Il 31 gennaio , ultimo giorno della Merla, ovvero secondo l'antica tradizione i tre giorni piu' freddi dell'anno: ebbene ricorre oggi il trentesimo anniversario del mio incontro con Praga la citta' d'oro, dopo una serie di mancati che avevano avuto inizio nell'agosto del 1968 in relazione all'invasione sovietica della citta' e si erano succeduti in diversi anni per svariati motivi (una ragazza troppo bella, slovacca di Bratislava, conosciuta a Siofok sul Lago Balaton nel 1972 che aveva reinterpretato il mito di Calipso in merito alla prosecuzione del viaggio fino a Praga, impegni di lavoro che non avevano consentito nel novembre 1989 di prendersi l'ultimo spiffero del vento della storia con la Rivoluzione di velluto). Quel 31 dicembre freddissimo come da rituale giustappunto della Merla, c'era stato l'elemento galeotto della fascinazione per la citta', ovvero il perdersi nei vicoli tra Stare e Nove Mesto, sul far della sera e sotto una neve battente che non permetteva di distinguere le strade non solo dal vero, ma anche sulla cartina per tentare un orientamento. Così c'era stato dopo un lungo e struggente girovagare, nel buio, nella confusione e anche un tantino nell'apprensione, un subitaneo disvelamento, con lo sboccare fuori dai meandri di vicoli, di tutta la sfolgorante bellezza della citta' nel suo presentarsi tutt'a un tratto con le vesti smaglianti dell'Hradcany . Un classico effetto alla Spina di Borgo/Cupola di San Pietro, studiato non a caso da Bernini che anche Praga l'aveva conosciuta bene e per un pelo non ci aveva lasciato una sua impronta, la vista improvvisa, repentina, incalzante nei suoi rimandi sull'orizzontale e le impennate delle verticali: piani sequenza e balzi in alzata del complesso architettonico del Castello con quel suo contrasto tra le guglie ardite degli edifici di rappresentanza e le sinuose falde dei tetti del sottostante quartiere elencale di Malastrana. Il rimando fa venire in mente i versi del poeta Nezval come ammaliato da quella vista d'assieme che interpretava quella impressione di ritrovamento come di un antico, celebrato ordine : le torri, le guglie, le cuspidi si alzano come da un sonno consumato con la citta' e sembrano una accolita di negromanti che grattano il costato del cielo " Ovvio e naturale che dopo una simile repentina emozione di conoscenza , bisognava andava a trovare l'origine di una simile malia. Tutte le città hanno in merito alla loro origine un misto di storia e leggenda: da Roma, a Napoli, a Venezia e a Udine, accumunate dal riferimento a Attila (la prima per sfuggirgli, la seconda per il riporto della terra contenuta negli elmi degli Unni, che proprio Attila volle che i suoi uomini scaricassero si da costituire la montagnola dove oggi è il Castello). Praga non fa certo accezione, anzi qui la attribuzione è forse più controversa e non si sa bene dove collocare il confine tra storia e leggenda. Gli studiosi non hanno dubbi, la origine di Praga è da accreditare ad un non meglio precisato signorotto locale che capì per primo l’importanza strategica di un sito collocato a ridosso dell’ansa di un fiume con un’altura prospiciente, a sua difesa e altre disseminate nei paraggi, e quindi trasferi’ la sua residenza . Il suo nome ? Duca di Bořivoj (ammesso che Duca fosse il suo titolo), vissuto tra il IX e X secolo, rozzo, anzi rozzissimo, che mangiava con le mani e la sua reggia altro non era che una capanna fatta di tronchi, ma che oltre a quell’intuizione della migliore posizione sia per la difesa, sia per le possibilità di commerci, ne ebbe un’altra, forse addirittura più gravida di futuro: quella di convincersi a convertirsi al Cristianesimo. Il nome Praha, sempre per i nostri studiosi, sarebbe da addursi ad un storpiatura del termine “na praze” che significava disboscare un terreno col fuoco, cosa che indubbiamente fu necessaria, quando si dovette adattare la zona tra altura e fiume, quella che oggi è chiamata Mala Strana. Tutt’altra storia, personaggio, luogo (non l’altura a ridosso dell’ansa del fiume, ma assai più giù), e persino l’etimologia del termine Praha, che sarebbe “prah” che in ceco significa soglia, per la leggenda che pone invece una donna, o meglio una principessa e anche una profetessa come fondatrice della città, quella che a noi è arrivata col nome di Libuše, colpita da un ragazzo che stava intagliando appunto la soglia della sua casa . Libuše e Bořivoj, soglia o disboscamento con il fuoco, voi per quale optereste? Voi quale scegliereste se, diciamo, foste membri di una dinastia, come i Premysli, che solo da pochissimo era pervenuta alla dignità reale e aveva un fortissimo bisogno di legittimare, anche con un’appropriata tradizione, il suo potere? da una parte un rozzo capo tribù, magari un tantino più avveduto e scaltro di altri signorotti locali, ma che mangiava per terra e con le mani e aveva una residenza fatta con tronchi di legno, dall’altra una dolce e avvenente fanciulla, ispirata profetessa che fa il verso a Virgilio nella formulazione della sua visione, “Urbem conspicio fama quae siderea tanget…” mostrando quindi una raffinata cultura. Incontriamo la figura di Libuše che non si chiamava ancora così, anzi per la verità non aveva neppure un nome, ma era solo genericamente indicata come una profetessa, parecchio prima dell’anno mille, in storie e racconti popolari, la cui trasmissione di tipo orale era solo occasionalmente e assai confusamente tradotta in qualche scritto, ma è grazie ad un diacono dal nome Cosma vissuto nella metà dell’XI secolo, che il nome comincia a delinearsi, non come quello che è arrivato a noi, ma con quello di Lubossa, con tutta probabilità in associazione al nome di Matilde di Canossa, una donna assai famosa in quell’epoca e che il diacono, in numerosi passi del racconto, mostrava di conoscere molto bene. E’ indubbio che questa prima versione del mito fatta da una persona coltissima (futuri continuatori della storia, come ad esempio Clement Brentano, ammiravano la eleganza del tardo stile latino del suo “Cronica Bohemicarum”) in servizio presso la dinastia al potere in Boemia, i Premyslidi, risenta di un forte intento agiografico, difatti dare un nome alla protagonista del mito che si associasse ad una delle donne più celebri dell’epoca non poteva che rafforzarne l’impatto sulla immaginazione popolare ed in qualche modo lusingare quegli stessi sovrani, che, come si è detto, da non troppo tempo, erano passati da nobilotti di provincia al rango reale. La Lubossa di questa primissima versione del mito è alquanto contraddittoria: risente della cultura del suo autore, e riprende il tema della figlia più piccola contrapposta alle due sorelle malvagie (il padre Krok, figlio di Czech alla sua morte non aveva lasciato figli maschi), ma nelle sue ulteriori manifestazioni si mostra alquanto avversa al marito Premysl, che pure aveva scelto a seguito di una visione nella quale aveva visto un contadino tra l’aratro e due buoi chiazzati. Anche nella successiva visione dell’intagliatore intento a lavorare alla sua soglia, la fatidica “ prah” dove in una nuova trance sempre lei, aveva indicato dove sarebbe sorta la nuova città, c’è qualcosa che non torna: come mai i due personaggi (aratore e intagliatore) non erano coincidenti, e perché subito dopo il trasferimento da Vyšehrad ad Hradčany, invece di una idilliaca generale solidarietà, si era arrivati addirittura ad una guerra tra uomini e donne, la cosidetta “guerra delle fanciulle”? Sembrerebbe proprio che il diacono Cosma, ma soprattutto i Re Premyslidi che senza dubbio sovraintendevano alla stesura delle “Cronichae” ci tenessero a mantenere il mito ad un livello solo di accenno – non avevano potuto scegliere