venerdì 21 ottobre 2022

PER FAVORE NON TOCCATE LE.....

 

Bersani e' l'ultimo esempio della intolleranza verso il passato e quindi verso la storia. Lui vorrebbe rimuovere la foto di Mussolini, or non mi ricordo neppure se dall'elenco dei Presidenti del Consiglio a Palazzo Chigi, o da chissa' quale altro palazzo, ma in verita' e' solo l'ultimo di tanti imbecilli che hanno sempre cercato di cancellare quello accaduto prima del loro piu' o meno avvento a certe posizioni. Per gli antichi romani, oltre la confisca dei beni, magari la condanna a morte del personaggio caduto in disgrazia, scattava  la "damnatio memoriae" che a guardare bene ha sempre sortito un effetto contrario in merito al ricordo del soggetto colpito da tale anatema  (basti pensare a  Caio Mario, a Catilina, a Nerone, a Caligola)    Tanti tanti anni fa a Parigi, in una delle bancarelle lungo senna (Bouquinistes) capitai un curioso e gustosissimo romanzo "Mendelsshon c'est sur le toit" dello scrittore ceco Jiri Weil in esso
vi erano una serie di episodi della Praga durante il periodo dell'occupazione nazista, dove con sarcasmo veniva affrontato il tema del cambiamento di immagine anche a livello di memoria, che ogni regime che si sovrappone ad un precedente, tenta di effettuare a livello di collettivo, in una delle sue esternazioni più manifeste, ovvero quella di statue, monumenti.  Nell'
episodio che dà titolo al libro, i nazisti ordinano di rimuovere la statua del compositore Mendelsson, in quanto ebreo dal tetto dell'Accademia di Musica di Praga, ma il funzionario preposto, incapace di riconoscerla, opta per rimuovere la statua con il naso più grosso, che era quella di Wagner. Sempre nel medesimo romanzo si parla di un fotografo che girava per le piazze della città, fotografando i monumenti non ancora spostati. Decisamente ce ne aveva di lavoro!!!... e tutto questo mi faceva tornare alla memoria le discussioni e polemiche che si erano avute, tanto per cambiare, ad una lezione di Bruno Zevi, su quella ipotesi, assai controversa di "sventrare gli sventramenti", ovvero se sia lecito e legittimo che ogni manifestazione di un passato storico venga rimossa, cambiata, cancellata, avallando così quel principio alquanto inquietante che “la storia la fanno i vincitori”. Praga,  molto probabilmente stante i cambiamenti di regime negli ultimi cent'anni, ha molte piu' statue ed icone varie, che sono state rimosse, sostituite, distrutte, che noi in Italia, dove la furia iconosclasta si e' grosso modo esaurita in un solo giorno, quello  del 26 di luglio del 1943 alla notizia della sfiducia del Gran Consiglio del fascismo verso Mussolini; pero' forse anche questo  accresce il fascino struggente della citta' d'oro,  dove la rimozione si appunta sul suo corpo, facendone oggetto di mancato che spinge al suo recupero, sortendo quindi un effetto di contrasto un po' alla maniera della "damnatio memoriae" dei romani. 
Rimozione e mancato giocano quindi sul versante della fascinazione ed ecco perche' i vari Bersani e tutti i fautori dello "sventrare gli sventramenti " sono doppiamente idioti: chi ignora o peggio cerca di ignorare la storia,  non fa altro che esaltare ed anzi ripeterne gli eventi,  come diceva  Santayana.  Non mi ricordo quale deputato italiano in visita negli Usa si lamento' con Il Presidente Eisenowheer che ci fosse a Chicago una strada  dedicata ad Italo Balbo, avendone in risposta "perche' Balbo non ha fatto la trasvolata atlantica?"... Ecco probabilmente l'america  con la sua democrazia iper permissiva, ma anche iper consumista e' la Nazione con meno mancato, pero'. aggiungo io.  e' anche per questo che e' la nazione con meno fascino: In Italia andiamo alla ricerca proprio degli angoli di citta' colpiti dagli sventramenti : la spina di Borgo, il Porto di Ripetta hanno molto piu' fascino della pur meravigliosa Scalinata di  Trinita' de' Monti e questo vale non solo per l'architettura, ma un po' per tutto, come dimostra la popolarita' che di questi tempi ipertecnologici e di rapido accelleratissimo consumo, abbia tutto cio' che rientra nel termine di "vintage"  Ecco perche',  facendo ritorno a Praga, fanno molto piu' opinione i propositi di ricostruire la statua di
Radetzsky che le polemiche sullo spirito provocatorio delle opere di Cerny. Io ad esempio che sono un ultra conservatore  con innegabili suggestioni reazionarie, pur non essendo mai stato comunista ho un rimpianto struggente per il complesso della statua di Stalin  
