolo? Quello che per tutti gli anni quaranta del trecento c’era stata una persistente siccita’ con conseguente carestia,  e quindi un massiccio abbandono delle campagne che aveva inurbato in maniera parossistica le citta’ specie quelle piu’ grandi, dove la manovalanza dei contadini oramai senza piu’ terra da lavorare poteva trovare un parziale sbocco in attivita’ di servaggio che aveva però la controparte di esigue ricompense e quindi condizioni di vita estremamente compromesse cui si aggiungeva un sensibile aumento della popolazione cittadina con conseguente esplosione della situazione igienico/sanitaria. In parole povere la situazione di tutte le maggiori citta’ di quel periodo era veramente al collasso e non c’è da stupirsi che in capo a poco tempo cominciassero a sorgere problemi non solo di disagio, ma anche di salute (le affezioni dermatologiche hanno sempre una motivazione di forzata convivenza). Come fatto cenno pero’ le affezioni della pelle solo moltissimo tempo dopo e in presenza di gravissime malattie tipo lebbra o vaiolo, possono uccidere, al contrario delle affezioni del sistema respiratorio come polmoniti, bronchiti, broncopolmoniti, tumori e enfisemi. E qual’e’ la origine, l’essenza sessa delle malattie dell’apparato respiratorio?
Una sola : la paura! Ed e’ sempre la paura, irrazionale, immotivata, assurda, il sentimento che le classi di potere emergenti, o meglio che vogliono emergere, che perseguono l’interesse di sovvertire l’ordine costituito non piu’ rispondente ai loro magheggi, cercano di diffondere : nel 1348 come nel 2020 : e’ rimasta la Cina, come suggestione topica, mentre  i ratti e pidocchi si sono fatti piu’ piccoli, invisibili all’occhio nudo, ma non a quello di una tecnologia di raccatto, che al microscopio a scansione adduce il compito di vedere anche quello che non esiste, come appunto e’ il famigerato virus

mercoledì 1 febbraio 2023

LA M-THEORY : DIO GIOCA A ... RUZZICA

Piergiorgio Oddifreddi  lo conosco bene e da un pezzo, ebbene all'inizio del terzo millennio fece una intervista a Edward Witten il fisico di origine mediorientale ma di adozione statunitense, che è uno dei principali sostenitori della Teoria delle Super Stringhe  e la misteriosa M-Theory con quell'uso diffuso della parola Super che mi piace affibbiare anche a quella simmetria dell'inconscio postulata da Ignacio Mattè Blanco  nel suo "Inconscio come insiemi infiniti" : sono persuaso che un altro po' di "Super" per esempio quello da me individuato come 4^ figura della 2^ topica freudiana, ovvero dopo Al di là del principio del piacere, possa far pervenire a qualche cosa di nuovo in un ambito che vedrei di sinergia tra psicoanalisi e fisica quantistica:  intervista che vale la pena in parte di riportare nei suoi tratti piu' rilevanti. In principio c’erano 5 teorie delle stringhe. Cinque teorie delle stringhe tese a spiegare in maniera ancora incompleta la totalità delle regole che dirimono sulle dinamiche dell’universo, poi nel 1995 in un convegno di fisici quantistici Witten si  concentrò proprio su quste teorie e decise di….eliminarne qualcunaFu così che, in una atmostera galvanizzata – come fa notare Brian Greene in numerosi documentari dedicati a Witten - questi  stupì i fisici teorici colà convenuti proponendo alla loro attenzione una diversa, quanto spettacolare, prospettiva di osservazione delle teorie delle stringhe già cogitate. Tempo dopo, ricordando quella conferenza Leonard Susskind un altro

grande padre della teoria delle stringhe, 
 rivelò che quando Witten iniziò a parlare, non ebbe piu' dubbi ne' perplessita'  nell'accettare  la cosiddetta M-Teoria o M-Theory, che in sostanza con l'unificazione di tutte le teorie note delle stringhe, diventava proprio questa M-Theory  Una M-theory che non ha mai saputo chiarire il ruolo della nel nome (alcuni speculano che tale consonante sia in realtà la W di Witten rovesciata, altri ritengono che voglia dire mistero, magia, matrix, madre, mostro, finanche madness, ovvero follia!). Cos’è dunque la M-Theory? La M-Theory è semplicemente una diversa prospettiva di approccio alla teoria delle stringhe. Nello specifico matematico (della matematica formidabile utilizzata!), le equazioni di Witten hanno dimostrato che le cinque teorie delle stringhe esistenti erano in realtà solo cinque modi differenti di guardare alla stessa… faccenda. Insomma, per certi versi Witten ha validato i lavori dei teorici che lo avevano preceduto e ha dato nuova dignità e nuova energia alla speculazione fisica di cui si erano sempre occupati. Naturalmente la M-Theory portava seco anche delle conseguenze “tecniche” importanti e ben precise che giustificavano il cambiamento della prospettiva di visione proposto. Fino a quel momento, infatti, la multidimensionalità supportata dalle diverse teorie delle stringhe indicava in numero di 10 le dimensioni fisiche esistenti: una temporale, tre spaziali e 6 dimensioni extra piuttosto piccole e invisibili ai nostri sensi. La M-Theory, invece, per poter “funzionare” al meglio necessitava di utilizzare 11 dimensioni: il genio di Witten ha quindi messo in campo una nuova dimensione extra mai considerata prima. Va notato difatti che  la teoria delle stringhe era gia' dal 1968 quando le sue prime risoluzioni furono scoperte dal fisico italiano Gabriele Veneziano  la piu' accreditata candidata a proporsi  come espressione di una Teoria del Tutto, ovvero l'idea unificante  della teoria della relativita' e della meccanica quantistica, che fece sognare Einstein e che ha anche rappresentato il sogno di tutta una vita dello sfortunato Stephen Hawking  Con Witten  la teoria delle stringhe è diventata uno spettacolo di fuochi d'artificio intellettuali che ha illuminato diverse zone d'ombra della matematica e della fisica, e che un giorno forse farà luce sul mistero stesso dell'universo. Per godere di qualche scintilla di questo spettacolo pirotecnico, ecco dunque che Oddifreddi ando' a trovare Witten e gli fece tale intervista 