il rozzo Bořivoj e neppure qualcun altro Duca a lui successivo, come ad esempio il famosissimo Venceslao, perché oramai indisponibile per il ruolo di fondatore, date le vicende più circostanziate (contrasto con la madre, con il fratello, uccisione e persino canonizzazione) della sua vita, ed erano stati costretti a scegliere una figura femminile – il femminile è sempre più archetipo, più ancestrale del maschile, ed inoltre su di esso erano incentrate anche le tradizioni orali del luogo e quei pochi scritti precedenti, che alludevano chiaramente ad una profetessa – però era quanto mai necessario che una volta assolto al suo ruolo, diciamo così istituzionale, uscisse velocemente di scena, lasciando spazio ai degni rappresentanti della dinastia Premyslide. Nella controversia tra storia e leggenda, ovvero tra Bořivoy e Lubossa, non c’è alcun confronto di popolarità e riscontro: il povero Bořivoy è pressocchè assente dalla tradizione nazionale e per trovare almeno una strada che lo ricordi dobbiamo inerpicarci per i saliscendi del popolare quartiere di Žižkov, il quartiere che deve la sua denominazione all’eroe Hussita Jan Žižka: è li che si snoda la lunga e contorta Bořivojova, una strada con costruzioni sul popolare e molte moltissime birrerie. Tutt’altra musica per la dolce Libuše, dove c’è un intero quartiere a ricordarla, il quartiere di Vyšehrad,! Libuše di cui non si contano le statue, i dipinti, le raffigurazioni su palazzi, sulle hall di alberghi, sui saloni di ristoranti. C’è pero da fare una precisazione: il Mito così come lo percepiamo oggi, nomina Libuše e non Lubossa la controversa protagonista delle Chronica Boemicorum del diacono Cosma. Sembrano differenze marginali, l’eliminazione di una “o” lo spostamento della “u” e la perdita di una delle due “s”, ma a queste sia pur insignificanti modifiche del nome tengono dietro radicali trasformazioni del personaggio che nel corso dei secoli ha perduto tutto il suo carico di ambiguità ed è divenuta l’attuale eroina a tutto tondo della tradizione. A cominciare l’opera di revisione era stato l’imperatore Carlo IV che intorno alla metà del ‘300 aveva incaricato un autore italiano di riadattarne il mito a proprio uso e consumo, si da offrire anche una sorta di omaggio per la propria adorata madre, la principessa Eližška, ultima esponente della dinastia Premyslide. Ad occuparsi di Libussa che già in quella prima revisione aveva perduta la “o” richiamo troppo esplicito a Matilde di Canossa, furono, nel corso dei secoli successivi, un numero altissimo di autori, persino esponenti di punta delle letterature germanica e austriaca del periodo romantico, come Brentano e Grillparzer, che oltre ad inserire irrevocabilmente il personaggio nella cultura ceca, riuscirono a farne una figura della tradizione mitteleuropea. E’ nella seconda metà dell’ottocento che il Mito si stabilizza ed assume anche la denominazione attuale Libuše; il merito principale non è da ascrivere, ad uno scrittore, storico, saggista o novelliere che fosse, bensi ad un musicista Bédrich Smetana.Smetana c’è da precisarlo, non era un uomo staccato dal contesto popolare e sociale del suo paese, che era all’epoca sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, né come l’altro grande compositore ceco Dvořak, interessato soprattutto a confrontarsi con le più avanzate tendenze europee in campo musicale: in lui gli elementi di riferimento ad un passionale patriottismo erano preminenti e si traducevano con facilità in composizioni enfatiche, celebrative. Una precedente dimostrazione di tale ispirazione, si era avuta nell’opera “Vtlava”che faceva parte di un ciclo intitolato “la mia Patria” (Ma Vlast),dove, oltre all’incondizionata accettazione da parte dell’autore, del mito completo con tanto di antecedente di Czech e l’assurdo storico di Vyšehrad precedente a Hradčany, la musica era al servizio del racconto e sottolineava con un ritmo maestoso, incalzante addirittura trionfale il punto in cui il fiume entrava nella piana di Praga. Nell’opera “Libuše” non a caso scelta per l’inaugurazione del Nàrodnì Divadlo nel 1881 e alla quale più che in ogni altra composizione resta affidata la fama di Smetana, quello stesso ritmo celebrativo e trionfale veniva trasposto dalla Rocca di Vyšehrad a quella di Hradčany e faveva da contesto alle ulteriori visioni profetiche della protagonista che come in una lanterna magica elencava i maggiori eroi della Nazione.Oltre alla storia e leggenda della sua origine, una città importante ha in genere, qualche connotazione particolare: Parigi è “la ville lumiere” Genova “la superba” Palermo è “felicissima” Roma ha quella faccenda “delle strade”…Praga, è notorio è “la città d’oro!” Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogni Petrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin, così come “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di Luce” di Seifert.martedì 31 gennaio 2023
LA MERLA A PRAGA
Il 31 gennaio , ultimo giorno della Merla, ovvero secondo l'antica tradizione i tre giorni piu' freddi dell'anno: ebbene ricorre oggi il trentesimo anniversario del mio incontro con Praga la citta' d'oro, dopo una serie di mancati che avevano avuto inizio nell'agosto del 1968 in relazione all'invasione sovietica della citta' e si erano succeduti in diversi anni per svariati motivi (una ragazza troppo bella, slovacca di Bratislava, conosciuta a Siofok sul Lago Balaton nel 1972 che aveva reinterpretato il mito di Calipso in merito alla prosecuzione del viaggio fino a Praga, impegni di lavoro che non avevano consentito nel novembre 1989 di prendersi l'ultimo spiffero del vento della storia con la Rivoluzione di velluto). Quel 31 dicembre freddissimo come da rituale giustappunto della Merla, c'era stato l'elemento galeotto della fascinazione per la citta', ovvero il perdersi nei vicoli tra Stare e Nove Mesto, sul far della sera e sotto una neve battente che non permetteva di distinguere le strade non solo dal vero, ma anche sulla cartina per tentare un orientamento. Così c'era stato dopo un lungo e struggente girovagare, nel buio, nella confusione e anche un tantino nell'apprensione, un subitaneo disvelamento, con lo sboccare fuori dai meandri di vicoli, di tutta la sfolgorante bellezza della citta' nel suo presentarsi tutt'a un tratto con le vesti smaglianti dell'Hradcany . Un classico effetto alla Spina di Borgo/Cupola di San Pietro, studiato non a caso da Bernini che anche Praga l'aveva conosciuta bene e per un pelo non ci aveva lasciato una sua impronta, la vista improvvisa, repentina, incalzante nei suoi rimandi sull'orizzontale e le impennate delle verticali: piani sequenza e balzi in alzata del complesso architettonico del Castello con quel suo contrasto tra le guglie ardite degli edifici di rappresentanza e le sinuose falde dei tetti del sottostante quartiere elencale di Malastrana. Il rimando fa venire in mente i versi del poeta Nezval come ammaliato da quella vista d'assieme che interpretava quella impressione di ritrovamento come di un antico, celebrato ordine : le torri, le guglie, le cuspidi si alzano come da un sonno consumato con la citta' e sembrano una accolita di negromanti che grattano il costato del cielo " Ovvio e naturale che dopo una simile repentina emozione di conoscenza , bisognava andava a trovare l'origine di una simile malia. Tutte le città hanno in merito alla loro origine un misto di storia e leggenda: da Roma, a Napoli, a Venezia e a Udine, accumunate dal riferimento a Attila (la prima per sfuggirgli, la seconda per il riporto della terra contenuta negli elmi degli Unni, che proprio Attila volle che i suoi uomini scaricassero si da costituire la montagnola dove oggi è