che dominava maestosa dalla collina di Letna, memoria bruscamente interrotta di un'epoca! Il comunismo non è stato un giorno in Cecoslovacchia e di queste operazioni, con tanto di ripensamenti, brillature con dinamite delle precedenti rappresentazioni più o meno monumentali, vuoi con statue o semplici denominazioni toponomastiche di persone e fatti non più "allineati"  ce ne sono a non finire. In proposito forse  con la cattiva coscienza della continua ecatombe di statue, il vicepresidente del consiglio Vaclav Kopecky inaugurando  il 1 maggio 1955 proprio il mastodontico monumento a Stalin, a Praga, sulla collina della Letna, volle provocatamente   dichiarare : «questo monumento è destinato a durare nei secoli» -  Durerà sette anni e qualche mese. Eppure il nuovo regime comunista ci si era messo d'impegno a partire dal ' 49 per onorare degnamente gli appena compiuti settanta anni del Dittatore  per creare giustappunto un'opera immortale, quasi di risposta al Exsegi monumentum aere perennius" di Orazio.Il concorso aveva prodotto essenzialmente soluzioni stereotipe e semplicistiche: in genere  uno Stalin a figura isolata, congelato nel gesto di muovere il passo, le braccia allargate come un Golem da film muto. Vennero esposti, quei modelli, nel dicembre del ' 49, in una sala della Casa di Rappresentanza: deve essere stato davvero inquietante metter piede là dentro, scivolare in piano sequenza lungo quei quaranta e più Stalin in miniatura, braccia larghe e sguardo accattivante e forse chissa' aveva  inquietato lo stesso Stalin. Fatto sta che il vincitore  Otakar Svec, li aveva sbaragliati tutti i suoi ingenui concorrenti, proponendo un imponente agglomerato, un cuneo simbolico che vedeva in testa Stalin con indosso un pastrano militare e in mano un libro. Dietro di lui, sui lati lunghi del parallelepipedo, i bassorilievi che raffiguravano - in due gruppi allegorici di quattro elementi ciascuno - il popolo sovietico e quello cecoslovacco: il soldato, l' intellettuale, l' operaio, il contadino... Una ben studiata campagna trasformerà l' impresa nel megacantiere a cielo aperto della costruzione del socialismo, quasi la sua rappresentazione figurata. Gli scrittori non stavano  più nella pelle e, prima ancora che i lavori fossero avviati, già vedono svettare sulla collina la statua che ancora non c' è. Scriveva  Pavel Kohout, il candido cantore di quegli anni: «Alto sopra la spalliera dei larici e dei viburni assopiti, / intessuto e sognato di marmo e di stelle, / nel so rriso nostro Stalin sorride, / sicura sentinella dei nostri lunghi cammini».Ma a partire dalla solenne inaugurazione di quel «colossale monumento al servilismo ceco e allo stesso tempo alla sua gigantomania» avviene però un fatto straordinario: il monumento ormai completato sembra non produrre più scrittura. La relazione segreta di Krusciov al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956 (pur recepita in ritardo) spinge i censori alla cautela, gli scrittori al silenzio. La surrealista Eva Medkova scatta al monumento una foto: la macchina fotografica è puntata su Stalin, ma è quasi attaccata al piedistallo, molto in basso. Il risultato è un fantasma irreale, la punta di una scarpa, la piega del pastrano: un' assenza. Un' assenza a cui darà corpo l' esplosione del 20 agosto 1962, che non a caso si evolvera' in mancato, suscitando nell'animo di chi comunista non e' stato mai, un rimpianto struggente, come di una fetta di memoria storica perduta, anzi piu' che perduta, lacerata. E' sempre lo stesso meccanismo dell'effetto paradossale della "damnatio memoriae" dei Romani   
L' esplosione della statua di Stalin, incipit anticipato della Primavera di Praga, darà l' avvio a un revival del monumento che prenderà a riapparire per interposta figura, per allegoria, talvolta persino nella sua ingombrante fisicità. Ma, nel suo primo ritorno, appare solo nella propria assenza. Ciò avviene nel finale del bel cortometraggio di appena un anno dopo la distruzione di  Pavel Juracek: Una persona da appoggiare (1963). L' inquadratura si allarga mostrando 
in lontananza il piedistallo vuoto del monumento. La cinepresa comincia a scendere sui gradini della scalinata. Lo sfondo sonoro trasmette il tonfo ripetuto di una caduta. Quel piedistallo vuoto però inquieta. Si cerca di esorcizzarlo, immaginandoci sopra schermi da proiezione per statisti intercambiabili, o magari uno Svejk da disegno di Lada. In una successiva vignetta di 5 anni dopo alla vigilia dell'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'URSS, si vede  un attonito passante a fronte  un piedistallo vuoto che proietta sul muro l' ombra allarmante di un oratore in piena azione: il braccio alzato, un libro stretto nell' altra mano. Il mancato nel suo venir percepito come assenza proietta il suo impianto negativo nella suggestione umana, diviene immaginario come i numeri in un cambiamento da status a flusso del calcolo infinitesimale. Aveva ragione Bohumil Hrabal: «Che le lasciassero in pace le statue di Praga...». E non solo quelle di Praga: vaglielo a spiegare ai nostri ignoranti politici che esorcizzare il passato significa riaffermarlo, ma suvvia noi conservatori, noi reazionari, noi pensatori di destra , seguaci di Evola, di Mircea Eliade,  prendiamo il tutto come augurio per questo nuovo Governo,  finalmente di destra che guidera' la nostra Giorgia Meloni RICORDIAMOCI PERO' DI NON RECRIMINARE MAI E DI ACCETTTARE LA STORIA, TUTTA LA STORIA, SI! ANCHE QUELLA VERA!  

