lunedì 16 gennaio 2023

ENTRARE IN FLUSSIONE

 

Mi affascina la danza, ma debbo ammettere: la associo inevitabilmente al femminile, al corpo femminile: i capelli lunghi sciolti sulle spalle che ondeggiano seguendo il ritmo della musica e partecipano colle altre parti del corpo ai movimenti della danza; sono in verita’ i capelli e i piedi, le estremita’ che alla fin fine conducono questo coinvolgente gioco: quindi non e’ tanto una percezione in soggettiva, che riguarda noi stessi, ma e’ trasferita sull’altro (pardon sull’altra) Diciamo che un npo’ tutte le danze partecipano, o meglio fanno partecipare di questa sensazione: il tango, la baciata, il Paso doble, il valzer, ah! il caro vecchio valzer col suo bel Danubio blu , pero’ nella fattispecie della sensazione del coinvolgimento partecipe, forse la danza che maggiormente coinvolge occhio, cervello e anache il cuore, e’ la taranta o pizzica, dove l’elemento piedi gioca una parte di primaria importanza, piedi nudi che si muovono sinuosamente in una sorta di frenesia accelerata (non a caso il nome taranta viene dal morso della tarantola che un tempo si diceva generasse appunto una sorta di frenesia), cui nella contestualita’ del ballo si aggiunge questa volta un elemento esterno oltre la musica, una sciarpa di solito rossa che la ballerina di turno muovera’ sempre con consumata abilita’ e il trasferimento su di essa della sensualita’ che il corpo con le sue estremita’, i capelli e soprattutto i piedi nudi che si muovono sul terreno, trasmettono all’intero contesto, di cui fortunosamente e con grande piacere anche noi facciamo parte “inspirero’ considerando tutti i corpi, espirero’ considerando tutti i corpi” dice il ritornello della Meditazione Vipassana, ma qui la meditazione e’ accelerata e tutti corpi sono coinvolti nel movimento: la ballerina con i suoi capelli, i suoi piedi, i gesti e la sciarpa, quindi la musica, il contesto, gli altri ballerini, il pubblico.  A questo punto proprio come faccio in numerose attivita' che comportano un nuovo apprendimento di nuove sequenze: imparare ad andare in bicicletta, esercitarmi sulle parallele per pervenire a tempi di kippe, sciare sulla neve

Ballerina di pizzica 
nuotare, comincio a contare i passi che vado facendo giustappunto per apprendere qualcosa di nuovo, questo contare all’inizio mi aiuta, mi ricorda il percorso che debbo seguire, uno, due, tre, avanti, quattro indietro, cinque di lato , ma poi ad un certo punto tutti questi numeri perdono di importanza, non li conto piu’ sono immerso nel movimento e solo allora mi accorgo che sto ballando, come la bella ragazza della pizzica, capelli, piedi, sciarpa, musica e movimento, non piu’ singoli passi, ma un flusso come quello di un’onda ….ecco da questo comincio a percepire perche’ sono state così importanti le equazioni d’onda studiate da De Broglie, da Dirac, da Schrodinger in fisica quantistica: siamo passati da uno stato di uno due tre punti successivi ad un flusso ed ecco, diciamolo pure …stiamo ballando. I numeri, il contare sono simili alla coscienza, ovvero quell’analogo io che ci mette in corrispondenza con il nostro ambiente, servono per stabilire un percorso di apprendimento, ma prima li lasciamo e facciamo fare al nostro inconscio, prima entreremo nel flusso e faremo parte di una nuova modalita’ di azione.arola calcolo deriva dal latino e si riferisce ad una piccola pietra che fin dai primordi della nostra civilta’ serviva per contrassegnare una numerazione di elementi, se pero’ alla parola calcolo ci aggiungo il termine infinitesimale ecco che non mi ritrovo piu’ ad enumerare ciottoli che mi scandiscono un percorso, ma passo ad un altro livello di percezione, entro a far parte di un flusso: come ho gia’ citato in altri articoli su questo stesso Blog, furono soprattutto Leibniz e Newton che definirono il concetto stesso di Calcolo infinitesimale” ovvero arrivare alla comprensione di cosa succede in termini matematici quando si passa dal moto di tra due e piu’ punti al movimento fluido di un flusso, in termini pragmatici quando si cessa di contare passi e si entra nel ballo. E’ questo il senso del calcolo infinitesimale. che ci da' il senso di un diverso mondo dove non esistono piu' punti, ma solo flussi e proprio i due inventori del calcolo infinitesimale chiamarono questo movimento fluido che non misurava piu' il movimento tra i punti, ma solo
la velocita' in un punto "flussione" , termine che successivamente fu cambiato in "derivata", ma il senso non cambia: la flussione, evolutasi in derivata rappresenta sempre il il grado di cambiamento di qualcosa (ad es. la distanza) in un dato punto , rispetto a qualcos'altro (ad es. il tempo); la consapevolezza di essere parte di unflusso , simboleggiata nel calcolo infinitesimale dalla flussione o derivata, coglie con precisione quella consapevolezza quasi mai conscia di essere appunto entrati in un flusso e quindi di cominciare a ballare

domenica 15 gennaio 2023

LA STRINGA SIMMETRICA n. 59

 