Di recente una sua intervista è apparsa sull'Espresso, col titolo "Dio gioca a dadi", e il giorno dopo l'Avvenire ha commentato: "Vedete? Il nuovo Newton crede in Dio". Cominciamo dunque a chiarire questo punto: c'è qualche connessione tra scienza e religione? 

Sono cose molto diverse. E per la comprensione dell'universo, la scienza è più efficace della religione. 

E lei è credente?

 Le scoperte scientifiche non incoraggiano la fede religiosa.

 C'è invece una connessione tra la teoria delle stringhe e il pitagorismo?

 Non conosco abbastanza il pitagorismo per poter rispondere, ma credo che nessuna delle filosofie antiche influenzi il pensiero degli scienziati moderni. 

Nemmeno l'armonia delle sfere, cioè la relazione fra matematica, fisica e musica? 

 In senso letterale, la cosa è falsa: in fondo, la musica è costituita da onde che si propagano nell'aria. 

E in senso metaforico?

 C'è effettivamente un'analogia interessante. La ricchezza dei suoni prodotti dalle corde di un violino o di un piano deriva dal fatto che ciascuna di esse vibra in tanti modi, chiamati armoniche. Un do, ad esempio, suona molto diverso sul piano o su un diapason, che invece produce un suono puro. Se si suonassero dei pezzi soltanto con dei diapason, l'effetto sarebbe molto brutto. 

Helmoltz ha provato a dirigere un'orchestra di diapason, nell'Ottocento. 

Sarà stato terribile. Ora, anche le stringhe che io studio possono vibrare in tanti modi, e ciascuno di essi viene interpretato come una particella elementare. Questa è la chiave per unificare le varie particelle: come diverse forme di vibrazione di un'unica stringa.

 Lei parla di stringhe, ma non ci sono anche membrane? Cioè, non solo strumenti a corda, ma anche a percussione? 

La teoria moderna, che si chiama M-teoria, è una reinterpretazione della teoria delle stringhe. 

A proposito, che cosa significa "M"?

 Matrice, ma anche Magia o Mistero. Perché la sua natura non è ancora completamente compresa, certamente molto meno della teoria delle stringhe, che ne costituisce il limite quando gli effetti quantistici sono piccoli. 

L'arte della magia e del mistero non stanno proprio nel fatto che la natura è matematica? 

Certamente il mondo fisico è descritto da strutture e teorie matematiche eleganti e di grande bellezza, che hanno una loro logica interna precisa ed esigente: non sappiamo perché, ma è così. E col passare del tempo le teorie diventano sempre più stringenti e ricche. 

Qualcuno si lamenta però che i suoi sono ragionamenti da fisico, e non vere dimostrazioni da matematico.

 In parte hanno ragione. Il fatto è che molte idee interessanti in geometria sono venute dalla teoria quantistica dei campi, la più importante teoria fisica del Novecento, che non è affatto ben compresa matematicamente: quelle idee quindi non sono ancora state sistematizzate. Ci sono due vie complementari da seguire, per farlo: sviluppare la matematica necessaria, e comprendere meglio la fisica coinvolta. Fino ad allora, benché la cosa sia frustrante, bisognerà accontentarsi di idee stimolanti senza dimostrazioni rigorose. 

Altri invece si lamentano che la sua è matematica pura, di interesse più metafisico che fisico. 

La teoria delle stringhe ha già giocato un ruolo importante nella fisica contemporanea, ad esempio permettendo interessanti e sorprendenti intuizioni sul problema del confinamento dei quark: il fatto, cioè, che non li si possa mai osservare isolati. Inoltre ha prodotto l'idea della supersimmetria, alcuni effetti della quale sono già stati verificati da vent'anni, anche se non si sono ancora trovate le superparticelle predette dalla teoria. In questo forse i critici esagerano un po’. 

Che cosa corrisponde, nella teoria delle stringhe, alle equazioni di campo di Einstein nella relatività generale, o alle equazioni d'onda di Schrodinger e Dirac nella meccanica quantistica? 

Le equazioni principali non si conoscono ancora, e questo è appunto il maggior problema aperto. Il motivo è che, invece di partire da certe idee ben definite e costruirci sopra una teoria, come fece Einstein con la relatività generale, ci siamo trovati fra le mani una teoria senza capire bene su che idee sia basata. 

E dalle equazioni della teoria si potranno ricavare, come casi speciali, quelle di Einstein, Schrodinger e Dirac? 