 

giovedì 22 settembre 2022

LA CULTURA DELLA VERITA'

 

Mi rendo conto anche io  di andare un po’ a zig zag, proprio come quell’integrale sui cammini di Feynman che in quanto a infinitesimale di possibilità,  una volta mi fa percorrere il tragitto fino alla galassia di Andromaca e una volta non mi fa superare il tavolino del secretaire dove sta il computer; così ho fatto passi avanti, o meglio indietro fino alla Mitica età dell’oro, per la quale ho anticipato che potrei agevolmente servirmi di una ipotesi di teoria quale quella di Julian Jaynes della mente bicamerale, detta anche “la mente degli dei” come precedente assai lungo e indistinto(probabilmente svariate decine di migliaia di anni),  della coscienza umana ascrivibile al linguaggio, e quindi identificata  tout court con la storia conosciuta (con una certa larghezza facciamo gli ultimi tremila anni ) Detta così sembra un’affermazione un  po’ pretestuosa, per cui mi rendo conto che prima dovrei fare un lungo inciso giustappunto sui punti salienti di tale teoria, ed è quanto conto di fare su questo sequel di articoli su tutti i miei  blog che si dipartono dal confronto e particolare ri-assunzione del saggio di Evola “Rivolta contro il mondo moderno”  e quello similare di Guenon "la crisi del mondo moderno" Tra gli oramai parecchi riconosciuti vantaggi secondari (che poi tanto secondari non sono) di questa attuale contingenza distopica, che tra virus e pandemia inventati, terrorismo mediatico, creduloneria e pecoronismo delle masse, disgustosi interessi particolaristici di lobbies farmaceutiche e ipertecnologiche,  sembra aver sospeso del tutto il normale raziocinio umano e affossato l’intelligenza ed anche le altre più nobili peculiarità umane tipo la dignità, la cultura, la fratellanza, la ricerca della verità, ed infine la stessa la libertà,   vi sono tutta una serie  giustappunto di ri-assunzioni che riguardano aspetti di questa nuova modalità di esistenza, sui quali occorre far leva se si vuole controbattere a questa terribile offensiva del…. “male” - lo ammetto un tempo non avrei neppure per ischerzo usato un termine  simile, per non passare da invasato complottista, quasi un affiliato  del Dottor No della Spectre dei romanzi di Jan Fleming con  protagonista e irriducibile nemico  il mitico James Bond agente 007, ma oggi, oggi l’ho detto:  siamo tutti stati costretti ad una profonda revisione del nostro “sapere” ed anche del nostro operare, che ci ha anche costretti a prendere atto che il mondo così come l’abbiamo conosciuto e come oggi ci si è drammaticamente rivelato, non è affatto quel mondo tutto sommato “giusto e razionale” che uno dei peggiori filosofi della storia ci aveva lasciato intendere; lo si sarà capito , intendo quel falsissimo e risibile “ciò che reale è razionale e cio’ che è razionale è reale” di Hegel, che, per così dire, ha fatto da battistrada a tutte le menzogne di questi ultimi duecentocinquanta anni. Non è assolutamente vero che il merito, la giustizia, l’onore, la lealtà e anche l’intelligenza, il raziocinio sono stati protagonisti della storia del mondo, anzi è vero il netto contrario: incompetenza, cialtroneria, menzogne, falsi a ripetizione, corruttela e collusione sono stati loro gli assoluti protagonisti della storia e non è un caso che sempre quel sedicente filosofo, Hegel si compiaceva di aver ravvisato l’incarnazione dello spirito della storia in Napoleone 
l'incontro Hegel Napoleone dopo Jena
Bonaparte uno dei più marchiani rappresentanti di tale cialtroneria, incompetenza e falsità nonché
  totalmente asservito ai dettami di un copione di parte, fatto di vergognosi compromessi e sempre, specie ai primordi dell’apparire sulla scena del mondo di tale individuo, costantemente monitorizzato e pilotato, previ controlli e indicazioni dell’apparato politico che lo proteggeva (Il Direttorio post Terrore   diretto da Barras - l ’uomo che aveva  appunto eliminato Robespierre) ed anche provvidenziali aiuti dei sottoposti, ma molto più esperti Generali che gli avevano in gergo “parato il culo” nei suoi disastrosi interventi militari a Cairo Montenotte, a Ceva,  sul Mincio, persino al Ponte di Lodi e ad Arcole (vedi in tal senso i miei numerosi articoli sul blog capotesta di questo set di articoli Lenardullier.blogspot.com.  sulla campagna d’Italia del 1796/97 titolati “Recitare una parte” ) La rilettura di tali testi  testi molto ostracizzati dalla cultura ufficiale e quel continuo integrare ulteriori conoscenze recuperati appunto con quell’integrale sui cammini di Feynman, ha sfrondato anche il riferimento temporale dei 250 anni a questa parte, identificandolo grosso modo con la Rivoluzione Industriale e quindi con l’avvento della “macchina” sostituibile, assemblabile, ripetibile,  quale nuova essenza dell’essere al mondo. Difatti con l’adottare un diverso e  inusitato punto di vista,  molte delle credenze sulla storia dell’umanità vanno valutate in tutt’altro modo: un esempio proprio classico e’ sulla nascita dell’ordine classico, ovvero Umanesimo e Rinascimento, che non sono stati affatto quello squarciare le tenebre dell’ignoranza e della superstizione con cui la storia ufficiale ha bollato il Medioevo, anzi semmai è vero il netto contrario. Sostituire la coralità delle esperienze quale appunto perseguiva la concezione medioevale con un codice arbitrariamente desunto da una serie di parziali ritrovamenti di un passato non verificato e adattarlo ad