Un autunno davvero particolare quello del '59: le canzoni che ancora ti ruotavano per la testa erano la sensazionale Marina di un cantante fino ad allora sconosciuto Rocco Granata con quel ritornello che non ti dava tregua “marina, marina, marina ti voglio al piu’ presto sposare, o mia bella mora non mi devi rovionare oh no, no, no, no! La Tom Dooley del juke box allo stabilimento di Fregene ma anche The Diary di Neil Sedaka, Nun e’ peccato e Malatia di Peppino di Capri, la nuvola in due di Don Marino Barreto Junior I Singg ammore di Nicola Arigliano, il tuo bacio e’ come un rock di Celentano. Tintarella di luna di Mina e poi Joe Sentieri, Fred Buscaglione, Tony Dallara, Personality di Caterina valente, lo show di Perry Como, però diciamolo , ancora dominava il Ciao ciao bambina di Modugno ( gli struggenti mille violini suonati dal vento) e infine non meno di tre vecchi successi di Elvis Presley, militare in germania al moomento : Jailhouse Rock, Don’t be cruel, Love me tender, poi c’erano i film , i soliti Peplum con protagonista assoluto il formidabile Steve
Reeves da Le fatiche di Ercole, solo appena insidiato dal Gordon Scott che aveva fatto Romolo e Remo con lui, ma si era un po’ dirottato su Tarzan, e poi il seguito dei film dell’orrore con Christoper Lee e Peter Cushing, quindi i vecchi film che ti passava l’Alce, la Sala Traspontina, il Degli Scipioni e a volte persino Il Principe che faceva anche
  cinema varieta’, cioe’ avanspettacolo. La televisione, rigorosamente un solo canale, ma  a lui la televisione piaceva solo per il Musichiere e per i vecchi film che facevano. I fumetti oramai erano in ombra mentre cominciavano i libri propiziati dal defile’ dei vari cicli di Salgari ( Sandokan, Janez e Tremal Naik, la terribile Minneaha del Far West, il Corsaro Nero ), il primo, dopo il Cuore e quelli che ti avevano forzato a leggere a scuola (I ragazzi della via Pal, Senza Famiglia, Incompreso….dio che palle):  in assoluto il primo della stagione diciamo così “seriosa”  IL Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, seguito da qualcuno di quasi orrore  che lo aveva intrigato Il Dr, Jeckill e Mister Hide di Stevenson, il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde. Cosi’ all’appuntamento con l’inconscio in quel fine ottobre, quindi pieno autunno, cioe’ qualcosa che riflette e riassume  il rapporto tra se’ e ambiente in termini pero’ non di causa e effetto e neppure di linguaggio articolato, cioe’ di coscienza,  ma proprio di
quello che Freud per primo chiamò inconscio. L’inconscio e’ il luogo dell’altro, doveva dire di li’ a qualche anno un seguace appunto di Freud e di la a qualche altro anno,
  un altro seguace prrospettare una serie di scivolamenti per insiemi infiniti secondo uno schema di rigida simmetria, del tutto avulsa dalla logica aristotelica, ma molto simile a quella che da un po’ di tempo studiosi un po’ sui generis andavano disquisendo : Einstein, Bohr, De Broglie, Heisenberg, Dirac, Bell, Schrodinger, Pauli, Feynman. L’altro di cui era luogo l’inconscio era in verita’ ben circoscritto e ben rappresentato senza bisogno di far scattare compensazione o quella famosa logica di simmetria: dunque c’era stato quell’incidente dello spaghetto nel naso finito per troppa foga nel mangiare, che pero’ la nonna aveva troncato l’impatto di panico con quel  “soffiati il naso” e paffete era passato tutto. Nei giorni seguenti pero’ i meccanismi di nutrizione si erano fatti preoccupati, troppo attenti, troppo circospetti nel terrore di provocare qualche reazione corporea. Il corpo preoccupato cominciava a divenire una sorta di nemico e l’alimentazione ne era una specie di cavallo di Troia…un chicco di riso, il filo della cicoria, un pezzo di pizza, il tonno, tutto veniva investito di componenti aggiuntive in accezione negativa. Come riuscire ad abreagire quell’impasse che non aveva,  stante l’eta’, ancora neppure precisato come altro, quel famoso inconscio, per non parlare degli insiemi infiniti? Una parte poteva passare per  il far leva su quel corpo che cominciava anche dopo quel primo incidente  a buttare giu’ chili, così del tutto inaspettatatamente, per coprisi davanti lo specchio in camera da letto che i Jeans gli stavano a pennello, niente piu’ ciccietta attorno ai fianchi, aspetto decisamente invitante, anche appariscente, sicche’ veniva presa la decisione di iscriversi alla palestra di ginnastica Borgo Prati in via Virgilio, giusto in occasione dell’anniversario della nascita effettiva  del suo referente inconscio (25 novembre)/1888 -1959. E poi la successiva  istanza di questo multinconscio su altri percorsi da integrare  (1948 : l’integrale sui cammini di Richard Feynman) quella della controparte del femminile, che si conforma nel triplice aspetto delle ragazzette con il nome che comincia per la lettera elle (L) :
Letizia (1942) Laura (1944) Lucietta(1946). Le riincontra una dopo l’altra un po’ sincronicicamente dopo la decisione di iscriversi alla Borgo Prati e ben che snellito con un aspetto decisamente piu’ allettante rispetto anche all’estate. La prima
  diciassettenne  era quella della stringa del sandalo alla schiava, che si era allacciata lungo piede e polpaccio proprio sopra la sua coscia nella casa di via Sebastiano Veniero, scatenando la dirompente ma sotterranea esplosione di istinti dei sui nove anni (57)  - bionda coi capelli a coda di cavallo la conosceva praticamente da sempre e la ricordava con due trecce poi  con una treccia sola e infine quel pomeriggio proprio davanti la sua casa, con la nuova pettinatura a coda di cavallo. Niente piu’ sandali alla schiava, stante il freddo oramai incipiente, ed anzi un cappottone, che non esaltava certo la sua avvenenza, ma i ragazzi che passavano nel vedere come lei lo abbracciava, motteggiavano lo stesso    “aho ragazzì beato atte’ che vieni spupazzato da sta’ gnocca….” Lo aveva invitato a salire su casa e c’era oltre alla madre, il fratello piu’ grande che si allenava al vogatore (era un canottiere della Rari Nantes, varie coppe facevano spicco nella sua camera e anche in salone, ma a lui facevano piu’ effetto i poderosi muscoli che gli suscitavano una forte invidia) . “Ammappelo come ti sei fatto grande” gli aveva fatto, “ bravo che ti sei iscritto alla Borgo Prati, l’ho frequentata anche io una decina d’anni fa”. Letizia si era tolta il cappottaccio e ostentava un fisico davvero da sturbo, uno sturbo che oramai si impadroniva di lui con sempre maggiore frequenza.  gambe lunghe, fianchi torniti, la forma del petto perfettamente sottolineata da un golfetto leggero, insomma quel che si dice una bella ragazza, parecchio piu’ alta di lui, una buona decina di centimetri quindi sul metro e settanta forse anche qualcosa in piu’, per cui un po’ per l’eta’, un po’ anche per l’aspetto,  la qualsivoglia illazione come oggetto di desiderio era bandita sul nascere. Quando si dice il caso, uscendo da via Sebastiano Veniero sul far della sesera, aveva attraversato la piazza Risorgimento e tagliato verso via Crescenzio che doveva appunto raggiungere la palestra, ma qui ecco chi incontra? Si proprio lei Laura, coi capelli scuri a caschetto ma senza piu’ quel vestitino rosso che gli aveva propiziato nell’estate di tre anni prima la dedica per opposizione della canzone di Modugno “Musetto” be’ d’altronde lui sveglio com’era anche a 8 anni  (il 1956 poi era stato un anno di particolare apprendimento e esperienza : la grande nevicata, la cacciata dai corsi di catechismo per “blasfemia” la passione per la storia dei Greci e di Roma, e al solito canzoni e film a profusione)…. aveva colto i netti contrasti fra la fanciulla e i versi “ eh no, non tagliarti i capelli, non vestirti di rosso…”.  Niente vestitino rosso che lei portava sempre,  perlomeno in quel ‘56 e anche l’anno dopo nel ’57 in combine colle scarpette nere lucide, ma non nel ’58, che anche lei in quella torrida estate aveva messo i sandali alla schiava, troneggiando tra i ragazzi di via Nicolo’ coi suoi splendidi 14 anni. Era anche lei, ora in quel fine novembre piuttosto insaccata in cappotto e maglione a collo alto, quindi poco spazio a suggestioni pseudo erotiche: ben volentieri si era fermata a parlare dicendogli che la famiglia aveva deciso di prendere una casa lì in via Crescenzio per quando veniva a Roma. “ah così non stai piu’ a via Nicolo’?  - “si ma tanto ci passo sempre qui non ho amici, lì conosco tutti!” chiacchierando del piu’ del meno arrivarono al portone della nuova casa e quindi lei promise che l’indomani pomeriggia sarebbe passata a via Nicolo’.  Torno quindi verso casa, attraversando San Pietro, quindi Cavalleggeri, la scalinata e quindi via Nicolo’ V che oramai era sera fonda ed anzi aveva anche cominciato a piovigginare. Si aspettava  di mettersi a cena , ma c’era una novita’, a cena erano stati invitati da Matteucci nella sua splendida casa a Via Dandolo, per cui mettiti in tiro, fai in modo che risalti il fisicaccio che cominciava a far capolino per quel metro e sessantatre’ di altezza (sempre piu’ di Matteucci che pero’ compensava coi milioni  del suo lavoro di spedizioniere che gli permetteva di avere quel pop po di casa, la Ferrari e anche una Cadillac bianca, piu’ la Zagato Alfa Romeo  da corsa con la quale aveva partecipato alla Mille Miglia, alla Targa Florio e ad una miriade di altre gare automobilistiche) Era giusto giusto una sera con gente del mondo delle corse Luigi Villoresi, Sergio Tullio Marchesi, Bornigia e c’era anche la amica Lucietta  di Gabriella la figlia di Matteucci, che era la figlia di un famoso pilota della Ferrari morto l’anno precedente in una gara. In proposito, con Matteucci, Gabriella, il fratello, Litta, Iaio e suo padre erano stati al funerale, una tristissima e piovosa giornata di luglio che a lui  lo aveva si contrito, ma anche un po’ colposamente ammaliato,  alla vista di quella fanciulla un paio d’anni piu’ grande di  lui, prostrata dal dolore. Ora quella sera la rivedeva, meno affranta ovviamente , anzi spigliata, volitiva ed era proprio lei a chiudere il cerchio di quelle tre “grazie” di una differente stringa che simmetricamente anzi super simmetricamente, percorre un diverso cammino, tutto da integrare