Chi lo sa? Bisognerebbe sapere quanto sono difficili da risolvere, una volta trovate. Ma certamente questa è una delle cose che mi incuriosiscono di più, perché ci direbbe che cosa è veramente la teoria e ci darebbe l'ispirazione per nuove idee, sia in matematica che in fisica. 


martedì 31 gennaio 2023

LA MERLA A PRAGA

Il 31 gennaio , ultimo giorno della Merla, ovvero secondo l'antica tradizione i tre giorni piu' freddi dell'anno: ebbene ricorre oggi il trentesimo anniversario del mio incontro con Praga la citta' d'oro, dopo una serie di mancati che avevano avuto inizio nell'agosto del  1968  in relazione all'invasione sovietica della citta' e si erano succeduti in diversi anni per svariati motivi (una ragazza troppo bella, slovacca di Bratislava, conosciuta  a Siofok sul Lago Balaton nel 1972 che aveva reinterpretato il mito di Calipso in merito alla prosecuzione del viaggio fino a Praga, impegni di lavoro che non avevano consentito nel novembre 1989 di prendersi l'ultimo spiffero del vento della storia con la Rivoluzione di velluto). Quel 31 dicembre freddissimo come da rituale giustappunto della Merla,  c'era stato l'elemento galeotto della fascinazione per la citta', ovvero il perdersi nei vicoli tra Stare e Nove Mesto, sul far della sera e sotto una neve battente che non permetteva di distinguere le strade non solo dal vero, ma anche sulla cartina per tentare un orientamento. Così c'era stato dopo un lungo e struggente girovagare, nel buio, nella confusione e anche un tantino nell'apprensione,  un subitaneo disvelamento, con lo sboccare fuori dai meandri di vicoli, di tutta la sfolgorante bellezza della citta'  nel suo presentarsi tutt'a un tratto con le vesti smaglianti  dell'Hradcany . Un classico effetto alla Spina di Borgo/Cupola di San Pietro, studiato non a caso da Bernini che anche Praga l'aveva conosciuta bene e per un pelo non ci aveva lasciato una sua impronta, la vista improvvisa, repentina, incalzante nei suoi rimandi sull'orizzontale e le impennate delle verticali:  piani sequenza e  balzi in  alzata del complesso architettonico del Castello con quel suo contrasto tra le guglie ardite degli edifici di rappresentanza e le sinuose falde dei tetti del sottostante quartiere  elencale di Malastrana. Il rimando fa venire in mente i versi del poeta Nezval come
ammaliato da quella vista d'assieme che interpretava quella impressione di ritrovamento come di un antico, celebrato ordine : le torri, le guglie, le cuspidi si alzano come da un sonno consumato con la citta' e sembrano una accolita di negromanti che grattano il costato del cielo " Ovvio e naturale che dopo una simile repentina emozione di conoscenza , bisognava andava a trovare l'origine di una simile malia.  Tutte le città hanno in merito alla loro origine un misto di storia e leggenda: da Roma, a Napoli, a Venezia e  a Udine, accumunate dal riferimento a Attila (la prima per sfuggirgli, la seconda per il riporto della terra contenuta negli elmi degli Unni, che proprio Attila volle che i suoi uomini scaricassero si da costituire la montagnola dove oggi è il Castello). Praga non fa certo accezione, anzi qui la  attribuzione è  forse più controversa e non si sa bene dove collocare il confine tra storia e leggenda. Gli studiosi non hanno dubbi, la origine di Praga è da accreditare ad un non meglio precisato signorotto locale che capì per primo l’importanza strategica di un sito collocato a ridosso dell’ansa di un fiume con un’altura prospiciente, a sua difesa e altre disseminate nei paraggi, e quindi trasferi’ la sua residenza . Il suo nome ? Duca di  Bořivoj (ammesso che Duca fosse il suo titolo), vissuto tra il IX e X 
secolo, rozzo, anzi rozzissimo, che mangiava con le mani e la sua reggia altro non era che una capanna fatta di tronchi, ma che oltre a quell’intuizione della migliore posizione sia per la difesa, sia per le possibilità di commerci, ne ebbe un’altra, forse addirittura più gravida di futuro: quella di convincersi a convertirsi al Cristianesimo. Il 
nome Praha, sempre per i nostri studiosi, sarebbe da addursi ad un storpiatura del termine “na praze” che significava disboscare un terreno col fuoco, cosa che indubbiamente fu necessaria, quando si dovette adattare la zona tra altura e fiume, quella che oggi è chiamata Mala Strana. Tutt’altra storia, personaggio, luogo (non l’altura a ridosso dell’ansa del fiume, ma assai più giù), e persino l’etimologia del termine Praha, che sarebbe “prah” che in ceco significa soglia, per la leggenda che pone invece una donna, o meglio una principessa e anche una profetessa come fondatrice della città, quella che a noi è arrivata col nome di Libuše, colpita da un ragazzo che stava intagliando appunto la soglia della sua casa . Libuše e