un fare costruttivo generalizzato, significa difatti operare una “reductio” laddove sono persi tutti i grandi riferimenti simbolici per adottarne di nuovi non poggianti su alcuna tradizione, ma solo su un giudizio individuale di ipervalutazione egoica e poggiante come unica verifica di uno strumento tecnico anticipatore come la prospettiva. Un qualcosa di simile ravvisiamo nel concetto platonico ovvero “quell’uno che sta per molti”  che inaugura il principio dualistico di giudizio sul valore, leit motive della cultura occidentale : non il simbolo proprio delle antiche comunità ove una cosa era quello , ma anche altro:  l’albero ad esempio era si’ la pianta, ma anche la forza, la resistenza, la temporalità, e così una roccia, un fiume od anche lo stesso individuo;  oggetti, cose che si fanno altro,  assumono a loro sostegno sempre il fare metaforico del simbolo per ri-mettere insieme una composita esperienza: dal greco antico appunto “sum-ballein = ri-unire, ri-mettere insieme”, ma il dividere tra una cosa che ha valore  da una che non ne ha , giustappunto quel mondo delle idee su cui riposa il concetto platonico sempre dal greco antico “dia-ballein= dividere, separare:  crolla il mondo “simbolico” della coralità delle percezioni e delle esperienze, si inaugura quello “diabolico” del giudizio e della differenza nei valori e che porteranno, molto prima della Rivoluzione Industriale, ma ecco a cavallo del trecento, con la piena entrata dell’età del ferro, l’età dei mercanti e la fine dei regurgiti dell’età degli eroi, al metallo che non è più tale, ma solo una mescolanza , una lega : il ferro,  dove nessuno dei valori di un tempo possono essere scambiati e dove rimane  un solo valore : quello di scambio, ovvero di merci e di danaro. I mercanti si vanno appropinquando all’ultima era,  quella dei Servi, come giustamente rileva Evola e il mondo che sorge dall’avvento della macchina lo rappresenta in toto. Anche Guenon aveva scritto un’opera sulla crisi del mondo moderno di cui Evola ne aveva redatto l’introduzione: un’opera che a somiglianza di quella di Evola, che perseguiva il medesimo intento. ovvero dimostrare che l’Umanesimo  non aveva rappresentato affatto quella uscita  dalla ignoranza e dalla barbarie del medioevo, ma semmai il netto contrario, ovvero una netta involuzione di cui la teoria delle quattro età del mondo ne era significazione. Più di Evola Guenon faceva riferimento alla cultura indiana e all’ultima delle grandi età, quella del Kali Yuga corrispondente alla Età del ferro o dei servi.
Guenon e Evola, e un po’ tutta la cultura di destra, esoterica ed elitaria 
 vanno a braccetto nell’individuare nella storia dell’umanità una costante tendenza involutiva, fatta di continue perdite di centro e di riferimento, proprio il contrario della cosidetta cultura moderna  che invece ha posto Umanesimo e Rinascimento alla base  di ogni concezione di progresso e civiltà. Logico e naturale, pertanto che tali autori e tutta la cultura di destra elitaria, aristocratica nel senso pieno del termine ovvero  “potere dei migliori”, quindi non populista, non democratica, ma neppure falsamente individualista, peculiarità questa che l’Umanesimo porrà come costitutiva del suo affermarsi, sia stata sistematicamente ostracizzata: abbiamo guadagnato una individualità che però non è quella dell’antica Ellade che perseguiva il filosofo Eraclito alla continua ricerca del suo Logos, o anche Protagora nel suo indicare l’uomo come misura di tutte le cose, ma è una individualità fittizia fondata su di un io egoico, incentrata in tutta una serie di sintomi che vanno dal manifestare sempre una dipendenza da fattori esterni, merceologici, spesso e volentieri ripugnanti, quale l’affermazione sociale e soprattutto il denaro, creando e moltiplicando bisogni che hanno la caratteristica di non poter mai essere soddisfatti. Per Guenon è la “crisi”del mondo moderno, Evola sottende una “rivolta” che come dice Risè nel suo saggio introduttivo  alla sua grande opera “non finirà così!....l’uomo dopo l’esperienza disseccante della modernità…” e vi aggiungo io …“ durante  il trauma della distopia estrema, come trasposto di sana pianta  dalle maggiori (e anche minori) letture di fantascienza e fanta politica (Orwell, Huxley, Breadbury, Matheson, Dick, etc)  e vissuto sulla propria pelle dai primi mesi del 2020 “vuole tornare ad appartenersi, a darsi forma, a riconoscersi in una trascendenza….Si profila dopo questa ultima offensiva apparentemente trionfante  della modernità, della iper tecnologia, del mercantilismo oramai dilagante e quindi del consumismo e di un relativismo di societa’ ad apertura totale come teorizzato dal sedicente filosofo Karl Popper  e pragmatizzato dal suo allievo più sponsorizzato dalle lobbies multifinanziarie, George Soros , più vari compagnucci (Bill Gates, Schwab, Fauci e varie magnati di famiglie che hanno fatto del lucro e del mercimonio il loro modus vivendi), questa famosa “RIVOLTA” contro il mondo moderno, questa re-azione alla massificazione nella modalità servile dell’età del ferro. Un qualcosa che la teoria delle età del mondo ancora non contempla, ma che sta a noi uomini davvero moderni nel ritorno all’antico, inverare,  con il rivolgersi alla tradizione delle proprie culture , la tensione a   risalire ai ceppi originari  delle diverse civiltà, e quindi abolire la plurisecolare esperienza  subumana della società dei consumi e dei bottegai 