martedì 3 gennaio 2023

TUTTO IL MALE DEL MONDO

Gli americani non si sono limitati a raccogliere il testimone  della bottegaia Inghilterra che per piu’ di tre secoli aveva spadroneggiato per il mondo forte dei suoi commerci e del suo motore : il denaro.  Hanno con il loro avvento, dopo la seconda guerra mondiale,  al vertice del potere mercantile, commerciale, e tecnologico, cioe’ in sintesi  al potere  iper-bottegaio,  affinato  metodi e modalita’,  sviluppando la cosidetta “guerra della rete”  ovvero una guerra condotta  non solo in termini di mercato e di valore di scambio, ma di una informazione globale , basata su di uno spregiudicato uso  giustappunto della nuova rete informatica globalizzata  e della risonanza dei cosidetti “media”, e cioe’ giornalismo, televisione, publicita’, social e computer, tutti aggiogati al carro dell’iperconsumismo del neo-liberismo, ( o probabilmente piu’ attinente la definizione Duginiana di post-liberismo). Contro questo post-liberismo di oramai gretta individuazione statunitense che si e’ imposto come  comun denominatore di tutto il mondo occidentale, qualificandosi  come iper modernismo, ovvero lo spregiudicato  utilizzo  tutte le idee e tecniche piu’ ipocrite e falsamente buoniste che mai abbiano avuto diffusione, non solo negli USA e nel loro diretto precedente l’Inghilterra, ma anche in seno a quella che avrebbe dovuta essere la tradizione europea con la sua storia, il suo spirito e appunto le sue tradizioni, dequalificatasi in una spregevole sigla la UE espressione di un solo potere quello  del denaro, del mercimonio e di una tecnologia al suo esclusivo servizio  Ecco perche’ ogni possibile conservatorismo da parte di una sia pure esigua minoranza dovra’ sempre estrinsecarsi in un perentorio “NO !” al modernismo,   e dovra’ sempre riferisi ad una tradizione, anche se non espressamente manifesta  nel contesto
della realta’ circostante. Si riconosce subito quell’individualismo “differenziato”
  espresso dal grande e ovviamente ostracizzato dalla cultura  modernista vigente, filosofo Julius Evola in special modo nel suo saggio “Cavalcare la tigre” ovvero una sorta di manifesto di un “tradizionalista senza tradizione “.  E’ questo tradizionalismo l’unico atteggiamento perseguibile appunto dall'uomo che non si riconosce in nessun aspetto del post modernismo. ma  cio’ nonostante si affida al piu’ totale e assoluto rifiuto di qualsivoglia parametro della Societa’ attuale, che dopo aver esaurito il moderno gia’ da mezzo secolo a questa parte e’ oramai in quella fase di post modernismo che non esprime null’altro che negativita’ e nefandezza. La parola d’ordine di tale atteggiamento, che ha i suoi araldi in pochi personaggi di cultura e spessore:  Evola in prima istanza, ma anche Guenon, Eliade, Cioran, Drieu de la Rochelle, Ezra Pound, Heidegger,  Schmitt, Jungher. Spengler in una qualche maniera Freud, Jung, Pauli, Heisenberg, Schrodinger e piu’ recentemente, Matte’ Blanco, De Benoist, Freund, Dugin, persino i nostri Agamben e Cacciari:  “IL MODERNO E’ IL MALE, IL POST-MODERNO E’ IL PEGGIO".  Ribadiamo che l’uomo differenziato di Evola  ovvero il tradizionalista senza tradizione, deve trovare all’interno di se (in-sistere) i motivi piu genuini per opporsi con tutte le sue forze  al mondo di oggi post-moderno che propugna solo motivi di interesse e profitti (ex-sistere) , in sostanza deve fare una sorta di calcolo infinitesimale del tutto simile a quello che fece Leibniz rispetto a Newton , tradizionalmente indicati come i due ideatori di tale procedimento matematico: preferenziare quella “vis viva” interna  indicata dal primo in opposizione al secondo che la ricercava invece all’esterno nelle leggi e cose del mondo, e farlo assumendo numeri del campo reale ma con connotazione negativa, identificandoli con mancanze, debiti, interruzioni, distruzioni e facendoli tornare positivi ma con connotati immaginari, tramite proiezioni  per stabilire quindi un nuovo registro, giustappunto quello dell’immaginario dove possono rientrare le nuove interpretazioni di un mondo che non sia quello che ci si presenta oggi con caratteri di quasi esclusivita’ e che e’ stato recentemente in grado di imporre un vero e proprio fermo alla ragione, alla liberta’, ad una umanita’ che non si e’ ancora fatta irretire  dalla paura e che appunto deve trovare la sua “proiezione immaginaria” per uscire dal tunnel della post modernita’ che non solo ha dimenticato la tradizione (compito eseguito questo gia’ dal moderno) ma la vuole del tutto annichilire in nome di una feticizzazione estrema del movente economico per una debacle di ogni traccia di umanita’ e l’affidamento assoluto ad un nichilismo fatto di merci, di mercato, di denaro e della loro proiezione sotto veste virtuale ed informatica (paradossalmente un netto processo inverso di quello che deve fare l’uomo che si differenzia nella tradizione).   Sotto il profilo meno individuale, ma piu' collettivo, si potrebbe fare proprio la controversa ed anche abbastanza navigata teoria dell'unione eurosiatica  rivisitata e elaborata recentemente da
Alekxandr Dugin  in ispecie nei suoi due saggi La quarta teoria politica e La teoria  Mondo multipolare, di cui ho gia' parlato e di cui conto di parlare in maniera sempre piu' approfondita,  perche' dismettendo quella "ubris" che fino a pochissimo tempo fa , prima che questa distopia recente , mi svegliasse dal mio sonno dogmatico a proposito dell'occidente, vado anche io alla ricerca di una nuova direzione in cui incanalare il mio desiderio di liberta' , di giustizia, di vera umanita' e magari scoprire un nuovo Eldorado
non fatto di oro come equiparazione di beni materiali, ma di quel vero purissimo oro di cui erano intessuti i tempi che nessuno e' mai riuscito a raccontare, se non come Mito, un Mito dell'eterno ritorno a cui tutto sommato un tradizionalista senza tradizione,  scandita da precise metafore, deve sempre tendere:  una Eta' dell'Oro per una tradizione che la coscienza umana non e' ancora riuscita a condensare, e che puo' solo intenderne un senso trascinando il suo significante che e' sempre altrove, sempre un tantino piu' in la' o un pochino piu' in qua, perche non e' una metafora : e' una metonimia e a parlare non sono piu' gli uomini, ma gli dei o perlomeno l'idea che di tali dei,  se ne e' costruita la mente umana.

giovedì 3 novembre 2022

INCEDERE ELEGANTE

 