Bořivoj, soglia o disboscamento con il fuoco, voi per quale optereste? Voi quale scegliereste se, diciamo, foste membri di una dinastia, come i Premysli, che solo da pochissimo era pervenuta alla dignità reale e aveva un fortissimo bisogno  di legittimare, anche con un’appropriata tradizione, il suo potere? da una parte un rozzo capo tribù, magari un tantino più avveduto e scaltro di altri signorotti locali, ma che mangiava per terra e con le mani e aveva una residenza fatta con tronchi di legno, dall’altra una dolce e avvenente fanciulla, ispirata profetessa che fa il verso a Virgilio nella formulazione della sua visione, “Urbem conspicio fama quae siderea tanget…” mostrando quindi una raffinata cultura.
 Incontriamo la figura di Libuše che non si chiamava ancora così, anzi per la verità non aveva neppure un nome, ma era solo genericamente indicata come una profetessa, parecchio prima dell’anno mille, in storie e racconti popolari, la cui trasmissione di tipo orale era solo occasionalmente e assai confusamente tradotta in qualche scritto, ma è grazie ad un diacono dal nome Cosma vissuto nella metà dell’XI secolo, che il nome comincia a delinearsi, non come quello che è arrivato a noi, ma con quello di Lubossa, con tutta
 probabilità in associazione al nome di Matilde di Canossa, una donna assai famosa in
quell’epoca e che il diacono, in numerosi passi del racconto, mostrava di conoscere molto bene. E’ indubbio che questa prima versione del mito fatta da una persona coltissima (futuri continuatori della storia, come ad esempio Clement Brentano, ammiravano la eleganza del tardo stile latino del suo “Cronica Bohemicarum”) in servizio presso la dinastia al potere in Boemia, i Premyslidi, risenta di un forte intento agiografico, difatti dare un nome alla protagonista del
 mito che si associasse ad una delle donne più celebri dell’epoca non poteva che rafforzarne l’impatto sulla immaginazione popolare ed in qualche modo lusingare quegli stessi sovrani, che, come si è detto, da non troppo tempo, erano passati da nobilotti di provincia al rango reale. La Lubossa di questa primissima versione del mito è alquanto contraddittoria: risente della cultura del suo autore, e riprende il tema della figlia più piccola contrapposta alle due sorelle malvagie (il padre Krok, figlio di Czech alla sua morte non aveva lasciato figli maschi), ma nelle sue ulteriori manifestazioni si mostra alquanto avversa al marito Premysl, che pure aveva scelto a seguito di una visione nella quale aveva visto un contadino tra l’aratro e due buoi chiazzati. Anche nella successiva visione dell’intagliatore intento a lavorare alla sua soglia, la fatidica “ prah” dove in una nuova trance sempre lei, aveva indicato dove sarebbe sorta la nuova città, c’è qualcosa che non torna: come mai i due personaggi (aratore e intagliatore) non erano coincidenti, e perché subito dopo il trasferimento da Vyšehrad ad Hradčany, invece di una idilliaca generale solidarietà, si era arrivati addirittura ad una guerra tra uomini e donne, la cosidetta “guerra delle fanciulle”? Sembrerebbe proprio che il diacono Cosma, ma soprattutto i Re Premyslidi che senza dubbio sovraintendevano alla stesura delle “Cronichae” ci tenessero a mantenere il mito ad un livello solo di accenno – non avevano potuto scegliere il rozzo Bořivoj e neppure qualcun altro Duca a lui successivo, come ad esempio il famosissimo Venceslao, perché oramai indisponibile per il ruolo di fondatore, date le vicende più circostanziate (contrasto con la madre, con il fratello, uccisione e persino canonizzazione) della sua vita, ed erano stati costretti a scegliere una figura femminile – il femminile è sempre più archetipo, più ancestrale del maschile, ed inoltre su di esso erano incentrate anche le tradizioni orali del luogo e quei pochi scritti precedenti, che alludevano chiaramente ad una profetessa – però era quanto mai necessario che una volta assolto al suo ruolo, diciamo così istituzionale, uscisse velocemente di scena, lasciando spazio ai degni rappresentanti della dinastia Premyslide. Nella controversia tra storia e leggenda, ovvero tra Bořivoy e Lubossa, non c’è alcun confronto di popolarità e riscontro: il povero Bořivoy è pressocchè assente dalla tradizione nazionale e per trovare almeno una strada che lo ricordi dobbiamo inerpicarci per i saliscendi del popolare quartiere di Žižkov, il quartiere che deve la sua denominazione all’eroe Hussita Jan Žižka: è li che si snoda la lunga e contorta Bořivojova, una strada con costruzioni sul popolare e molte moltissime birrerie. Tutt’altra musica per la dolce Libuše, dove c’è un intero quartiere a ricordarla, il quartiere di Vyšehrad,! Libuše di cui non si contano le statue, i dipinti, le raffigurazioni su