E’ il “Nouvel Enchantement” di cui parla  Gilbert Durand , che dovrà sostituirsi a quel disincanto descritto da Max Weber che ha prodotto il mondo moderno, col suo  richiamo grossolano al “sarò”, “avro’ “ della modalità temporale di un semplice futuro che non riposa su niente,  e adottare nel suo esplicarsi la modalità composta di una diversa coniugabilità verbale : il “sarò stato “ del futuro anteriore.


martedì 20 settembre 2022

VISTA E CONOSCENZA ANALOGICA E/O DIGITALE

 Analogico contro digitale Si tratta di due modi profondamente differenti di rappresentare la realtà: il primo procede per analogie e processi continui, l’altro in maniera discontinua e attraverso dei segni che vanno interpretati con un codice. Un esempio semplice sono gli orologi: negli orologi analogici, quelli in cui ci sono delle lancette che si muovono nello spazio, è l’immagine delle lancette sul quadrante a dirci che ore sono, e il tempo appare come un fluire ininterrotto, continuo. Invece negli orologi digitali abbiamo solo dei numeri (segni), e se vogliamo sapere quanto tempo manca a un certo appuntamento dobbiamo compiere un’operazione algebrica (codifica). Il tempo appare in questo caso discontinuo, procedente a scatti. Un altro esempio quotidiano: l’immagine in un quadro dipinto è analogica, formata da un continuo ininterrotto di colori e sfumature; l’immagine su uno schermo è digitale formata dall'unione di pixel definiti e staccati uno dall'altro. Ma la natura ultima della realtà è digitale o analogica, discontinua o continua? Nel primo caso il tempo, lo spazio e ogni entità e processo nello spazio-tempo sarebbero in ultima analisi discreti, formati cioè da entità indivisibili e singolari; l’universo fisico potrebbe essere adeguatamente modellato da valori discreti come i numeri interi. Nel secondo caso tutta la realtà sarebbe invece continua e la struttura ultima del tempo, dello spazio, della materia e di ogni entità sarebbe divisibile all'infinito I valori rappresentanti l’universo fisico potrebbero essere allora i numeri reali.



Un antico enigma
Alla fine dell'Ottocento il matematico tedesco Leopold Kronecker affermò: «Dio ha creato i numeri interi, tutto il resto è opera dell'uomo». II dibattito tra digitale e analogico è uno dei più antichi della filosofia e della fisica. Dove Democrito e gli atomisti vedevano la realtà come discreta, altri filosofi greci come Platone e Aristotele la consideravano continua. Ai tempi di Isaac Newton i filosofi naturali erano divisi tra teorie particellari (discrete) e ondulatorie (continue). All'epoca di Kronecker i difensori dell'atomismo, tra cui John Dalton, James Clerk Maxwell e Ludwig Boltzmann, riuscirono a ricavare le leggi della chimica, della termodinamica e dei gas. Ma molti scienziati continuavano a non essere convinti, facendo notare che le leggi della fisica si riferiscono solo a grandezze continue, come l'energia, il campo elettrico e il campo magnetico. Max Planck, che in seguito avrebbe fondato la meccanica quantistica, affermò del 1882: «Nonostante il grande successo riscosso finora dalla teoria atomica, prima o poi la si dovrà abbandonare a favore dell'ipotesi della materia continua». Tra i fisici di oggi è sempre più diffusa l’opinione che la natura sia in definitiva discreta, che i costituenti ultimi della materia e dello spazio-tempo si possano contare a uno a uno. Molti fisici sono arrivati a pensare che il mondo naturale sia come un enorme computer descritto da bit discreti di informazione e in cui le leggi fisiche sono un