L'altro giorno ho incontrato qui sottocasa che discuteva con la mia amica siciliana Anna Maria Raia, un vecchio avvocato palermitano che conosceva tutte le persone che nomino nel successivo, ma vecchio articolo per la rivista Riflessi Storici su "Vecchio Frack": da Raimondo di Trabia a suo fratello Galvano, a zio Bino Napoli, al barone Rutelli (quello che mi fece "sarà Mario ma mi pari sempre un afferra cazzi n't'all'aria" . Bhe è notorio quanto io sia legato alla antica atmosfera palermitana, per cui è ovvio che siamo rimasti a discutere a lungo e mi sia lasciato prendere dai ricordi. Ecco La passeggiata delle Cattive lungo le Mura, la gelateria Ilardo dove si poteva gustare lo spongato di gelsi e cannella, O' Dutture do' brodo, a ridosso dei Quattro Canti di citta' . Eh si! Palermo ha avuto e ha tutt'ora un continuo impatto nella mia vita : da vecchi amici come Vittorio Gagliardi, Bepi Caiozzo, Max Manfredi, Vittoria Natoli, Mario Fecarotta Beppe Brignola, a più recenti : Comunque lasciamoci trasportare da quel vecchio frack che scivola sotto i ponti, e anche noi lasciamoci cullare, perdendoci nel mare..... Es- se s-ogni… UN uomo in frack... già nel titolo, c’è sottesa una ambiguità semantica, nominalistica : ogni uomo in frack e’ un po’ troppo generalizzante e così, se eludi il trattino si conforma un “sogni” che ovviamente allude a quel frack, ma anche ad un fiume su cui quel frack scivola lentamente, passando sotto i ponti e andando a perdersi in mare.
Quando nel ‘57 uscì la canzone “vecchio frack” di Modugno , forse solo i siciliani veraci, quelli che gustavano gli spongati di gelsi e cannella, alla gelateria Ilardo, lì a ridosso delle “passeggiata della cattive”associarono immediatamente quel “S'avvicina lentamente con incedere elegante, ha l'aspetto trasognato, malinconico ed assente; non si sa da dove vien, ne’ dove va. chi mai sarà quell'uomo in frack ? “ al principe Raimondo Lanza di Trabia. I siciliani ed un ragazzino di non ancora dieci anni, che siciliano non era, un romano de Roma, con tanto di battezzo ar Cuppolone, ma che il personaggio in questione lo aveva, bè se non proprio conosciuto, in quanto all’epoca gli adulti parlavano poco con i bambini, perlomeno visto parecchio a lungo, e proprio in quell’atmosfera di lungomare tra quei gelati a triangolo, e vicino a quella “passeggiata” che lo zio Bino, personaggio di rilievo di quella Sicilia anni cinquanta, si era degnato di spiegargli perché si chiamava così “no no non sono donne cattive nel senso di maligne” gli aveva detto ridendo “in latino il termine captivae, significa prigioniere, e difatti e in questo senso che si intende quel cattive, in quanto riferite a donne che avevano perso il marito, delle vedove , cui appunto era stata ricavata questa stradella riservata, proprio a ridosso della Mura e sul lungo mare, perché potessero passeggiare con l’aria di mare, ma da sole, prigioniere del loro dolore, che non consentiva loro di frequentare altra gente” Il ragazzetto, che gia’ allora era irresistibilmente attratto da tutte le persone coi baffi, in quanto gli ricordavano qualcosa e soprattutto qualcuno, dandogli un senso di sicurezza, di protezione e di una misteriosa malia, si era subito focalizzato su quei baffetti , che un comico tanti anni dopo avrebbe detto “da sparviero” ma che oltre lui sembravano come catalizzare l’attenzione e l’interesse di tutti:
lo chiamavano Principe e si diceva che era merito suo se la Targa Florio, la grande e antica corsa siciliana, voluta dai Florio, era tornata ai fasti di un tempo, si diceva che aveva sfidato in una gara nientemeno che il grande Tazio Nuvolari, il mantovano volante e l’aveva addirittura battuto, e poi si menzionavano le sue conoscenze e anche grandi amicizie con famosi personaggi storici, Galeazzo Ciano, Gianni Agnelli, Curzio Malaparte, attori di Hollywood tipo Errol Flynn di cui era intimo amico e anche l’accenno a presunte relazioni con attrici che nell’Italia di allora erano senza dubbio mitiche; ancora si faceva cenno dei suoi scherzi tremendi che faceva in Palermo ed anche fuori Palermo a famosi politici come il Conte Sforza, che lo zio Bino politico e assessore alla Regione, conosceva e riferiva con gusto, ed infine veniva citata quella copertina della Domenica del Corriere in cui era stato immortalato a torso nudo, in un duello. Insomma quel “chi mai sarà? della canzone di Modugno aveva sfondato una porta aperta per quel ragazzino romano che dopo quella “conoscenza” e ancor più dopo il misterioso “suicidio” o accidente nel novembre del ‘54 a Roma , si era andato quasi morbosamente a documentare sul tal personaggio “ma certo che era lui! E chi sennò? Quell’incedere elegante, l’aspetto trasognato, malinconico ed assente e poi quella stupenda immagine dello “sbadiglio di una finestra (quando mai si era vista sbadigliare una finestra ?) e quel galleggiare dolcemente sul fiume silenzioso di un cilindro un fiore, un frack…. dai che ce n’era di che aggiungere di fascino ad una persona del genere e il tutto anche accompagnato da quella melodia decisamente accattivante, con quel finale da sturbo “adieu, adieu, adieu al mondo, ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato, ad un attimo d’amore, che mai più ritornerà”. Vecchio Frack era rimasto scolpito nell’immaginario di fascinazione di quel ragazzetto ancor più dei successivi Volare, ecco “penso che un sogno così non ritorni mai piu’” e i “mille violini suonati dal vento” di Piove o “ciao ciao bambina” e quale la sorpresa quando molti anni dopo il ragazzetto oramai bello che cresciuto aveva fatto conoscenza, con assidua frequentazione e anche accompagnata da una certa confidenza, con il fratello di quel personaggio, cioè il fratello del “vecchio frack!” Galvano Lanza di Trabia.
Niente baffetti "da sparviero" ma alto, distinto, la personificazione stessa della signorilità, era sopratutto amico del padre, al quale, sapendolo comunista gli faceva " Lucio se ti comporti bene ti faccio Cavaliere" e frequentava lo studio di Michele Pottino in via dei Pianellari dove suo padre e Pottino avevano costituito uno studio di consulenza in titoli di Borsa. "minchia" che studio! ci venivano gente davvero importante: Vito Guarrasi, Michele Sindona, Mimì La Cavera con la famosa attrice Eleonora Rossi Drago, ed era anche un via vai di pittori, artisti, dato che il marchese Pottino aveva la vocazione del Mecenate e gli piaceva circondarsi di una sorta di corte di tali personaggi; tra l'altro , un giorno si e un giorno no, telefonava a suo cugino, che indovinate un pò chi era? Enrico Cuccia di Mediobanca, il padrone dei padroni. Ora frequentando anche lui tale studio come una sorta di consulente ideativo (aveva entusiasmato Pottino stilando una cartina del centro di Roma con tanto di Tridente, ansa del Tevere e assi sistini dove aveva disegnato una caricatura di Pottino coi suoi baffoni all'Umberto che fungeva da stelle di merito per i ristoranti che lui frequentava e di cui era, manco a dirlo Mecenate: una faccina baffuta: mediocre, due: discreta, fino alle cinque bordate rosso (a mo' di Generale di corpo d'armata designato d'armata, o meglio alla Douglas Mc Arthur) . Pottino era miliardario, ma Galvano no, anzi andava sempre questuando soldi, ma era... il Principe di Trabia, e aveva nei cromosomi la signorilità "Michele!" gli faceva seduto sul tavolo della scrivania incurante di scompigliargli carte e gingilli "tuo nonno era campiere di mio nonno" e di certo sorrideva di quel suo titolo di marchese che a buon bisogno gli aveva conferito proprio il suo di nonno.
Una volta erano tutti sulla Jaguar di Pottino alla ricerca di un posto dalle parti di piazza in Lucina, quel giovanotto col padre, dietro, Michele alla guida e Galvano a lato "non si trova niente" aveva esclamato spazientito Pottino "vai, entra in quel portone!" gli aveva fatto con una nonchalance da guinnes dei primati, roteando con un gesto sinuoso la sigaretta e spandendo volute di fumo nell'abitacolo "ma che scherzi quella è la sede de .... ci cacceranno via " "Vai , entra, ho detto!" aveva insistito con ancora più signorile sicumera. Come aveva temuto Pottino, il portiere in divisa si era subito precipitato con aria truce per cacciarli, ma poi scorrendo la vista sulla persona che era accanto al guidatore..."Principe!!!" aveva fatto con tanto di riverenza.
Galvano gli dava sempre una strappo a casa sulla sua vecchia 850 dove c'erano una quantità enorme di cassette di Peppino di Capri "sai " diceva "fanno molto colpo sulle ragazzette quelle della tua età" e in quell'espressione ammiccante il pensiero andava ovviamente al fratello, di cui lui si era lasciato andare anche a confessioni sul vero motivo della sua strana dipartita, che era un po’ alla ultima defenestrazione di Praga , quella del 1948, del figlio del grande Thomas Masarych, Jan. Ma il mistero era bene che rimanesse, eh si proprio a quel “sogno mai sognato e all’immagine di quel frack che scivola lentamente nel fiume sotto i ponti lasciandosi cullare e perdendosi verso il mare.