il Castello). Praga non fa certo accezione, anzi qui la attribuzione è forse più controversa e non si sa bene dove collocare il confine tra storia e leggenda. Gli studiosi non hanno dubbi, la origine di Praga è da accreditare ad un non meglio precisato signorotto locale che capì per primo l’importanza strategica di un sito collocato a ridosso dell’ansa di un fiume con un’altura prospiciente, a sua difesa e altre disseminate nei paraggi, e quindi trasferi’ la sua residenza . Il suo nome ? Duca di Bořivoj (ammesso che Duca fosse il suo titolo), vissuto tra il IX e X secolo, rozzo, anzi rozzissimo, che mangiava con le mani e la sua reggia altro non era che una capanna fatta di tronchi, ma che oltre a quell’intuizione della migliore posizione sia per la difesa, sia per le possibilità di commerci, ne ebbe un’altra, forse addirittura più gravida di futuro: quella di convincersi a convertirsi al Cristianesimo. Il nome Praha, sempre per i nostri studiosi, sarebbe da addursi ad un storpiatura del termine “na praze” che significava disboscare un terreno col fuoco, cosa che indubbiamente fu necessaria, quando si dovette adattare la zona tra altura e fiume, quella che oggi è chiamata Mala Strana. Tutt’altra storia, personaggio, luogo (non l’altura a ridosso dell’ansa del fiume, ma assai più giù), e persino l’etimologia del termine Praha, che sarebbe “prah” che in ceco significa soglia, per la leggenda che pone invece una donna, o meglio una principessa e anche una profetessa come fondatrice della città, quella che a noi è arrivata col nome di Libuše, colpita da un ragazzo che stava intagliando appunto la soglia della sua casa . Libuše e Bořivoj, soglia o disboscamento con il fuoco, voi per quale optereste? Voi quale scegliereste se, diciamo, foste membri di una dinastia, come i Premysli, che solo da pochissimo era pervenuta alla dignità reale e aveva un fortissimo bisogno di legittimare, anche con un’appropriata tradizione, il suo potere? da una parte un rozzo capo tribù, magari un tantino più avveduto e scaltro di altri signorotti locali, ma che mangiava per terra e con le mani e aveva una residenza fatta con tronchi di legno, dall’altra una dolce e avvenente fanciulla, ispirata profetessa che fa il verso a Virgilio nella formulazione della sua visione, “Urbem conspicio fama quae siderea tanget…” mostrando quindi una raffinata cultura. Incontriamo la figura di Libuše che non si chiamava ancora così, anzi per la verità non aveva neppure un nome, ma era solo genericamente indicata come una profetessa, parecchio prima dell’anno mille, in storie e racconti popolari, la cui trasmissione di tipo orale era solo occasionalmente e assai confusamente tradotta in qualche scritto, ma è grazie ad un diacono dal nome Cosma vissuto nella metà dell’XI secolo, che il nome comincia a delinearsi, non come quello che è arrivato a noi, ma con quello di Lubossa, con tutta probabilità in associazione al nome di Matilde di Canossa, una donna assai famosa in quell’epoca e che il diacono, in numerosi passi del racconto, mostrava di conoscere molto bene. E’ indubbio che questa prima versione del mito fatta da una persona coltissima (futuri continuatori della storia, come ad esempio Clement Brentano, ammiravano la eleganza del tardo stile latino del suo “Cronica Bohemicarum”) in servizio presso la dinastia al potere in Boemia, i Premyslidi, risenta di un forte intento agiografico, difatti dare un nome alla protagonista del mito che si associasse ad una delle donne più celebri dell’epoca non poteva che rafforzarne l’impatto sulla immaginazione popolare ed in qualche modo lusingare quegli stessi sovrani, che, come si è detto, da non troppo tempo, erano passati da nobilotti di provincia al rango reale. La Lubossa di questa primissima versione del mito è alquanto contraddittoria: risente della cultura del suo autore, e riprende il tema della figlia più piccola contrapposta alle due sorelle malvagie (il padre Krok, figlio di Czech alla sua morte non aveva lasciato figli maschi), ma nelle sue ulteriori manifestazioni si mostra alquanto avversa al marito Premysl, che pure aveva scelto a seguito di una visione nella quale aveva visto un contadino tra l’aratro e due buoi chiazzati. Anche nella successiva visione dell’intagliatore intento a lavorare alla sua soglia, la fatidica “ prah” dove in una nuova trance sempre lei, aveva indicato dove sarebbe sorta la nuova città, c’è qualcosa che non torna: come mai i due personaggi (aratore e intagliatore) non erano coincidenti, e perché subito dopo il trasferimento da Vyšehrad ad Hradčany, invece di una idilliaca generale solidarietà, si era arrivati addirittura ad una guerra tra uomini e donne, la cosidetta “guerra delle fanciulle”? Sembrerebbe proprio che il diacono Cosma, ma soprattutto i Re Premyslidi che senza dubbio sovraintendevano alla stesura delle “Cronichae” ci tenessero a mantenere il mito ad un livello solo di accenno – non avevano potuto scegliere il rozzo Bořivoj e neppure qualcun altro Duca a lui successivo, come ad esempio il famosissimo Venceslao, perché oramai indisponibile per il ruolo di fondatore, date le vicende più circostanziate (contrasto con la madre, con il fratello, uccisione e persino canonizzazione) della sua vita, ed erano stati costretti a scegliere una figura femminile – il femminile è sempre più archetipo, più ancestrale del maschile, ed inoltre su di esso erano incentrate anche le tradizioni orali del luogo e quei pochi scritti precedenti, che alludevano chiaramente ad una profetessa – però era quanto mai necessario che una volta assolto al suo ruolo, diciamo così istituzionale, uscisse velocemente di scena, lasciando spazio ai degni rappresentanti della dinastia Premyslide. Nella controversia tra storia e leggenda, ovvero tra Bořivoy e Lubossa, non c’è alcun confronto di popolarità e riscontro: il povero Bořivoy è pressocchè assente dalla tradizione nazionale e per trovare almeno una strada che lo ricordi dobbiamo inerpicarci per i saliscendi del popolare quartiere di Žižkov, il quartiere che deve la sua denominazione all’eroe Hussita Jan Žižka: è li che si snoda la lunga e contorta Bořivojova, una strada con costruzioni sul popolare e molte moltissime birrerie. Tutt’altra musica per la dolce Libuše, dove c’è un intero quartiere a ricordarla, il quartiere di Vyšehrad,! Libuše di cui non si contano le statue, i dipinti, le raffigurazioni su palazzi, sulle hall di alberghi, sui saloni di ristoranti. C’è pero da fare una precisazione: il Mito così come lo percepiamo oggi, nomina Libuše e non Lubossa la controversa protagonista delle Chronica Boemicorum del diacono Cosma. Sembrano differenze marginali, l’eliminazione di una “o” lo spostamento della “u” e la perdita di una delle due “s”, ma a queste sia pur insignificanti modifiche del nome tengono dietro radicali trasformazioni del personaggio che nel corso dei secoli ha perduto tutto il suo carico di ambiguità ed è divenuta l’attuale eroina a tutto tondo della tradizione. A cominciare l’opera di revisione era stato l’imperatore Carlo IV che intorno alla metà del ‘300 aveva incaricato un autore italiano di riadattarne il mito a proprio uso e consumo, si da offrire anche una sorta di omaggio per la propria adorata madre, la principessa Eližška, ultima esponente della dinastia Premyslide. Ad occuparsi di Libussa che già in quella prima revisione aveva perduta la “o” richiamo troppo esplicito a Matilde di Canossa, furono, nel corso dei secoli successivi, un numero altissimo di autori, persino esponenti di punta delle letterature germanica e austriaca del periodo romantico, come Brentano e Grillparzer, che oltre ad inserire irrevocabilmente il personaggio nella cultura