algoritmo, un po' come la pioggia digitale verde che Neo vede alla fine di Matrix. Ma le leggi della fisica funzionano davvero così? Altri scienziati ritengono invece che la realtà sia in definitiva analogica e non digitale. In questa visione il mondo è un autentico continuum. Per quanto lo si guardi da vicino, non si troveranno costituenti indivisibili. Le grandezze fisiche non sarebbero allora numeri interi, ma reali: numeri «continui», con un numero infinito di cifre dopo la virgola. Gli appassionati di Matrix rimarrebbero in questo caso delusi nel sapere che le leggi fisiche hanno proprietà che nessuno può simulare al computer, per quanto potente questo possa essere.
Il quanto non quantistico
All'inizio del Novecento la meccanica quantistica ha definitivamente trasformato il dibattito digitale-analogico. Nel 1925 Erwin Schrödinger sviluppò un approccio alla teoria quantistica basato sull'idea di onda.
L'equazione che formulò per descrivere come evolvono queste onde contiene solo grandezze continue e nessun intero. Eppure quando risolviamo l'equazione di Schrödinger per uno specifico sistema avviene una piccola magia matematica: compaiono dei numeri interi! Consideriamo per esempio l'atomo di idrogeno: l'elettrone orbita attorno al protone a distanze precise. Queste orbite fisse corrispondono alle soluzioni dell’equazione d’onda per numeri quantici pari a 1, 2, 3… L'atomo è analogo a un organo a canne, che produce una serie discreta di note anche se il movimento dell'aria è continuo. Riformulando la frase di Kronecker si potrebbe allora affermare: «Dio ha creato il continuo, tutto il resto è opera dell'equazione di Schrödinger».In altre parole, gli interi non sono i termini iniziali della teoria, sono il risultato finale. In questa visione delle cose il termine «meccanica quantistica» è fuorviante. In profondità questa teoria non è quantistica e i fenomeni descritti dalla teoria plasmano il discreto a partire dal continuo sottostante. I costituenti della natura non sono le particelle come l'elettrone, i quark o il bosone di Higgs, ma i campi, oggetti continui e fluidi distribuiti nello spazio: il campo elettro-magnetico, il campo nucleare forte, il campo di Higgs e così via. Gli oggetti che chiamiamo particelle fondamentali non sono altro che increspature di campi continui.
Il campo quantistico
Anche se le teorie oggi più accettate (la meccanica quantistica ed il modello standard) ipotizzano che la realtà sia continua, molti fisici ritengono che al di sotto del continuo ci sia una realtà discreta, un po’ come l'acqua in un bicchiere che appare indifferenziata e continua su scala macroscopica e solo se osservata molto più da vicino mostra i suoi costituenti atomici. È possibile che un meccanismo del genere si trovi al cuore della fisica? Forse, se guardassimo a un livello più profondo, i campi quantistici continui del modello standard o addirittura lo stesso spazio-tempo rivelerebbero una struttura discreta soggiacente, così come si suppone nella teoria delle stringhe: gli elementi essenziali, gli oggetti fondamentali mono-dimensionali. Viste da vicino, tutte le grandezze continue sarebbero allora discrete, distribuite su una griglia fittissima che da l'illusione del continuo, come i pixel di uno schermo per computer. E allora, la realtà è analogica o digitale? Non conosciamo la risposta a questa domanda e forse in definitiva ha ragione Johann Wolfgang Goethe: «Tutto è più semplice di quanto si possa pensare e allo stesso tempo più complicato di quanto si possa capire»…