palazzi, sulle hall di alberghi, sui saloni di ristoranti. C’è pero da fare una precisazione: il Mito così come lo percepiamo oggi, nomina Libuše e non Lubossa la controversa protagonista delle Chronica Boemicorum del diacono Cosma. Sembrano differenze marginali, l’eliminazione di una “o” lo spostamento della “u” e la perdita di una delle due “s”, ma a queste sia pur insignificanti modifiche del nome tengono dietro radicali trasformazioni del personaggio che nel corso dei secoli ha perduto tutto il suo carico di ambiguità ed è divenuta l’attuale eroina a tutto tondo della tradizione. A cominciare l’opera di revisione era stato l’imperatore Carlo IV che intorno alla metà del ‘300 aveva incaricato un autore italiano di riadattarne il mito a proprio uso e consumo, si da offrire anche una sorta di omaggio per la propria adorata madre, la principessa Eližška, ultima esponente della dinastia Premyslide. Ad occuparsi di Libussa che già in quella prima revisione aveva perduta la “o” richiamo troppo esplicito a Matilde di Canossa, furono, nel corso dei secoli successivi, un numero altissimo di autori, persino esponenti di punta delle letterature germanica e austriaca del periodo romantico, come Brentano e Grillparzer, che oltre ad inserire irrevocabilmente il personaggio nella cultura ceca, riuscirono a farne una figura della tradizione mitteleuropea. E’ nella seconda metà dell’ottocento che il Mito si stabilizza ed assume anche la denominazione attuale Libuše; il merito principale non è da ascrivere, ad uno scrittore, storico, saggista o novelliere che fosse, bensi ad un musicista Bédrich Smetana.
Smetana c’è da precisarlo, non era un uomo staccato dal contesto popolare e sociale del suo paese, che era all’epoca sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, né come l’altro grande compositore ceco Dvořak, interessato soprattutto a confrontarsi con le più avanzate tendenze europee in campo musicale: in lui gli elementi di riferimento ad un passionale patriottismo erano preminenti e si traducevano con facilità in composizioni enfatiche, celebrative. 
Una precedente dimostrazione di tale ispirazione, si era avuta nell’opera “Vtlava”che faceva parte di un ciclo  intitolato “la mia Patria” (Ma Vlast),
dove, oltre all’incondizionata accettazione da parte dell’autore, del mito completo con tanto di antecedente di Czech e l’assurdo storico di Vyšehrad precedente a Hradčany, la musica era al servizio del racconto e sottolineava con un ritmo maestoso, incalzante addirittura trionfale il punto in cui il fiume entrava nella piana di Praga. Nell’opera “Libuše” non a caso scelta per l’inaugurazione del Nàrodnì Divadlo nel
 1881 e alla quale più che in ogni altra composizione resta affidata la fama di Smetana, quello stesso ritmo celebrativo e trionfale veniva trasposto dalla Rocca di Vyšehrad a quella di Hradčany e faveva da contesto alle ulteriori visioni profetiche della protagonista che come in una lanterna magica elencava i maggiori eroi della Nazione.Oltre alla storia e leggenda della sua origine, una città importante ha in genere, qualche connotazione particolare: Parigi è “la ville lumiere” Genova “la superba” Palermo è “felicissima”  Roma ha quella faccenda “delle strade”…Praga, è notorio è “la città d’oro!”  Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogni Petrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin, così come “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di Luce” di Seifert.
Praga può anche essere molto più “normale” di quanto si respira nelle pagine del famoso libro di Angelo Maria Ripellino “Praga Magica” – così alla corte di Rodolfo II c’erano artigiani, intagliatori di pietre, maestri di lavorazione dei cristalli, personaggi di solida concretezza come Brahe e Keplero e la celeberrima Zlatà Ulička (la straduzza d’oro) era in verità abitata più da questo tipo di persone, financo da lacchè e stallieri, che dai misteriosi alchimisti; per Mozart era un palcoscenico più caloroso di Vienna o Salisburgo, mentre  Goering, il famoso braccio destro di Hitler, ai tempi dell’invasione del 1939, si rallegrava con Ciano che non ci fosse stata resistenza “sarebbe stato davvero un peccato distruggere una simile bella città” e in tal senso il nazismo mostrò di apprezzare molto più del successivo
 regime comunista il fascino conturbante della città, anche se certo con intenti dettati più dalla conquista e dalla assimila zione che dal semplice piacere estetico: nel 1942 uscì difatti dalle case di produzione germaniche un film, soffusa
 pellicola a colori, colonna sonora con le musiche di Smetana, vincitore tra l’altro della Coppa Volpi a Venezia, che cercava di tradurre la Zlatà Praha nella “Die Goldene Stadt” giustappunto “Praga la città d’oro