ceca, riuscirono a farne una figura della tradizione mitteleuropea. E’ nella seconda metà dell’ottocento che il Mito si stabilizza ed assume anche la denominazione attuale Libuše; il merito principale non è da ascrivere, ad uno scrittore, storico, saggista o novelliere che fosse, bensi ad un musicista Bédrich Smetana.Smetana c’è da precisarlo, non era un uomo staccato dal contesto popolare e sociale del suo paese, che era all’epoca sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, né come l’altro grande compositore ceco Dvořak, interessato soprattutto a confrontarsi con le più avanzate tendenze europee in campo musicale: in lui gli elementi di riferimento ad un passionale patriottismo erano preminenti e si traducevano con facilità in composizioni enfatiche, celebrative. Una precedente dimostrazione di tale ispirazione, si era avuta nell’opera “Vtlava”che faceva parte di un ciclo intitolato “la mia Patria” (Ma Vlast),dove, oltre all’incondizionata accettazione da parte dell’autore, del mito completo con tanto di antecedente di Czech e l’assurdo storico di Vyšehrad precedente a Hradčany, la musica era al servizio del racconto e sottolineava con un ritmo maestoso, incalzante addirittura trionfale il punto in cui il fiume entrava nella piana di Praga. Nell’opera “Libuše” non a caso scelta per l’inaugurazione del Nàrodnì Divadlo nel 1881 e alla quale più che in ogni altra composizione resta affidata la fama di Smetana, quello stesso ritmo celebrativo e trionfale veniva trasposto dalla Rocca di Vyšehrad a quella di Hradčany e faveva da contesto alle ulteriori visioni profetiche della protagonista che come in una lanterna magica elencava i maggiori eroi della Nazione.Oltre alla storia e leggenda della sua origine, una città importante ha in genere, qualche connotazione particolare: Parigi è “la ville lumiere” Genova “la superba” Palermo è “felicissima” Roma ha quella faccenda “delle strade”…Praga, è notorio è “la città d’oro!” Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogni Petrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin, così come “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di Luce” di Seifert.giovedì 19 gennaio 2023
DOPO IL BARTEZZAGHI, GLI ENIGMI DELLA SUSY
La Funzione d’onda è un numero complesso, ovvero caratterizzato da una parte reale e da una parte immaginaria con la peculiarità quest’ultima di essere restituita alla sua parte reale previa moltiplicazione per il suo coniugato ovvero il numero negativo cambiato di segno, che però perde la sua implicazione razionale, assorbendo anche l’irrazionale e quindi andando a comprendere il simbolico che come hanno osservato parecchi filosofi e psicoanalisti (Freud, Lacan, ma con più precisa formulazione Mattè Blanco) è la modalità di funzionamento dell’inconscio o Es, come forse più correttamente dovremmo denominarlo (alla Groddeck) . Va notato difatti che questo allargamento al simbolico dei numeri complessi consente di interpretare le funzioni d’onda al massimo come le intendeva Heisenberg ovvero “tendenze” a trovare il sistema di riferimento in una certa posizione ad un dato istante; ma ecco che sorge subito il problema che tali funzioni d’onda in quanto esperienze senzienti non possono essere valutate perchè le tendenze così riflesse nella coniugazione di un negativo con un positivo sono equiparate al reale, ma un reale che accoglie nella sua accezione non più solo il razionale ma anche l’irrazionale, per cui con buona pace di Hegel, la realtà partecipa, deve partecipare, di quell’irrazionale che va comporre il simbolico. Dobbiamo a questo punto pervenire all’ipotesi davvero geniale cui è pervenuto Hakwing : la funzione d’onda di un grande oggetto come un pianeta e persino dell’intero universo può essere paragonata alla funzione d’onda o tendenza riflessa di un qualcosa di abbastanza familiare : un gruppo in una città; ecco dato che siamo in questo periodo in cui ciò tende ad avvenire frequentemente stante la situazione distopica che impone a gente ancora dotata di intelletto e ragione di radunarsi per protestare e manifestare il proprio dissenso a tutte le imposizioni liberticide e di terrorismo mediatico sanitario di una sorta di individui che fanno leva sulle più ancestrali paure dell’umanità – terrore della malattia, senso di conformismo e uniformità di massa, dipendenza dai cosidetti media che oramai stravolgono impunemente qualsiasi informazione – Il gruppo che andiamo a prendere in esame è giustappunto quello, molto determinato e molto attuale, di tali persone che, potremmo anche immaginare che tendono a radunarsi in un dato punto della città a forte impatto emozionale, ecco ad esempio a Roma Piazza del Popolo, piazza della Bocca della Verità, a Parigi Place de la Concorde, a Vienna la Hofburg, a Londra Trafalgar Square, per diffondere con maggiore forza le loro intenzioni ….la funzione d’onda è questa tendenza a trovarsi in un dato punto in un dato tempo, analogamente la funzione d’onda per un insieme di pianeti è la tendenza a raggrupparsi in una certa zona dell’Universo che potrebbe avere anche essa una determinata caratteristica di opportunità: la descrizione della tendenza a trovarsi in un certo posto e in un certo istante è appunto la funzione d’onda che altro non è che la tendenza di una certa circostanza a verificarsi , quando viene coniugata con la riflessione del segno cambiato (quindi una simmetria) che ci dice dove è più probabile trovare le proprietà consensuali di un oggetto, di una persona, di un elettrone, di una particella, di un pianeta, di una folla, e alla fin fine dell’intero universo. Ecco è proprio su questo ultimo passaggio che Stephen Hawking ha compiuto il suo vero “balzo” intellettuale: ha sostituendo l’entità più piccola – la particella o anche il flusso - con quella più vasta: l’Universo intero. Invece di pensare ad una particella o ad un flusso la cui funzione si estende ovunque, ha pensato ad un Universo dove la funzione d’onda è dappertutto. Il ragionamento si presta quindi a dilatarsi ulteriormente andando a comprendere non più un solo Universo , ma una pluralità di Universi, tutti con un loro inizio e quindi una loro origine; se a questo punto ci disponiamo, facendo leva su di una buona dose di fantasia e quindi di quel connubio tra razionale, irrazionale, ed anche scorrendo i ben noti registri del reale, dell'immaginario e del simbolico, ecco che possiamo pervenire ad un racconto di volta in volta diverso, dove tutti i cammini che si possono scegliere portano ognuno ad un integrale ben calcolato sotto un aspetto davvero infinitesimale, perche' coniugandosi con il possibile, l'infinito diventa davvero una sorta di possibilita' di racconti sempre cangianti. Lo abbiamo fatto con lo spazio , immaginando persone che si radunano in un dato posto per manifestare contro certe imposizioni, possiamo farlo anche con il racconto della storia immaginando di cambiare alcuni eventi base si da percorrere differenti cammini e quindi comporre diversi integrali, per una sorta di simmetria tra tutti i cammini molto simile a quella dei multiuniversi delle ipotesi di Hakwing e degli altri fisici che si sono occupati di tale eventualita' . A livello microscopico, la materia appare composta da particelle, che però, come abbiamo visto con l’esperimento della Doppia Fenditura, diventano onde, appena cambiamo il riferimento, o anche lo stesso osservatore (cambiamo noi come punto di vista), ma tali onde risultano in sostanza aggregati di cariche energetiche. Ad una dimensione di analisi crescente, queste particelle si presentano composte da energia e quindi il costituente primo della materia si può ipotizzare come una serie di stringhe di energia che