sabato 2 aprile 2022

LA PIU' BELLA DELLE IMPERATRICI

 

Ho deciso di condividere su questo Blog al femminile de La passeggiata delle cattive, fatti e persone  con portamenti e storie che enfatizzino giustappunto il femminile, modificandone magari un tantino il testo da uno degli altri blog  di mia fattura . Così se nel precedente post avevo scelto Edy Lamar un po' per la bellezza, un po' per la intelligenza, un po' per i suoi correlati da una parte con il Cinema dall'altra con la Fisica quantistica, nel presente si prende in esame Elisabetta di Baviera,  Regina,Imperatrice rimasta famosa come Sissi. 
A lambire, solleticare entusiasmo, interesse e persino una forma di estasi non sono solo opere d’arte, romanzi, quadri, musiche , film,…. qualche volta capita che una persona umana ci si avvicini particolarmente: con la sua presenza, con il suo pensiero, con il suo comportamento, con il suo stesso essere e anche con il suo non-essere: persone a volte importanti, si che il loro esempio e’ entrato  a far parte di quel cosiddetto “immaginario collettivo”, come… ecco la mitica anche se realissima Sissi, ovvero Elisabetta di Baviera, poi Imperatrice, sulla quale s
ono stati fatti una pletora di libri, biografie e famosi, anzi famosissimi film come quelli con protagonisti la deliziosa Romy Schneider. Elisabetta, detta Sissi era la figlia del Duca Massimiliano di Baviera della famiglia dei Wittelsbach, un nobile un po’ sui generis, che poco si occupava della vita di corte e preferiva vivere semplicemente tra cacce, donne, bevute e grandi mangiate soprattutto nella sua residenza estiva di Possenhofen, una tenuta cui Sissi era cresciuta e che le era molto cara. Anche la madre Lodovica faceva parte della famiglia Wittelsbach, ma era la figlia del Grande Elettore Massimiliano, che poi divenne Re e quindi apparteneva al ramo principale della famiglia Reale, quindi a rigore era di un livello più elevato del marito;  era tra l’altro sorella dell’arciduchessa Sofia, la madre di Francesco Giuseppe destinato a divenire Imperatore, ma anche lei come il marito non fu mai attratta dalla vita di corte e preferì sempre una vita casalinga e semplice. La nostra Sissi, cresciuta in questa atmosfera, diciamo così molto poco formale e per nulla attenta a etichette e costrizioni, sviluppò pertanto un carattere libero, spensierato, disinvolto, amante della natura  e delle cose semplici e per di più con un animo sensibile e in linea coi tempi, assai romantico. A quattordici anni si innamorò di uno scudiero  del padre, ma ovviamente essendo il ragazzo di basso lignaggio venne allontanato dal palazzo, cosa che nell’animo gentile della fanciulla produsse un effetto sconvolgente, aggravato dal fatto che poco dopo quegli morì. Comincio così a scrivere  strazianti poesie sul suo amore sfortunato e a manifestare i tratti di quella melanconia e insoddisfazione che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita. L’amore per la natura, la semplicità, la relativa libertà di cui godeva pur essendo di famiglia nobile, imparentata con Re e Imperatori, si coniugava quindi ad una sensibilità particolarissima, alimentata da una letteratura struggente di quella metà del  secolo, mentre andava facendosi sempre più evidente una ulteriore caratteristica  che avrebbe giocato una parte di primaria importanza nella sua vita: l’avvenenza. Crescendo difatti la giovane duchessa andava facendosi sempre più bella: era altissima per i suoi tempi, un metro e settantadue centimetri, ovvero una misura che pochi uomini raggiungevano, i capelli lunghissimi, il fisico temprato dalle scorrazzate all’aria aperta, le cavalcate, e tale avvenenza doveva giocare una parte