venerdì 21 ottobre 2022

PER FAVORE NON TOCCATE LE.....

 

Bersani e' l'ultimo esempio della intolleranza verso il passato e quindi verso la storia. Lui vorrebbe rimuovere la foto di Mussolini, or non mi ricordo neppure se dall'elenco dei Presidenti del Consiglio a Palazzo Chigi, o da chissa' quale altro palazzo, ma in verita' e' solo l'ultimo di tanti imbecilli che hanno sempre cercato di cancellare quello accaduto prima del loro piu' o meno avvento a certe posizioni. Per gli antichi romani, oltre la confisca dei beni, magari la condanna a morte del personaggio caduto in disgrazia, scattava  la "damnatio memoriae" che a guardare bene ha sempre sortito un effetto contrario in merito al ricordo del soggetto colpito da tale anatema  (basti pensare a  Caio Mario, a Catilina, a Nerone, a Caligola)    Tanti tanti anni fa a Parigi, in una delle bancarelle lungo senna (Bouquinistes) capitai un curioso e gustosissimo romanzo "Mendelsshon c'est sur le toit" dello scrittore ceco Jiri Weil in esso
vi erano una serie di episodi della Praga durante il periodo dell'occupazione nazista, dove con sarcasmo veniva affrontato il tema del cambiamento di immagine anche a livello di memoria, che ogni regime che si sovrappone ad un precedente, tenta di effettuare a livello di collettivo, in una delle sue esternazioni più manifeste, ovvero quella di statue, monumenti.  Nell'
episodio che dà titolo al libro, i nazisti ordinano di rimuovere la statua del compositore Mendelsson, in quanto ebreo dal tetto dell'Accademia di Musica di Praga, ma il funzionario preposto, incapace di riconoscerla, opta per rimuovere la statua con il naso più grosso, che era quella di Wagner. Sempre nel medesimo romanzo si parla di un fotografo che girava per le piazze della città, fotografando i monumenti non ancora spostati. Decisamente ce ne aveva di lavoro!!!... e tutto questo mi faceva tornare alla memoria le discussioni e polemiche che si erano avute, tanto per cambiare, ad una lezione di Bruno Zevi, su quella ipotesi, assai controversa di "sventrare gli sventramenti", ovvero se sia lecito e legittimo che ogni manifestazione di un passato storico venga rimossa, cambiata, cancellata, avallando così quel principio alquanto inquietante che “la storia la fanno i vincitori”. Praga,  molto probabilmente stante i cambiamenti di regime negli ultimi cent'anni, ha molte piu' statue ed icone varie, che sono state rimosse, sostituite, distrutte, che noi in Italia, dove la furia iconosclasta si e' grosso modo esaurita in un solo giorno, quello  del 26 di luglio del 1943 alla notizia della sfiducia del Gran Consiglio del fascismo verso Mussolini; pero' forse anche questo  accresce il fascino struggente della citta' d'oro,  dove la rimozione si appunta sul suo corpo, facendone oggetto di mancato che spinge al suo recupero, sortendo quindi un effetto di contrasto un po' alla maniera della "damnatio memoriae" dei romani. 
Rimozione e mancato giocano quindi sul versante della fascinazione ed ecco perche' i vari Bersani e tutti i fautori dello "sventrare gli sventramenti " sono doppiamente idioti: chi ignora o peggio cerca di ignorare la storia,  non fa altro che esaltare ed anzi ripeterne gli eventi,  come diceva  Santayana.  Non mi ricordo quale deputato italiano in visita negli Usa si lamento' con Il Presidente Eisenowheer che ci fosse a Chicago una strada  dedicata ad Italo Balbo, avendone in risposta "perche' Balbo non ha fatto la trasvolata atlantica?"... Ecco probabilmente l'america  con la sua democrazia iper permissiva, ma anche iper consumista e' la Nazione con meno mancato, pero'. aggiungo io.  e' anche per questo che e' la nazione con meno fascino: In Italia andiamo alla ricerca proprio degli angoli di citta' colpiti dagli sventramenti : la spina di Borgo, il Porto di Ripetta hanno molto piu' fascino della pur meravigliosa Scalinata di  Trinita' de' Monti e questo vale non solo per l'architettura, ma un po' per tutto, come dimostra la popolarita' che di questi tempi ipertecnologici e di rapido accelleratissimo consumo, abbia tutto cio' che rientra nel termine di "vintage"  Ecco perche',  facendo ritorno a Praga, fanno molto piu' opinione i propositi di ricostruire la statua di
Radetzsky che le polemiche sullo spirito provocatorio delle opere di Cerny. Io ad esempio che sono un ultra conservatore  con innegabili suggestioni reazionarie, pur non essendo mai stato comunista ho un rimpianto struggente per il complesso della statua di Stalin  
che dominava maestosa dalla collina di Letna, memoria bruscamente interrotta di un'epoca! Il comunismo non è stato un giorno in Cecoslovacchia e di queste operazioni, con tanto di ripensamenti, brillature con dinamite delle precedenti rappresentazioni più o meno monumentali, vuoi con statue o semplici denominazioni toponomastiche di persone e fatti non più "allineati"  ce ne sono a non finire. In proposito forse  con la cattiva coscienza della continua ecatombe di statue, il vicepresidente del consiglio Vaclav Kopecky inaugurando  il 1 maggio 1955 proprio il mastodontico monumento a Stalin, a Praga, sulla collina della Letna, volle provocatamente   dichiarare : «questo monumento è destinato a durare nei secoli» -  Durerà sette anni e qualche mese. Eppure il nuovo regime comunista ci si era messo d'impegno a partire dal ' 49 per onorare degnamente gli appena compiuti settanta anni del Dittatore  per creare giustappunto un'opera immortale, quasi di risposta al Exsegi monumentum aere perennius" di Orazio.Il concorso aveva prodotto essenzialmente soluzioni stereotipe e semplicistiche: in genere  uno Stalin a figura isolata, congelato nel gesto di muovere il passo, le braccia allargate come un Golem da film muto. Vennero esposti, quei modelli, nel dicembre del ' 49, in una sala della Casa di Rappresentanza: deve essere stato davvero inquietante metter piede là dentro, scivolare in piano sequenza lungo quei quaranta e più Stalin in miniatura, braccia larghe e sguardo accattivante e forse chissa' aveva  inquietato lo stesso Stalin. Fatto sta che il vincitore  Otakar Svec, li aveva sbaragliati tutti i suoi ingenui concorrenti, proponendo un imponente agglomerato, un cuneo simbolico che vedeva in testa Stalin con indosso un pastrano militare e in mano un libro. Dietro di lui, sui lati lunghi del parallelepipedo, i bassorilievi che raffiguravano - in due gruppi allegorici di quattro elementi ciascuno - il popolo sovietico e quello cecoslovacco: il soldato, l' intellettuale, l' operaio, il contadino... Una ben studiata campagna trasformerà l' impresa nel megacantiere a cielo aperto della costruzione del socialismo, quasi la sua rappresentazione figurata. Gli scrittori non stavano  più nella pelle e, prima ancora che i lavori fossero avviati, già vedono svettare sulla collina la statua che ancora non c' è. Scriveva  Pavel Kohout, il candido cantore di quegli anni: «Alto sopra la spalliera dei larici e dei viburni assopiti, / intessuto e sognato di marmo e di stelle, / nel so rriso nostro Stalin sorride, / sicura sentinella dei nostri lunghi cammini».Ma a partire dalla solenne inaugurazione di quel «colossale monumento al servilismo ceco e allo stesso tempo alla sua gigantomania» avviene però un fatto straordinario: il monumento ormai completato sembra non produrre più scrittura. La relazione segreta di Krusciov al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956 (pur recepita in ritardo) spinge i censori alla cautela, gli scrittori al silenzio. La surrealista Eva Medkova scatta al monumento una foto: la macchina fotografica è puntata su Stalin, ma è quasi attaccata al piedistallo, molto in basso. Il risultato è un fantasma irreale, la punta di una scarpa, la piega del pastrano: un' assenza. Un' assenza a cui darà corpo l' esplosione del 20 agosto 1962, che non a caso si evolvera' in mancato, suscitando nell'animo di chi comunista non e' stato mai, un rimpianto struggente, come di una fetta di memoria storica perduta, anzi piu' che perduta, lacerata. E' sempre lo stesso meccanismo dell'effetto paradossale della "damnatio memoriae" dei Romani   
L' esplosione della statua di Stalin, incipit anticipato della Primavera di Praga, darà l' avvio a un revival del monumento che prenderà a riapparire per interposta figura, per allegoria, talvolta persino nella sua ingombrante fisicità. Ma, nel suo primo ritorno, appare solo nella propria assenza. Ciò avviene nel finale del bel cortometraggio di appena un anno dopo la distruzione di  Pavel Juracek: Una persona da appoggiare (1963). L' inquadratura si allarga mostrando 
in lontananza il piedistallo vuoto del monumento. La cinepresa comincia a scendere sui gradini della scalinata. Lo sfondo sonoro trasmette il tonfo ripetuto di una caduta. Quel piedistallo vuoto però inquieta. Si cerca di esorcizzarlo, immaginandoci sopra schermi da proiezione per statisti intercambiabili, o magari uno Svejk da disegno di Lada. In una successiva vignetta di 5 anni dopo alla vigilia dell'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'URSS, si vede  un attonito passante a fronte  un piedistallo vuoto che proietta sul muro l' ombra allarmante di un oratore in piena azione: il braccio alzato, un libro stretto nell' altra mano. Il mancato nel suo venir percepito come assenza proietta il suo impianto negativo nella suggestione umana, diviene immaginario come i numeri in un cambiamento da status a flusso del calcolo infinitesimale. Aveva ragione Bohumil Hrabal: «Che le lasciassero in pace le statue di Praga...». E non solo quelle di Praga: vaglielo a spiegare ai nostri ignoranti politici che esorcizzare il passato significa riaffermarlo, ma suvvia noi conservatori, noi reazionari, noi pensatori di destra , seguaci di Evola, di Mircea Eliade,  prendiamo il tutto come augurio per questo nuovo Governo,  finalmente di destra che guidera' la nostra Giorgia Meloni RICORDIAMOCI PERO' DI NON RECRIMINARE MAI E DI ACCETTTARE LA STORIA, TUTTA LA STORIA, SI! ANCHE QUELLA VERA!  