giovedì 19 gennaio 2023

DOPO IL BARTEZZAGHI, GLI ENIGMI DELLA SUSY

 

La Funzione d’onda è un numero complesso, ovvero caratterizzato da una parte reale e da una parte immaginaria con la peculiarità quest’ultima di essere restituita alla sua parte reale previa moltiplicazione per il suo coniugato ovvero il numero negativo cambiato di segno, che però perde la sua implicazione razionale, assorbendo anche l’irrazionale e quindi andando a comprendere il simbolico che come hanno osservato parecchi filosofi e psicoanalisti (Freud, Lacan, ma con più precisa formulazione Mattè Blanco) è la modalità di funzionamento dell’inconscio o Es, come forse più correttamente dovremmo denominarlo (alla Groddeck) . Va notato difatti che questo allargamento al simbolico dei numeri complessi consente di interpretare le funzioni d’onda al massimo come le intendeva Heisenberg ovvero “tendenze” a trovare il sistema di riferimento in una certa posizione ad un dato istante; ma ecco che sorge subito il problema che tali funzioni d’onda in quanto esperienze senzienti non possono essere valutate perchè le tendenze così riflesse nella coniugazione di un negativo con un positivo sono equiparate al reale, ma un reale che accoglie nella sua accezione non più solo il razionale ma anche l’irrazionale, per cui con buona pace di Hegel, la realtà partecipa, deve partecipare, di quell’irrazionale che va comporre il simbolico.
Dobbiamo a questo punto pervenire all’ipotesi davvero geniale cui è pervenuto Hakwing : la funzione d’onda di un grande oggetto come un pianeta e persino dell’intero universo può essere paragonata alla funzione d’onda o tendenza riflessa di un qualcosa di abbastanza familiare : un gruppo in una città; ecco dato che siamo in questo periodo in cui ciò tende ad avvenire frequentemente stante la situazione distopica che impone a gente ancora dotata di intelletto e ragione di radunarsi per protestare e manifestare il proprio dissenso a tutte le imposizioni liberticide e di terrorismo mediatico sanitario di una sorta di individui che fanno leva sulle più ancestrali paure dell’umanità – terrore della malattia, senso di conformismo e uniformità di massa, dipendenza dai cosidetti media che oramai stravolgono impunemente qualsiasi informazione – Il gruppo che andiamo a prendere in esame è giustappunto quello, molto determinato e molto attuale, di tali persone che, potremmo anche immaginare che  tendono a radunarsi in un dato punto della città a forte impatto emozionale, ecco ad esempio a Roma Piazza del Popolo, piazza della Bocca della Verità, a Parigi Place de la Concorde, a Vienna la Hofburg, a Londra Trafalgar Square, per diffondere con maggiore forza le loro intenzioni ….la funzione d’onda è questa tendenza a trovarsi in un dato punto in un dato tempo, analogamente la funzione d’onda per un insieme di pianeti è la tendenza a raggrupparsi in una certa zona dell’Universo che potrebbe avere anche essa una determinata caratteristica di opportunità: la descrizione della tendenza a trovarsi in un certo posto e in un certo istante è appunto la funzione d’onda che altro non è che la tendenza di una certa circostanza a verificarsi , quando viene coniugata con la riflessione del segno cambiato (quindi una simmetria) che ci dice dove è più probabile trovare le proprietà consensuali di un oggetto, di una persona, di un elettrone, di una particella, di un pianeta, di una folla, e alla fin fine dell’intero universo. Ecco è proprio su questo ultimo passaggio che Stephen Hawking ha compiuto il suo vero “balzo” intellettuale:    ha sostituendo l’entità più piccola – la particella o anche il flusso - con quella più vasta:  l’Universo intero. Invece di pensare ad una particella o ad un flusso la cui funzione si estende ovunque, ha pensato ad un Universo dove la funzione d’onda è dappertutto. Il ragionamento si presta quindi a dilatarsi ulteriormente andando a comprendere non più un solo Universo , ma una pluralità di Universi, tutti con un loro inizio e quindi una loro origine; se a questo punto ci disponiamo, facendo leva su di una buona dose di fantasia e quindi di quel connubio tra razionale, irrazionale, ed anche scorrendo i ben noti registri del  reale, dell'immaginario e del simbolico, ecco che possiamo pervenire ad un racconto di volta in volta diverso, dove tutti i cammini che si possono scegliere portano ognuno ad un integrale  ben calcolato sotto un aspetto davvero infinitesimale, perche' coniugandosi con il possibile, l'infinito diventa davvero una sorta di possibilita' di racconti sempre cangianti.  Lo abbiamo fatto con lo spazio , immaginando persone che si radunano in un dato posto per manifestare contro certe imposizioni, possiamo farlo anche con il racconto della storia immaginando di cambiare alcuni eventi base si da percorrere differenti cammini e quindi comporre diversi integrali, per una sorta di simmetria tra tutti i cammini molto simile a quella dei multiuniversi delle ipotesi di Hakwing e degli altri fisici che si sono occupati di tale eventualita' . 
A livello microscopico, la materia appare composta da particelle, che però,  come abbiamo visto con l’esperimento della Doppia Fenditura, diventano onde, appena cambiamo  il riferimento, o anche lo stesso osservatore (cambiamo noi come punto di vista), ma tali onde  risultano in sostanza aggregati di cariche energetiche. Ad una dimensione di analisi crescente, queste particelle si presentano composte da energia e quindi il costituente primo della materia si può ipotizzare come una serie di  stringhe di energia  che vibrano ad una determinata frequenza o lunghezza d’onda caratteristica. Gli infiniti universi paralleli potrebbero coesistere nello stesso continuum di dimensioni, vibrando a frequenze differenti. Il numero di dimensioni necessarie è indipendente dal numero di universi, ed è quello richiesto per definire una stringa (al momento 11 dimensioni). Questi universi potrebbero estendersi