vibrano ad una determinata frequenza o lunghezza d’onda caratteristica. Gli infiniti universi paralleli potrebbero coesistere nello stesso continuum di dimensioni, vibrando a frequenze differenti. Il numero di dimensioni necessarie è indipendente dal numero di universi, ed è quello richiesto per definire una stringa (al momento 11 dimensioni). Questi universi potrebbero estendersi da un minimo di 4 a tutte le dimensioni in cui è definibile una stringa. Se occupano 4 dimensioni, queste sono il continuo spazio-temporale: nel nostro spazio-tempo, coesisterebbero un numero infinito o meno di universi paralleli di stringhe, che vibrano entro un range di lunghezze d'onda/frequenze caratteristico per ogni universo. Coesistendo nelle stesse nostre 4 dimensioni, tali universi sarebbero soggetti a leggi con significato fisico analogo a quelle del nostro universo. La novità di questa teoria è che gli infiniti universi non necessitano di postulare l'esistenza di più di 4 dimensioni di spazio-tempo ciò che consente di definire una pluralità di universi indipendenti non è un gruppo di 4 o più dimensioni per ogni universo, ma l'intervallo di lunghezze d'onda caratteristico. L'intervallo teorico di frequenze/lunghezze d'onda per le vibrazioni di una stringa determina anche il numero finito/infinito di universi paralleli definibili - ovviamente sulla base di questi studi più o meno fantastici ma con un sostrato di plausibilità dovuto alla lusinga di calcoli matematici trasferiti nella categoria dell'immaginario con scivolamento nel simbolico e alla coniugazione di numeri complessi, ecco che ciascuno di noi può immettere nel calcolo infinitesimale serissimo ed accreditato da quel pop o di scienziati e filosofi, le proprie fantasie che sono della stessa materia dei sogni ovvero quell’equivalente di materia oscura che compone il simbolico e quindi il funzionamento dell’inconscio o ES, suscettibile anche questi di appropriarsi dell’epiteto di Super. Le indicazioni di simili esperienze sono molteplici e costellano tutta la storia della letteratura e della creazione artistica: dalla poesia alla prosa, alla pittura, alla scultura, all’architettura e con forse maggiore frequenza nell’ultima delle arti la settima ovvero il cinema. Quanti film abbiamo visto con la trama del cambiamento alternativo, del salto di stato: Frank Capra, Ernest Lubitsh, Billy Wilder, Ingmar Bergman, Louis Bunuel? …. dove un quotidiano banalissimo evento determina due differenti destini della stessa persona che viaggiano appunto su due universi paralleli, ma su contesti di cui uno è alternativo all’altro proprio in virtù di quell’evento banale. Quanti eventi più o meno banali abbiamo riconsiderato nella nostra vita “ah se non avessi fatto questo, ma invece quello? Oppure il canonico “non ti avessi mai incontrato! La mia vita sarebbe stata tutt’altra cosa!” Abbiamo detto che le fantasie, così come tutti i processi creativi artistici e letterari sono della stessa materia dei sogni e in passato abbiamo ipotizzato che un sogno da svegli guidato alla maniera di Desoille,magari riveduto e correttopotrebbe essere equiparato al collasso dell’equazione d’onda così come supposto da Schrodinger e portare ad un nuovo integrale sui cammini di Feynman, quindi pervenire a qualche cosa di inusitato che merita ovviamente l’epiteto di “Super” sia che si voglia così considerare l’inconscio che appunto si nutre del simbolico dei sogni, ma anche di tutti gli altri meccanismi di rappresentazione: la simmetria che guida il suo funzionamento diventa super e le stringhe che si compongono di quell’energia vibrante che potrebbe dare origine al tutto, diventano Super anche esse. Io per la verità non ho mai creduta alla teoria di un unico primordiale Big Bang, semmai ecco un po’ alla maniera degli integrali sui cammini di Feynman, sono propenso ad ipotizzare una serie multipla, anzi una serie pressocchè infinita di tante origini, tanto da giustificare quella tesi di “inflazione cosmica” C’è da dire che l’universo dell’origine, o meglio delle multiple origini, abbia attraversato questa pochissima precisata inflazione cosmica è a tutt’oggi ancora materia di accesissime discussioni. Il punto è che se accettiamo tale idea dell’inflazione cosmica (ed io sono uno di questi) bisogna porci ancora una volta proprio come il Feynman dell’integrale sui cammini in relazione ad altrettanto numerose fenditure, che potrebbero benissimo venire intese come tante realtà, ognuna con un suo sviluppo, un suo processo, giustappunto un suo cammino. In verità l’inflazione cosmica potrebbe davvero dar luogo a tale famoso integrale sui cammini e quindi potrebbe essere la dimostrazione che il nostro universo possa essere solo una piccola infinitesimale parte di una realtà sterminata il cui solo pensarla fa girare la testa; il punto è che noi tutti abbiamo un orizzonte alquanto limitato e la sola idea di comunicare o entrare in contatto con regioni al di fuori del nostro Universo ci induce a dei salti vertiginosi per la nostra ragione. Il solo ammetterne la possibilità, fa subito vacillare la idea di unicità del nostro stesso essere e ci rende partecipi di una realtà fatta appunto di un numero molto vicino all’infinito di universi il cui numero e’ stato teoricamente calcolato in uno spaventoso “uno seguito da cinquecento zeri” , e neppure ciò esaurisce il problema perché nessuno può contraddire che il meccanismo che ha prodotto l’inflazione sia sempre attivo e quindi ingenerare un continuum spazio temporale che agisce praticamente sempre, ovvero una ipotesi da vertigine da far girare la testa, di un Super Universo fatto da quasi infiniti multi universi. Questo Super Universo inoltre proprio nei suoi oscuri, misteriosissimi, sconosciuti meccanismi iper segreti, l’ho detto per molti versi equiparabili a quell’inconscio come insiemi infiniti di Mattè Blanco che funziona per simmetria, può nascondere altro, molto altro: ad esempio potrebbe essere stabilita una equiparazione tra i funzionamenti della nostra mente di conscio e inconscio e il moto delle Galassie: se ammettiamo difatti che noi non siamo solo parte di un tutto, ma siamo il tutto, in totale interazione con ogni manifestazione dell’intero Universo o multi universi che siano, di tale interazione farà parte la nostra modalità di rappresentazione, ovvero una rappresentazione visibile, esterna, addirittura metaforica e logica come la coscienza, ma anche quella modalità non logica, metonimica e sempre oscura e misteriosa del nostro inconscio : dalla prima traiamo l’osservazione che le varie galassie a spirale come la nostra via Lattea oltre alla materia visibile, fatta di stelle, polveri, comete, asteroidi, nebulose e buchi neri, debbono contenere un altro elemento non meglio identificato, una forma di materia invisibile, inspiegabile, oscura senza luce che appunto viene chiamata “”MATERIA OSCURA” Tale materia oscura, cioè senza luce, ha straordinarie somiglianze con quello che perlomeno da Freud in poi siamo abituati a chiamare inconscio e proprio come l’inconscio sfugge a qualsivoglia rappresentazione e può essere riconosciuta solo attraverso i suoi effetti . Proprio come l’inconscio di gran lunga più vasto del conscio schematicamente rappresentato dalla parte sommersa dell’iceberg, la materia oscura avvolge completamente le galassie, riempiendo lo spazio che occupano con modalità completamente sconosciute. Continuando la nostra assimilazione di mente e universo scopriamo che le galassie si comportano un po’ come noi, amano infatti vivere in comunità, famiglia, tribù, città, nazioni, ovvero a livello cosmico in ammassi sempre più vasti composti di migliaia, milioni, probabilmente infiniti membri , tanto