 

giovedì 22 settembre 2022

LA CULTURA DELLA VERITA'

 

Mi rendo conto anche io  di andare un po’ a zig zag, proprio come quell’integrale sui cammini di Feynman che in quanto a infinitesimale di possibilità,  una volta mi fa percorrere il tragitto fino alla galassia di Andromaca e una volta non mi fa superare il tavolino del secretaire dove sta il computer; così ho fatto passi avanti, o meglio indietro fino alla Mitica età dell’oro, per la quale ho anticipato che potrei agevolmente servirmi di una ipotesi di teoria quale quella di Julian Jaynes della mente bicamerale, detta anche “la mente degli dei” come precedente assai lungo e indistinto(probabilmente svariate decine di migliaia di anni),  della coscienza umana ascrivibile al linguaggio, e quindi identificata  tout court con la storia conosciuta (con una certa larghezza facciamo gli ultimi tremila anni ) Detta così sembra un’affermazione un  po’ pretestuosa, per cui mi rendo conto che prima dovrei fare un lungo inciso giustappunto sui punti salienti di tale teoria, ed è quanto conto di fare su questo sequel di articoli su tutti i miei  blog che si dipartono dal confronto e particolare ri-assunzione del saggio di Evola “Rivolta contro il mondo moderno”  e quello similare di Guenon "la crisi del mondo moderno" Tra gli oramai parecchi riconosciuti vantaggi secondari (che poi tanto secondari non sono) di questa attuale contingenza distopica, che tra virus e pandemia inventati, terrorismo mediatico, creduloneria e pecoronismo delle masse, disgustosi interessi particolaristici di lobbies farmaceutiche e ipertecnologiche,  sembra aver sospeso del tutto il normale raziocinio umano e affossato l’intelligenza ed anche le altre più nobili peculiarità umane tipo la dignità, la cultura, la fratellanza, la ricerca della verità, ed infine la stessa la libertà,   vi sono tutta una serie  giustappunto di ri-assunzioni che riguardano aspetti di questa nuova modalità di esistenza, sui quali occorre far leva se si vuole controbattere a questa terribile offensiva del…. “male” - lo ammetto un tempo non avrei neppure per ischerzo usato un termine  simile, per non passare da invasato complottista, quasi un affiliato  del Dottor No della Spectre dei romanzi di Jan Fleming con  protagonista e irriducibile nemico  il mitico James Bond agente 007, ma oggi, oggi l’ho detto:  siamo tutti stati costretti ad una profonda revisione del nostro “sapere” ed anche del nostro operare, che ci ha anche costretti a prendere atto che il mondo così come l’abbiamo conosciuto e come oggi ci si è drammaticamente rivelato, non è affatto quel mondo tutto sommato “giusto e razionale” che uno dei peggiori filosofi della storia ci aveva lasciato intendere; lo si sarà capito , intendo quel falsissimo e risibile “ciò che reale è razionale e cio’ che è razionale è reale” di Hegel, che, per così dire, ha fatto da battistrada a tutte le menzogne di questi ultimi duecentocinquanta anni. Non è assolutamente vero che il merito, la giustizia, l’onore, la lealtà e anche l’intelligenza, il raziocinio sono stati protagonisti della storia del mondo, anzi è vero il netto contrario: incompetenza, cialtroneria, menzogne, falsi a ripetizione, corruttela e collusione sono stati loro gli assoluti protagonisti della storia e non è un caso che sempre quel sedicente filosofo, Hegel si compiaceva di aver ravvisato l’incarnazione dello spirito della storia in Napoleone 
l'incontro Hegel Napoleone dopo Jena
Bonaparte uno dei più marchiani rappresentanti di tale cialtroneria, incompetenza e falsità nonché
  totalmente asservito ai dettami di un copione di parte, fatto di vergognosi compromessi e sempre, specie ai primordi dell’apparire sulla scena del mondo di tale individuo, costantemente monitorizzato e pilotato, previ controlli e indicazioni dell’apparato politico che lo proteggeva (Il Direttorio post Terrore   diretto da Barras - l ’uomo che aveva  appunto eliminato Robespierre) ed anche provvidenziali aiuti dei sottoposti, ma molto più esperti Generali che gli avevano in gergo “parato il culo” nei suoi disastrosi interventi militari a Cairo Montenotte, a Ceva,  sul Mincio, persino al Ponte di Lodi e ad Arcole (vedi in tal senso i miei numerosi articoli sul blog capotesta di questo set di articoli Lenardullier.blogspot.com.  sulla campagna d’Italia del 1796/97 titolati “Recitare una parte” ) La rilettura di tali testi  testi molto ostracizzati dalla cultura ufficiale e quel continuo integrare ulteriori conoscenze recuperati appunto con quell’integrale sui cammini di Feynman, ha sfrondato anche il riferimento temporale dei 250 anni a questa parte, identificandolo grosso modo con la Rivoluzione Industriale e quindi con l’avvento della “macchina” sostituibile, assemblabile, ripetibile,  quale nuova essenza dell’essere al mondo. Difatti con l’adottare un diverso e  inusitato punto di vista,  molte delle credenze sulla storia dell’umanità vanno valutate in tutt’altro modo: un esempio proprio classico e’ sulla nascita dell’ordine classico, ovvero Umanesimo e Rinascimento, che non sono stati affatto quello squarciare le tenebre dell’ignoranza e della superstizione con cui la storia ufficiale ha bollato il Medioevo, anzi semmai è vero il netto contrario. Sostituire la coralità delle esperienze quale appunto perseguiva la concezione medioevale con un codice arbitrariamente desunto da una serie di parziali ritrovamenti di un passato non verificato e adattarlo ad