da un minimo di 4 a tutte le dimensioni in cui è definibile una stringa. Se occupano 4 dimensioni, queste sono il continuo spazio-temporale: nel nostro spazio-tempo, coesisterebbero un numero infinito o meno di universi paralleli di stringhe, che vibrano entro un range di lunghezze d'onda/frequenze caratteristico per ogni universo. Coesistendo nelle stesse nostre 4 dimensioni, tali universi sarebbero soggetti a leggi con significato fisico analogo a quelle del nostro universo. La novità di questa teoria è che gli infiniti universi non necessitano  di postulare l'esistenza di più di 4 dimensioni di spazio-tempo  ciò che consente di definire una pluralità di universi indipendenti non è un gruppo di 4 o più dimensioni per ogni universo, ma l'intervallo di lunghezze d'onda caratteristico. L'intervallo teorico di frequenze/lunghezze d'onda per le vibrazioni di una stringa determina anche il numero finito/infinito di universi paralleli definibili - ovviamente sulla base di questi studi più o meno fantastici ma con un sostrato di plausibilità dovuto alla lusinga di calcoli matematici  trasferiti nella categoria dell'immaginario con scivolamento nel simbolico e alla coniugazione di numeri complessi,  ecco  che ciascuno di noi può immettere nel calcolo infinitesimale serissimo ed accreditato da quel pop o di scienziati e filosofi,  le proprie fantasie che sono della stessa materia dei sogni ovvero quell’equivalente di materia oscura che  compone il simbolico e quindi il funzionamento dell’inconscio o ES, suscettibile anche questi di appropriarsi dell’epiteto di Super. Le indicazioni di simili esperienze sono molteplici e costellano tutta la storia della letteratura e della creazione artistica: dalla poesia  alla prosa, alla pittura, alla scultura, all’architettura e  con forse maggiore frequenza  nell’ultima delle arti la settima ovvero il cinema. Quanti film abbiamo visto con la trama del cambiamento alternativo, del salto di stato: Frank Capra, Ernest Lubitsh, Billy Wilder, Ingmar Bergman, Louis Bunuel? ….  dove un quotidiano banalissimo evento determina  due  differenti destini della stessa persona che viaggiano appunto su due universi  paralleli, ma  su contesti di cui uno è alternativo all’altro proprio in virtù di quell’evento banale.  Quanti eventi più o meno banali abbiamo riconsiderato nella nostra vita “ah se non avessi fatto questo, ma invece quello? Oppure il canonico “non ti avessi mai incontrato! La mia vita sarebbe stata tutt’altra cosa!” Abbiamo detto che le fantasie, così come tutti i processi creativi artistici e letterari sono della stessa materia dei sogni e in passato abbiamo ipotizzato che un sogno da svegli guidato alla maniera di Desoille,magari riveduto e corretto
potrebbe essere equiparato al collasso dell’equazione d’onda  così come supposto da Schrodinger  e portare ad un nuovo integrale sui cammini di Feynman, quindi pervenire a qualche cosa di inusitato che merita ovviamente l’epiteto di “Super”  sia che si voglia così considerare l’inconscio che appunto si nutre del simbolico dei sogni, ma anche di tutti gli altri meccanismi di rappresentazione:  la simmetria che guida il suo funzionamento diventa super e le stringhe che si compongono di quell’energia vibrante che potrebbe dare origine al tutto,  diventano Super anche esse.  I
o per la verità non ho mai creduta alla teoria di un unico primordiale Big Bang, semmai ecco un po’ alla maniera degli integrali sui cammini di Feynman, sono propenso ad ipotizzare una serie multipla, anzi una serie pressocchè infinita di tante origini, tanto da giustificare quella tesi di “inflazione cosmica” C’è da dire che l’universo dell’origine, o meglio delle multiple origini, abbia attraversato questa pochissima precisata inflazione cosmica  è a tutt’oggi ancora materia di accesissime discussioni. Il punto è che  se accettiamo tale idea dell’inflazione cosmica (ed io sono uno di questi)  bisogna porci ancora una volta proprio come il Feynman dell’integrale sui cammini in relazione ad altrettanto numerose fenditure, che potrebbero benissimo venire intese come tante realtà, ognuna con un suo sviluppo, un suo processo, giustappunto un suo cammino. In verità l’inflazione cosmica potrebbe davvero dar luogo a tale famoso integrale sui cammini e quindi potrebbe essere la dimostrazione che il nostro universo possa essere  solo una piccola infinitesimale parte di una realtà sterminata il cui solo pensarla fa girare la testa;  il punto è che noi tutti abbiamo un orizzonte alquanto limitato e la sola idea di comunicare o entrare in contatto con regioni al di fuori del nostro Universo ci induce a dei salti vertiginosi per la nostra ragione. Il solo ammetterne la possibilità, fa subito vacillare la idea di unicità del nostro stesso essere e ci rende partecipi di una realtà fatta appunto di un numero molto vicino all’infinito di universi  il cui numero e’ stato teoricamente calcolato  in uno spaventoso “uno seguito  da cinquecento zeri” , e neppure ciò esaurisce il problema perché nessuno può contraddire che il meccanismo  che ha prodotto l’inflazione sia sempre attivo e quindi ingenerare  un continuum spazio temporale che agisce praticamente sempre, ovvero una ipotesi da vertigine da far girare la testa, di un Super Universo fatto da quasi infiniti multi universi. Questo Super Universo  inoltre  proprio nei suoi oscuri, misteriosissimi, sconosciuti meccanismi iper segreti, l’ho detto per molti versi equiparabili a quell’inconscio come insiemi infiniti di Mattè Blanco che funziona per simmetria, può nascondere  altro, molto altro: ad esempio potrebbe essere stabilita una equiparazione tra i funzionamenti della nostra mente di conscio e inconscio e il moto delle Galassie: se ammettiamo difatti che noi non siamo solo parte di un tutto, ma siamo il tutto, in totale interazione con ogni manifestazione dell’intero Universo o multi universi che siano, di tale interazione farà parte la nostra modalità di rappresentazione, ovvero una rappresentazione visibile, esterna, addirittura metaforica e logica come la coscienza, ma anche quella modalità non logica, metonimica e sempre oscura e misteriosa del nostro inconscio : dalla prima traiamo l’osservazione che le varie galassie a spirale come la nostra via Lattea oltre alla materia visibile, fatta di stelle, polveri,  comete, asteroidi, nebulose e buchi neri, debbono contenere un altro elemento non meglio identificato, una forma di materia invisibile, inspiegabile, oscura senza luce  che appunto viene chiamata “”MATERIA OSCURA” 