per rifarci al solito inconscio come insiemi infiniti. Nel vederli l’etologo, il biologo, lo psicologo ed in ultimo anche l’astrofisico si chiedono : cosa li tiene insieme? La risposta sembra ovvia: per i primi una sorta di attrazione, un affiato tra esseri umani alle prese con un ambiente comune poco propenso a lasciarsi abitare, per il fisico la forza di gravità , con cui le galassie si attraggono l’un l’altra. Ma ecco che quando si fanno i debiti calcoli, i conti non tornano: la massa visibile delle galassie, quella luminosa che possiamo osservare, un po’ come i pensieri della nostra logica, è ben poca cosa rispetto alla immensità del cosmo : bisogna ipotizzare una forma invisibile di materia per spiegarci la stabilità delle immense formazioni cosmiche , una materia misteriosa presente ovunque che permea ogni cosa della nostra e altre galassie, filamenti di “materia oscura” che sono come una ragnatela cosmica che avvolge ogni regione in cui è presente la materia visibile, e noi con la nostra piccola infinitesimale coscienza siamo come una torcia che fa luce solo nello spazio del suo raggio, lasciando nel buio la sterminata vastità di tutto quello che ci circonda:. Gli studi più recenti ci dicono che questa enorme, sterminata massa di materia oscura e invisibile che ci circonda rappresenta il 27% della massa totale del nostro universo e chissà quanto dei multiuniversi che potremmo enumerare. Da quando le prove di questa presenza di “materia oscura” si sono moltiplicate , i fisici teorici hanno elaborato una serie di possibili spiegazioni, una delle più suggestive è quella che alla simmetria che regola il meccanismo di funzionamento dell’inconscio come insiemi infiniti secondo la interessante teoria di Mattè Blanco, viene aggiunto quel prefisso “super” sicchè si perviene alla “supersimmetria” è una teoria che parte dall’ipotesi che la materia conosciuta sia solo una parte di quella materia primordiale ingenerata da quella inflazione cosmica che avrebbe prodotto quel Super Universo fatto di infiniti multiuniversi . La teoria prevede che ogni particella conosciuta abbia un partner super simmetrico , ovvero un’altra particella che le somiglia in tutto e per tutto salvo essere molto più pesante ed avere un diverso spin (che cosa è lo spin? È una proprietà molto simile alla rotazione attorno ad un asse, intrinseca di tutte le particelle). Tutte i partner supersimmetrici hanno lo stesso nome delle particelle conosciute, con però l’aggiunta di una “s” sicchè l’elettrone diventa il selettrone, il protone sprotone il quark top , stop, e così via. Per rendere sempre riconoscibile una teoria contemplante la supersimmetria è stato convenuto di usare l’acronimo “Susy” , che a me personalmente fa tornare alla memoria quei quesiti, denominati appunto “della Susy” che la Settimana Enigmistica proponeva per le nostre menti, di solito in un qualche cammino sul treno, per un viaggio di una certa lunghezza. I quesiti lasciando il treno e i quesiti che facevano il palo con il Bartezzaghi (padre), oggi dopo un bel gruppetto di anni sono diventati enigmi, e la sinuosa Susy richiederebbe che si trovino delle particelle simili ad essa, cosa che nessuno c’è mai riuscito; è stata avanzata l’obiezione che tali particelle popolavano il Super Universo in eguale proporzione rispetto alla materia ordinaria al verificarsi di ogni inflazione cosmica , tra le quali ad esempio è stato fatto rientrare il nostro Big Bang, ma poi con il rapidissimo raffreddarsi del fenomeno di inflazione si sarebbero estinte in massa, impossibilitate a sopravvivere e quindi disintegratesi.C’è però una escamotage di Susy che sostiene che una particella particolare quella che rappresenta la partner supersimmetrica del neutrino ed eccezionalmente è denominata non sneutrino, ma neutralino, in quanto molto pesante non interagisce con le altre forze di materia e quindi può costituire enormi ammassi capaci di intensa attrazione gravitazionale. Quindi la materia oscura potrebbe essere un gas di pesanti neutralini , residui fossili di un’epoca priomordiale in cui la materia supersimmetrica, Susy, dominava l’universo. Un bel rompicapo anche per i fisici quantistici che non hanno piu' il tempo di farsi un bel viaggetto in treno e sfogliare la Settimana Enigmistica
lunedì 16 gennaio 2023
ENTRARE IN FLUSSIONE
Mi affascina la danza, ma debbo ammettere: la associo inevitabilmente al femminile, al corpo femminile: i capelli lunghi sciolti sulle spalle che ondeggiano seguendo il ritmo della musica e partecipano colle altre parti del corpo ai movimenti della danza; sono in verita’ i capelli e i piedi, le estremita’ che alla fin fine conducono questo coinvolgente gioco: quindi non e’ tanto una percezione in soggettiva, che riguarda noi stessi, ma e’ trasferita sull’altro (pardon sull’altra) Diciamo che un npo’ tutte le danze partecipano, o meglio fanno partecipare di questa sensazione: il tango, la baciata, il Paso doble, il valzer, ah! il caro vecchio valzer col suo bel Danubio blu , pero’ nella fattispecie della sensazione del coinvolgimento partecipe, forse la danza che maggiormente coinvolge occhio, cervello e anache il cuore, e’ la taranta o pizzica, dove l’elemento piedi gioca una parte di primaria importanza, piedi nudi che si muovono sinuosamente in una sorta di frenesia accelerata (non a caso il nome taranta viene dal morso della tarantola che un tempo si diceva generasse appunto una sorta di frenesia), cui nella contestualita’ del ballo si aggiunge questa volta un elemento esterno oltre la musica, una sciarpa di solito rossa che la ballerina di turno muovera’ sempre con consumata abilita’ e il trasferimento su di essa della sensualita’ che il corpo con le sue estremita’, i capelli e soprattutto i piedi nudi che si muovono sul terreno, trasmettono all’intero contesto, di cui fortunosamente e con grande piacere anche noi facciamo parte “inspirero’ considerando tutti i corpi, espirero’ considerando tutti i corpi” dice il ritornello della Meditazione Vipassana, ma qui la meditazione e’ accelerata e tutti corpi sono coinvolti nel movimento: la ballerina con i suoi capelli, i suoi piedi, i gesti e la sciarpa, quindi la musica, il contesto, gli altri ballerini, il pubblico. A questo punto proprio come faccio in numerose attivita' che comportano un nuovo apprendimento di nuove sequenze: imparare ad andare in bicicletta, esercitarmi sulle parallele per pervenire a tempi di kippe, sciare sulla neve
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| Ballerina di pizzica |
domenica 15 gennaio 2023
LA STRINGA SIMMETRICA n. 59