un fare costruttivo generalizzato, significa difatti operare una “reductio” laddove sono persi tutti i grandi riferimenti simbolici per adottarne di nuovi non poggianti su alcuna tradizione, ma solo su un giudizio individuale di ipervalutazione egoica e poggiante come unica verifica di uno strumento tecnico anticipatore come la prospettiva. Un qualcosa di simile ravvisiamo nel concetto platonico ovvero “quell’uno che sta per molti”  che inaugura il principio dualistico di giudizio sul valore, leit motive della cultura occidentale : non il simbolo proprio delle antiche comunità ove una cosa era quello , ma anche altro:  l’albero ad esempio era si’ la pianta, ma anche la forza, la resistenza, la temporalità, e così una roccia, un fiume od anche lo stesso individuo;  oggetti, cose che si fanno altro,  assumono a loro sostegno sempre il fare metaforico del simbolo per ri-mettere insieme una composita esperienza: dal greco antico appunto “sum-ballein = ri-unire, ri-mettere insieme”, ma il dividere tra una cosa che ha valore  da una che non ne ha , giustappunto quel mondo delle idee su cui riposa il concetto platonico sempre dal greco antico “dia-ballein= dividere, separare:  crolla il mondo “simbolico” della coralità delle percezioni e delle esperienze, si inaugura quello “diabolico” del giudizio e della differenza nei valori e che porteranno, molto prima della Rivoluzione Industriale, ma ecco a cavallo del trecento, con la piena entrata dell’età del ferro, l’età dei mercanti e la fine dei regurgiti dell’età degli eroi, al metallo che non è più tale, ma solo una mescolanza , una lega : il ferro,  dove nessuno dei valori di un tempo possono essere scambiati e dove rimane  un solo valore : quello di scambio, ovvero di merci e di danaro. I mercanti si vanno appropinquando all’ultima era,  quella dei Servi, come giustamente rileva Evola e il mondo che sorge dall’avvento della macchina lo rappresenta in toto. Anche Guenon aveva scritto un’opera sulla crisi del mondo moderno di cui Evola ne aveva redatto l’introduzione: un’opera che a somiglianza di quella di Evola, che perseguiva il medesimo intento. ovvero dimostrare che l’Umanesimo  non aveva rappresentato affatto quella uscita  dalla ignoranza e dalla barbarie del medioevo, ma semmai il netto contrario, ovvero una netta involuzione di cui la teoria delle quattro età del mondo ne era significazione. Più di Evola Guenon faceva riferimento alla cultura indiana e all’ultima delle grandi età, quella del Kali Yuga corrispondente alla Età del ferro o dei servi.
Guenon e Evola, e un po’ tutta la cultura di destra, esoterica ed elitaria 
 vanno a braccetto nell’individuare nella storia dell’umanità una costante tendenza involutiva, fatta di continue perdite di centro e di riferimento, proprio il contrario della cosidetta cultura moderna  che invece ha posto Umanesimo e Rinascimento alla base  di ogni concezione di progresso e civiltà. Logico e naturale, pertanto che tali autori e tutta la cultura di destra elitaria, aristocratica nel senso pieno del termine ovvero  “potere dei migliori”, quindi non populista, non democratica, ma neppure falsamente individualista, peculiarità questa che l’Umanesimo porrà come costitutiva del suo affermarsi, sia stata sistematicamente ostracizzata: abbiamo guadagnato una individualità che però non è quella dell’antica Ellade che perseguiva il filosofo Eraclito alla continua ricerca del suo Logos, o anche Protagora nel suo indicare l’uomo come misura di tutte le cose, ma è una individualità fittizia fondata su di un io egoico, incentrata in tutta una serie di sintomi che vanno dal manifestare sempre una dipendenza da fattori esterni, merceologici, spesso e volentieri ripugnanti, quale l’affermazione sociale e soprattutto il denaro, creando e moltiplicando bisogni che hanno la caratteristica di non poter mai essere soddisfatti. Per Guenon è la “crisi”del mondo moderno, Evola sottende una “rivolta” che come dice Risè nel suo saggio introduttivo  alla sua grande opera “non finirà così!....l’uomo dopo l’esperienza disseccante della modernità…” e vi aggiungo io …“ durante  il trauma della distopia estrema, come trasposto di sana pianta  dalle maggiori (e anche minori) letture di fantascienza e fanta politica (Orwell, Huxley, Breadbury, Matheson, Dick, etc)  e vissuto sulla propria pelle dai primi mesi del 2020 “vuole tornare ad appartenersi, a darsi forma, a riconoscersi in una trascendenza….Si profila dopo questa ultima offensiva apparentemente trionfante  della modernità, della iper tecnologia, del mercantilismo oramai dilagante e quindi del consumismo e di un relativismo di societa’ ad apertura totale come teorizzato dal sedicente filosofo Karl Popper  e pragmatizzato dal suo allievo più sponsorizzato dalle lobbies multifinanziarie, George Soros , più vari compagnucci (Bill Gates, Schwab, Fauci e varie magnati di famiglie che hanno fatto del lucro e del mercimonio il loro modus vivendi), questa famosa “RIVOLTA” contro il mondo moderno, questa re-azione alla massificazione nella modalità servile dell’età del ferro. Un qualcosa che la teoria delle età del mondo ancora non contempla, ma che sta a noi uomini davvero moderni nel ritorno all’antico, inverare,  con il rivolgersi alla tradizione delle proprie culture , la tensione a   risalire ai ceppi originari  delle diverse civiltà, e quindi abolire la plurisecolare esperienza  subumana della società dei consumi e dei bottegai 