Tale materia oscura, cioè senza luce, ha straordinarie somiglianze con quello che perlomeno da Freud in poi siamo abituati a chiamare inconscio e proprio come l’inconscio sfugge a qualsivoglia rappresentazione e può essere riconosciuta solo attraverso i suoi effetti . Proprio come l’inconscio di gran lunga più vasto del conscio schematicamente rappresentato dalla parte sommersa dell’iceberg,  la materia oscura avvolge  completamente le galassie, riempiendo lo spazio che occupano con modalità completamente sconosciute. Continuando la nostra assimilazione di mente e universo scopriamo che le galassie si comportano un po’ come noi, amano infatti vivere in comunità, famiglia, tribù, città, nazioni, ovvero a livello cosmico in ammassi  sempre più vasti composti di migliaia, milioni, probabilmente infiniti  membri , tanto per rifarci al solito inconscio come insiemi infiniti. Nel vederli l’etologo, il biologo, lo psicologo  ed in ultimo anche l’astrofisico si chiedono : cosa li tiene insieme? La risposta sembra ovvia: per i primi una sorta di attrazione, un affiato tra esseri umani  alle prese con un ambiente comune poco propenso a lasciarsi abitare, per il fisico la forza di gravità , con cui le galassie si attraggono l’un l’altra. Ma ecco che quando si fanno i debiti calcoli, i conti non tornano: la massa  visibile delle galassie, quella luminosa che possiamo osservare, un po’ come i pensieri della nostra logica,  è ben poca cosa rispetto alla immensità del cosmo : bisogna ipotizzare una forma invisibile  di materia  per spiegarci la stabilità delle immense formazioni cosmiche , una materia misteriosa  presente ovunque che permea ogni cosa della nostra e altre galassie, filamenti di “materia oscura”  che sono come una ragnatela cosmica  che avvolge ogni regione in cui è presente la materia visibile, e noi con la nostra piccola infinitesimale coscienza siamo  come una torcia che fa luce solo nello 
spazio del suo raggio, lasciando nel buio la sterminata vastità di tutto quello che ci circonda:. Gli studi più recenti ci dicono che questa enorme, sterminata massa di materia oscura e invisibile che ci circonda rappresenta il 27% della massa totale del nostro universo e chissà quanto dei multiuniversi che potremmo enumerare. Da quando le prove di questa presenza di “materia oscura” si sono moltiplicate , i fisici teorici hanno elaborato una serie di possibili spiegazioni, una delle più suggestive è quella che alla simmetria che regola il meccanismo di funzionamento dell’inconscio come insiemi infiniti secondo  la interessante teoria di Mattè Blanco, viene aggiunto quel prefisso “super”  sicchè si perviene alla “supersimmetria” è una teoria che parte dall’ipotesi  che la materia conosciuta  sia solo una parte di quella materia primordiale ingenerata da quella inflazione cosmica che avrebbe prodotto quel Super Universo fatto di infiniti multiuniversi . La teoria  prevede che ogni particella  conosciuta abbia un partner super simmetrico , ovvero un’altra particella che le somiglia in tutto e per tutto  salvo essere molto più pesante   ed avere un diverso spin (che cosa è lo spin? È una proprietà molto simile alla rotazione  attorno ad un asse, intrinseca di tutte le particelle). Tutte i partner supersimmetrici  hanno lo stesso nome delle particelle  conosciute, con però l’aggiunta di una “s” sicchè  l’elettrone diventa il selettrone, il protone sprotone il quark top , stop, e così via. Per rendere sempre riconoscibile una teoria contemplante la supersimmetria è stato  convenuto di usare l’acronimo “Susy” , che a me personalmente fa tornare alla memoria  quei quesiti, denominati appunto “della Susy” che la  Settimana Enigmistica proponeva per le nostre menti, di solito in un qualche cammino sul treno, per un viaggio di una certa lunghezza. I quesiti lasciando il treno e i quesiti che facevano il palo con il Bartezzaghi (padre), oggi dopo un bel gruppetto di anni sono diventati enigmi, e la sinuosa Susy richiederebbe che si trovino delle particelle simili ad essa, cosa che nessuno  c’è mai riuscito; è stata avanzata l’obiezione che tali particelle  popolavano il Super Universo in eguale proporzione rispetto alla materia ordinaria al verificarsi di ogni inflazione cosmica , tra le quali ad esempio è stato fatto rientrare il nostro Big Bang, ma poi con il rapidissimo  raffreddarsi del fenomeno di inflazione  si sarebbero estinte in massa, impossibilitate  a sopravvivere e quindi disintegratesi.
C’è però una escamotage di Susy che sostiene che una particella
  particolare quella che rappresenta  la partner supersimmetrica del neutrino ed eccezionalmente è denominata non sneutrino, ma neutralino, in quanto molto pesante non interagisce  con le altre forze di materia e quindi  può costituire enormi ammassi  capaci di intensa attrazione gravitazionale. Quindi la materia oscura potrebbe essere un gas di pesanti neutralini , residui fossili di un’epoca priomordiale in cui la materia supersimmetrica, Susy, dominava l’universo. Un bel rompicapo anche per i fisici quantistici che non hanno piu' il tempo di farsi un bel viaggetto in treno e sfogliare la Settimana Enigmistica 


MATEMATICA COME CALCOLO E COME MITO

  Le questioni di conoscenza e sulla conoscenza  cominciarono ad andare diversamente   quando a prendere il posto del Mito  fu un tipo di co...