Un autunno davvero particolare quello del '59: le canzoni che ancora ti ruotavano per la testa erano la sensazionale Marina di un cantante fino ad allora sconosciuto Rocco Granata con quel ritornello che non ti dava tregua “marina, marina, marina ti voglio al piu’ presto sposare, o mia bella mora non mi devi rovionare oh no, no, no, no! La Tom Dooley del juke box allo stabilimento di Fregene ma anche The Diary di Neil Sedaka, Nun e’ peccato e Malatia di Peppino di Capri, la nuvola in due di Don Marino Barreto Junior I Singg ammore di Nicola Arigliano, il tuo bacio e’ come un rock di Celentano. Tintarella di luna di Mina e poi Joe Sentieri, Fred Buscaglione, Tony Dallara, Personality di Caterina valente, lo show di Perry Como, però diciamolo , ancora dominava il Ciao ciao bambina di Modugno ( gli struggenti mille violini suonati dal vento) e infine non meno di tre vecchi successi di Elvis Presley, militare in germania al moomento : Jailhouse Rock, Don’t be cruel, Love me tender, poi c’erano i film , i soliti Peplum con protagonista assoluto il formidabile Steve Reeves da Le fatiche di Ercole, solo appena insidiato dal Gordon Scott che aveva fatto Romolo e Remo con lui, ma si era un po’ dirottato su Tarzan, e poi il seguito dei film dell’orrore con Christoper Lee e Peter Cushing, quindi i vecchi film che ti passava l’Alce, la Sala Traspontina, il Degli Scipioni e a volte persino Il Principe che faceva anche cinema varieta’, cioe’ avanspettacolo. La televisione, rigorosamente un solo canale, ma a lui la televisione piaceva solo per il Musichiere e per i vecchi film che facevano. I fumetti oramai erano in ombra mentre cominciavano i libri propiziati dal defile’ dei vari cicli di Salgari ( Sandokan, Janez e Tremal Naik, la terribile Minneaha del Far West, il Corsaro Nero ), il primo, dopo il Cuore e quelli che ti avevano forzato a leggere a scuola (I ragazzi della via Pal, Senza Famiglia, Incompreso….dio che palle): in assoluto il primo della stagione diciamo così “seriosa” IL Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, seguito da qualcuno di quasi orrore che lo aveva intrigato Il Dr, Jeckill e Mister Hide di Stevenson, il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde. Cosi’ all’appuntamento con l’inconscio in quel fine ottobre, quindi pieno autunno, cioe’ qualcosa che riflette e riassume il rapporto tra se’ e ambiente in termini pero’ non di causa e effetto e neppure di linguaggio articolato, cioe’ di coscienza, ma proprio di quello che Freud per primo chiamò inconscio. L’inconscio e’ il luogo dell’altro, doveva dire di li’ a qualche anno un seguace appunto di Freud e di la a qualche altro anno, un altro seguace prrospettare una serie di scivolamenti per insiemi infiniti secondo uno schema di rigida simmetria, del tutto avulsa dalla logica aristotelica, ma molto simile a quella che da un po’ di tempo studiosi un po’ sui generis andavano disquisendo : Einstein, Bohr, De Broglie, Heisenberg, Dirac, Bell, Schrodinger, Pauli, Feynman. L’altro di cui era luogo l’inconscio era in verita’ ben circoscritto e ben rappresentato senza bisogno di far scattare compensazione o quella famosa logica di simmetria: dunque c’era stato quell’incidente dello spaghetto nel naso finito per troppa foga nel mangiare, che pero’ la nonna aveva troncato l’impatto di panico con quel “soffiati il naso” e paffete era passato tutto. Nei giorni seguenti pero’ i meccanismi di nutrizione si erano fatti preoccupati, troppo attenti, troppo circospetti nel terrore di provocare qualche reazione corporea. Il corpo preoccupato cominciava a divenire una sorta di nemico e l’alimentazione ne era una specie di cavallo di Troia…un chicco di riso, il filo della cicoria, un pezzo di pizza, il tonno, tutto veniva investito di componenti aggiuntive in accezione negativa. Come riuscire ad abreagire quell’impasse che non aveva, stante l’eta’, ancora neppure precisato come altro, quel famoso inconscio, per non parlare degli insiemi infiniti? Una parte poteva passare per il far leva su quel corpo che cominciava anche dopo quel primo incidente a buttare giu’ chili, così del tutto inaspettatatamente, per coprisi davanti lo specchio in camera da letto che i Jeans gli stavano a pennello, niente piu’ ciccietta attorno ai fianchi, aspetto decisamente invitante, anche appariscente, sicche’ veniva presa la decisione di iscriversi alla palestra di ginnastica Borgo Prati in via Virgilio, giusto in occasione dell’anniversario della nascita effettiva del suo referente inconscio (25 novembre)/1888 -1959. E poi la successiva istanza di questo multinconscio su altri percorsi da integrare (1948 : l’integrale sui cammini di Richard Feynman) quella della controparte del femminile, che si conforma nel triplice aspetto delle ragazzette con il nome che comincia per la lettera elle (L) :Letizia (1942) Laura (1944) Lucietta(1946). Le riincontra una dopo l’altra un po’ sincronicicamente dopo la decisione di iscriversi alla Borgo Prati e ben che snellito con un aspetto decisamente piu’ allettante rispetto anche all’estate. La prima diciassettenne era quella della stringa del sandalo alla schiava, che si era allacciata lungo piede e polpaccio proprio sopra la sua coscia nella casa di via Sebastiano Veniero, scatenando la dirompente ma sotterranea esplosione di istinti dei sui nove anni (57) - bionda coi capelli a coda di cavallo la conosceva praticamente da sempre e la ricordava con due trecce poi con una treccia sola e infine quel pomeriggio proprio davanti la sua casa, con la nuova pettinatura a coda di cavallo. Niente piu’ sandali alla schiava, stante il freddo oramai incipiente, ed anzi un cappottone, che non esaltava certo la sua avvenenza, ma i ragazzi che passavano nel vedere come lei lo abbracciava, motteggiavano lo stesso “aho ragazzì beato atte’ che vieni spupazzato da sta’ gnocca….” Lo aveva invitato a salire su casa e c’era oltre alla madre, il fratello piu’ grande che si allenava al vogatore (era un canottiere della Rari Nantes, varie coppe facevano spicco nella sua camera e anche in salone, ma a lui facevano piu’ effetto i poderosi muscoli che gli suscitavano una forte invidia) . “Ammappelo come ti sei fatto grande” gli aveva fatto, “ bravo che ti sei iscritto alla Borgo Prati, l’ho frequentata anche io una decina d’anni fa”. Letizia si era tolta il cappottaccio e ostentava un fisico davvero da sturbo, uno sturbo che oramai si impadroniva di lui con sempre maggiore frequenza. gambe lunghe, fianchi torniti, la forma del petto perfettamente sottolineata da un golfetto leggero, insomma quel che si dice una bella ragazza, parecchio piu’ alta di lui, una buona decina di centimetri quindi sul metro e settanta forse anche qualcosa in piu’, per cui un po’ per l’eta’, un po’ anche per l’aspetto, la qualsivoglia illazione come oggetto di desiderio era bandita sul nascere. Quando si dice il caso, uscendo da via Sebastiano Veniero sul far della sesera, aveva attraversato la piazza Risorgimento e tagliato verso via Crescenzio che doveva appunto raggiungere la palestra, ma qui ecco chi incontra? Si proprio lei Laura, coi capelli scuri a caschetto ma senza piu’ quel vestitino rosso che gli aveva propiziato nell’estate di tre anni prima la dedica per opposizione della canzone di Modugno “Musetto” be’ d’altronde lui sveglio com’era anche a 8 anni (il 1956 poi era stato un anno di particolare apprendimento e esperienza : la grande nevicata, la cacciata dai corsi di catechismo per “blasfemia” la passione per la storia dei Greci e di Roma, e al solito canzoni e film a profusione)…. aveva colto i netti contrasti fra la fanciulla e i versi “ eh no, non tagliarti i capelli, non vestirti di rosso…”. Niente vestitino rosso che lei portava sempre, perlomeno in quel ‘56 e anche l’anno dopo nel ’57 in combine colle scarpette nere lucide, ma non nel ’58, che anche lei in quella torrida estate aveva messo i sandali alla schiava, troneggiando tra i ragazzi di via Nicolo’ coi suoi splendidi 14 anni. Era anche lei, ora in quel fine novembre piuttosto insaccata in cappotto e maglione a collo alto, quindi poco spazio a suggestioni pseudo erotiche: ben volentieri si era fermata a parlare dicendogli che la famiglia aveva deciso di prendere una casa lì in via Crescenzio per quando veniva a Roma. “ah così non stai piu’ a via Nicolo’? - “si ma tanto ci passo sempre qui non ho amici, lì conosco tutti!” chiacchierando del piu’ del meno arrivarono al portone della nuova casa e quindi lei promise che l’indomani pomeriggia sarebbe passata a via Nicolo’. Torno quindi verso casa, attraversando San Pietro, quindi Cavalleggeri, la scalinata e quindi via Nicolo’ V che oramai era sera fonda ed anzi aveva anche cominciato a piovigginare. Si aspettava di mettersi a cena , ma c’era una novita’, a cena erano stati invitati da Matteucci nella