E’ il “Nouvel Enchantement” di cui parla  Gilbert Durand , che dovrà sostituirsi a quel disincanto descritto da Max Weber che ha prodotto il mondo moderno, col suo  richiamo grossolano al “sarò”, “avro’ “ della modalità temporale di un semplice futuro che non riposa su niente,  e adottare nel suo esplicarsi la modalità composta di una diversa coniugabilità verbale : il “sarò stato “ del futuro anteriore.


martedì 20 settembre 2022

VISTA E CONOSCENZA ANALOGICA E/O DIGITALE

 Analogico contro digitale Si tratta di due modi profondamente differenti di rappresentare la realtà: il primo procede per analogie e processi continui, l’altro in maniera discontinua e attraverso dei segni che vanno interpretati con un codice. Un esempio semplice sono gli orologi: negli orologi analogici, quelli in cui ci sono delle lancette che si muovono nello spazio, è l’immagine delle lancette sul quadrante a dirci che ore sono, e il tempo appare come un fluire ininterrotto, continuo. Invece negli orologi digitali abbiamo solo dei numeri (segni), e se vogliamo sapere quanto tempo manca a un certo appuntamento dobbiamo compiere un’operazione algebrica (codifica). Il tempo appare in questo caso discontinuo, procedente a scatti. Un altro esempio quotidiano: l’immagine in un quadro dipinto è analogica, formata da un continuo ininterrotto di colori e sfumature; l’immagine su uno schermo è digitale formata dall'unione di pixel definiti e staccati uno dall'altro. Ma la natura ultima della realtà è digitale o analogica, discontinua o continua? Nel primo caso il tempo, lo spazio e ogni entità e processo nello spazio-tempo sarebbero in ultima analisi discreti, formati cioè da entità indivisibili e singolari; l’universo fisico potrebbe essere adeguatamente modellato da valori discreti come i numeri interi. Nel secondo caso tutta la realtà sarebbe invece continua e la struttura ultima del tempo, dello spazio, della materia e di ogni entità sarebbe divisibile all'infinito I valori rappresentanti l’universo fisico potrebbero essere allora i numeri reali.



Un antico enigma
Alla fine dell'Ottocento il matematico tedesco Leopold Kronecker affermò: «Dio ha creato i numeri interi, tutto il resto è opera dell'uomo». II dibattito tra digitale e analogico è uno dei più antichi della filosofia e della fisica. Dove Democrito e gli atomisti vedevano la realtà come discreta, altri filosofi greci come Platone e Aristotele la consideravano continua. Ai tempi di Isaac Newton i filosofi naturali erano divisi tra teorie particellari (discrete) e ondulatorie (continue). All'epoca di Kronecker i difensori dell'atomismo, tra cui John Dalton, James Clerk Maxwell e Ludwig Boltzmann, riuscirono a ricavare le leggi della chimica, della termodinamica e dei gas. Ma molti scienziati continuavano a non essere convinti, facendo notare che le leggi della fisica si riferiscono solo a grandezze continue, come l'energia, il campo elettrico e il campo magnetico. Max Planck, che in seguito avrebbe fondato la meccanica quantistica, affermò del 1882: «Nonostante il grande successo riscosso finora dalla teoria atomica, prima o poi la si dovrà abbandonare a favore dell'ipotesi della materia continua». Tra i fisici di oggi è sempre più diffusa l’opinione che la natura sia in definitiva discreta, che i costituenti ultimi della materia e dello spazio-tempo si possano contare a uno a uno. Molti fisici sono arrivati a pensare che il mondo naturale sia come un enorme computer descritto da bit discreti di informazione e in cui le leggi fisiche sono un algoritmo, un po' come la pioggia digitale verde che Neo vede alla fine di Matrix. Ma le leggi della fisica funzionano davvero così? Altri scienziati ritengono invece che la realtà sia in definitiva analogica e non digitale. In questa visione il mondo è un autentico continuum. Per quanto lo si guardi da vicino, non si troveranno costituenti indivisibili. Le grandezze fisiche non sarebbero allora numeri interi, ma reali: numeri «continui», con un numero infinito di cifre dopo la virgola. Gli appassionati di Matrix rimarrebbero in questo caso delusi nel sapere che le leggi fisiche hanno proprietà che nessuno può simulare al computer, per quanto potente questo possa essere.
Il quanto non quantistico
All'inizio del Novecento la meccanica quantistica ha definitivamente trasformato il dibattito digitale-analogico. Nel 1925 Erwin Schrödinger sviluppò un approccio alla teoria quantistica basato sull'idea di onda.
L'equazione che formulò per descrivere come evolvono queste onde contiene solo grandezze continue e nessun intero. Eppure quando risolviamo l'equazione di Schrödinger per uno specifico sistema avviene una piccola magia matematica: compaiono dei numeri interi! Consideriamo per esempio l'atomo di idrogeno: l'elettrone orbita attorno al protone a distanze precise. Queste orbite fisse corrispondono alle soluzioni dell’equazione d’onda per numeri quantici pari a 1, 2, 3… L'atomo è analogo a un organo a canne, che produce una serie discreta di note anche se il movimento dell'aria è continuo. Riformulando la frase di Kronecker si potrebbe allora affermare: «Dio ha creato il continuo, tutto il resto è opera dell'equazione di Schrödinger».In altre parole, gli interi non sono i termini iniziali della teoria, sono il risultato finale. In questa visione delle cose il termine «meccanica quantistica» è fuorviante. In profondità questa teoria non è quantistica e i fenomeni descritti dalla teoria plasmano il discreto a partire dal continuo sottostante. I costituenti della natura non sono le particelle come l'elettrone, i quark o il bosone di Higgs, ma i campi, oggetti continui e fluidi distribuiti nello spazio: il campo elettro-magnetico, il campo nucleare forte, il campo di Higgs e così via. Gli oggetti che chiamiamo particelle fondamentali non sono altro che increspature di campi continui.
Il campo quantistico
Anche se le teorie oggi più accettate (la meccanica quantistica ed il modello standard) ipotizzano che la realtà sia continua, molti fisici ritengono che al di sotto del continuo ci sia una realtà discreta, un po’ come l'acqua in un bicchiere che appare indifferenziata e continua su scala macroscopica e solo se osservata molto più da vicino mostra i suoi costituenti atomici. È possibile che un meccanismo del genere si trovi al cuore della fisica? Forse, se guardassimo a un livello più profondo, i campi quantistici continui del modello standard o addirittura lo stesso spazio-tempo rivelerebbero una struttura discreta soggiacente, così come si suppone nella teoria delle stringhe: gli elementi essenziali, gli oggetti fondamentali mono-dimensionali. Viste da vicino, tutte le grandezze continue sarebbero allora discrete, distribuite su una griglia fittissima che da l'illusione del continuo, come i pixel di uno schermo per computer. E allora, la realtà è analogica o digitale? Non conosciamo la risposta a questa domanda e forse in definitiva ha ragione Johann Wolfgang Goethe: «Tutto è più semplice di quanto si possa pensare e allo stesso tempo più complicato di quanto si possa capire»…

NASCITA, MORTE E MARE

  Abbiamo osservato nel parallelo articolo sul Blog capotesta Lenardullier.blogspot.com,  che la nascita ha come suo momento clou il parto, ...