sua splendida casa a Via Dandolo, per cui mettiti in tiro, fai in modo che risalti il fisicaccio che cominciava a far capolino per quel metro e sessantatre’ di altezza (sempre piu’ di Matteucci che pero’ compensava coi milioni del suo lavoro di spedizioniere che gli permetteva di avere quel pop po di casa, la Ferrari e anche una Cadillac bianca, piu’ la Zagato Alfa Romeo da corsa con la quale aveva partecipato alla Mille Miglia, alla Targa Florio e ad una miriade di altre gare automobilistiche) Era giusto giusto una sera con gente del mondo delle corse Luigi Villoresi, Sergio Tullio Marchesi, Bornigia e c’era anche la amica Lucietta di Gabriella la figlia di Matteucci, che era la figlia di un famoso pilota della Ferrari morto l’anno precedente in una gara. In proposito, con Matteucci, Gabriella, il fratello, Litta, Iaio e suo padre erano stati al funerale, una tristissima e piovosa giornata di luglio che a lui lo aveva si contrito, ma anche un po’ colposamente ammaliato, alla vista di quella fanciulla un paio d’anni piu’ grande di lui, prostrata dal dolore. Ora quella sera la rivedeva, meno affranta ovviamente , anzi spigliata, volitiva ed era proprio lei a chiudere il cerchio di quelle tre “grazie” di una differente stringa che simmetricamente anzi super simmetricamente, percorre un diverso cammino, tutto da integrare
martedì 3 gennaio 2023
TUTTO IL MALE DEL MONDO
Gli americani non si sono limitati a raccogliere il testimone della bottegaia Inghilterra che per piu’ di tre secoli aveva spadroneggiato per il mondo forte dei suoi commerci e del suo motore : il denaro. Hanno con il loro avvento, dopo la seconda guerra mondiale, al vertice del potere mercantile, commerciale, e tecnologico, cioe’ in sintesi al potere iper-bottegaio, affinato metodi e modalita’, sviluppando la cosidetta “guerra della rete” ovvero una guerra condotta non solo in termini di mercato e di valore di scambio, ma di una informazione globale , basata su di uno spregiudicato uso giustappunto della nuova rete informatica globalizzata e della risonanza dei cosidetti “media”, e cioe’ giornalismo, televisione, publicita’, social e computer, tutti aggiogati al carro dell’iperconsumismo del neo-liberismo, ( o probabilmente piu’ attinente la definizione Duginiana di post-liberismo). Contro questo post-liberismo di oramai gretta individuazione statunitense che si e’ imposto come comun denominatore di tutto il mondo occidentale, qualificandosi come iper modernismo, ovvero lo spregiudicato utilizzo tutte le idee e tecniche piu’ ipocrite e falsamente buoniste che mai abbiano avuto diffusione, non solo negli USA e nel loro diretto precedente l’Inghilterra, ma anche in seno a quella che avrebbe dovuta essere la tradizione europea con la sua storia, il suo spirito e appunto le sue tradizioni, dequalificatasi in una spregevole sigla la UE espressione di un solo potere quello del denaro, del mercimonio e di una tecnologia al suo esclusivo servizio Ecco perche’ ogni possibile conservatorismo da parte di una sia pure esigua minoranza dovra’ sempre estrinsecarsi in un perentorio “NO !” al modernismo, e dovra’ sempre riferisi ad una tradizione, anche se non espressamente manifesta nel contesto della realta’ circostante. Si riconosce subito quell’individualismo “differenziato” espresso dal grande e ovviamente ostracizzato dalla cultura modernista vigente, filosofo Julius Evola in special modo nel suo saggio “Cavalcare la tigre” ovvero una sorta di manifesto di un “tradizionalista senza tradizione “. E’ questo tradizionalismo l’unico atteggiamento perseguibile appunto dall'uomo che non si riconosce in nessun aspetto del post modernismo. ma cio’ nonostante si affida al piu’ totale e assoluto rifiuto di qualsivoglia parametro della Societa’ attuale, che dopo aver esaurito il moderno gia’ da mezzo secolo a questa parte e’ oramai in quella fase di post modernismo che non esprime null’altro che negativita’ e nefandezza. La parola d’ordine di tale atteggiamento, che ha i suoi araldi in pochi personaggi di cultura e spessore: Evola in prima istanza, ma anche Guenon, Eliade, Cioran, Drieu de la Rochelle, Ezra Pound, Heidegger, Schmitt, Jungher. Spengler in una qualche maniera Freud, Jung, Pauli, Heisenberg, Schrodinger e piu’ recentemente, Matte’ Blanco, De Benoist, Freund, Dugin, persino i nostri Agamben e Cacciari: “IL MODERNO E’ IL MALE, IL POST-MODERNO E’ IL PEGGIO". Ribadiamo che l’uomo differenziato di Evola ovvero il tradizionalista senza tradizione, deve trovare all’interno di se (in-sistere) i motivi piu genuini per opporsi con tutte le sue forze al mondo di oggi post-moderno che propugna solo motivi di interesse e profitti (ex-sistere) , in sostanza deve fare una sorta di calcolo infinitesimale del tutto simile a quello che fece Leibniz rispetto a Newton , tradizionalmente indicati come i due ideatori di tale procedimento matematico: preferenziare quella “vis viva” interna indicata dal primo in opposizione al secondo che la ricercava invece all’esterno nelle leggi e cose del mondo, e farlo assumendo numeri del campo reale ma con connotazione negativa, identificandoli con mancanze, debiti, interruzioni, distruzioni e facendoli tornare positivi ma con connotati immaginari, tramite proiezioni per stabilire quindi un nuovo registro, giustappunto quello dell’immaginario dove possono rientrare le nuove interpretazioni di un mondo che non sia quello che ci si presenta oggi con caratteri di quasi esclusivita’ e che e’ stato recentemente in grado di imporre un vero e proprio fermo alla ragione, alla liberta’, ad una umanita’ che non si e’ ancora fatta irretire dalla paura e che appunto deve trovare la sua “proiezione immaginaria” per uscire dal tunnel della post modernita’ che non solo ha dimenticato la tradizione (compito eseguito questo gia’ dal moderno) ma la vuole del tutto annichilire in nome di una feticizzazione estrema del movente economico per una debacle di ogni traccia di umanita’ e l’affidamento assoluto ad un nichilismo fatto di merci, di mercato, di denaro e della loro proiezione sotto veste virtuale ed informatica (paradossalmente un netto processo inverso di quello che deve fare l’uomo che si differenzia nella tradizione). Sotto il profilo meno individuale, ma piu' collettivo, si potrebbe fare proprio la controversa ed anche abbastanza navigata teoria dell'unione eurosiatica rivisitata e elaborata recentemente da Alekxandr Dugin in ispecie nei suoi due saggi La quarta teoria politica e La teoria Mondo multipolare, di cui ho gia' parlato e di cui conto di parlare in maniera sempre piu' approfondita, perche' dismettendo quella "ubris" che fino a pochissimo tempo fa , prima che questa distopia recente , mi svegliasse dal mio sonno dogmatico a proposito dell'occidente, vado anche io alla ricerca di una nuova direzione in cui incanalare il mio desiderio di liberta' , di giustizia, di vera umanita' e magari scoprire un nuovo Eldoradonon fatto di oro come equiparazione di beni materiali, ma di quel vero purissimo oro di cui erano intessuti i tempi che nessuno e' mai riuscito a raccontare, se non come Mito, un Mito dell'eterno ritorno a cui tutto sommato un tradizionalista senza tradizione, scandita da precise metafore, deve sempre tendere: una Eta' dell'Oro per una tradizione che la coscienza umana non e' ancora riuscita a condensare, e che puo' solo intenderne un senso trascinando il suo significante che e' sempre altrove, sempre un tantino piu' in la' o un pochino piu' in qua, perche non e' una metafora : e' una metonimia e a parlare non sono piu' gli uomini, ma gli dei o perlomeno l'idea che di tali dei, se ne e' costruita la mente umana.
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