di rilievo quando la zia Sofia aveva deciso di dare in moglie sua sorella Elena, al proprio figlio Francesco Giuseppe che per una serie di circostanze era asceso nel dicembre del 1848 al trono Imperiale d’Austria. L’Arciduchessa Sofia aveva deciso di far incontrare i due ragazzi a Ischl  residenza estiva dell’imperatore, durante la festa di compleanno di quest’ultimo e annunciare pubblicamente il loro fidanzamento, ma la mamma aveva portato con se’ anche Elisabetta, nella speranza di strapparla alla malinconia nella quale era sprofondata, con la vicenda del suo sfortunato amore, e anche  con l’intenzione di vagliare un suo possibile fidanzamento con Carlo Ludovico, fratello minore di Francesco Giuseppe. La duchessa Ludovica e le figlie arrivarono a Ischl il 16 agosto 1853, ma dal primo incontro che le due ragazze ebbero con l’illustre cugino, quest’ultimo non ebbe occhi che per la giovane Sissi e il giorno dopo annunciò alla madre che lui non avrebbe sposato nessun altra che lei.  Anche se Sofia avrebbe preferito di gran lunga la più matura e meno ribelle Elena, dovette acconsentire al volere del figlio  e chiedere alla sorella la mano della figlia più piccola;  la cosa che portò un grosso sconcerto in tutti e principalmente in lei la giovane Sissi, del tutto ignara dell’effetto che aveva prodotto sull’illustre cugino e  che era frastornata da quanto era andato succedendo in quei giorni, ma che alla fine poteva riassumersi nella frase che ebbe a pronunciare “non si può dire di no all’Imperatore d’Austria!”, però per lei non sarebbero stati le rose e i fiori, che il viaggio in battello sul Danubio  con le popolazioni festose lungo il greto a salutarla, ammaliate dal suo fascino fresco e rigoglioso di bellissima ragazza di 16 anni, suggerivano a mò di incarnato da fiaba;  difatti l’austerità e i formalismi della Corte Asburgica, accentuati e come coagulati nella rigidissima presenza della zia suocera, l’arciduchessa Sofia, avrebbero finito per renderle la vita impossibile. Ed è proprio in tali difficoltà e sofferenze che viene fuori la Sissi come ci è stata tramandata, inquieta, sempre alla ricerca di un qualcosa che potesse lenirle la noia, la sofferenza, le umiliazioni. Insomma un ben diverso quadro della fiaba  con cui tutto era cominciato e la vita non le avrebbe risparmiato nulla: la depressione, la malattia, le controversie, sempre colla suocera sull’educazione dei figli, la primogenita morta, il cugino il famoso Ludwig Re di Baviera,  prima quasi impazzito e poi morto in circostanze misteriose, forse nell’ottica dell’unificazione della Germania dopo la guerra del ’70, la perdita di numerose fette di territorio imperiale, dopo la guerra del ‘59 e dopo quella del ‘66, il cognato Massimiliano ucciso in terre lontane e quasi a compendio, la tragedia dell’unico figlio maschio, Rodolfo, erede al trono, morto, forse suicida,  a Mayerling assieme alla sua amante la contessa Maria Vetsera, e comunque in circostanze che non sono state chiarite neppure oggi. A tutte queste contrarietà  aveva sempre fatto fronte non perdendo mai quella sua disposizione verso l’estasi, verso il sublime, il bello…, anzitutto nella sua persona, che a parte
 i denti che come aveva rimarcato la suocera fin dal suo primo incontro “non erano sani” , manteneva in maniera fantastica, colla vita aperta, le cavalcate, perfino la ginnastica, che faceva ogni mattina, disponendo che in tutte le sue residenze, fossero apparecchiate  spalliere, funi, pesi, anelli  e altri attrezzi  per l’esercizio fisico. Abbiamo detto che era alta 1,72 e per tutta la vita non era pesata mai più di 50 chili, e gli sforzi per non perdere mai tale caratteristiche  non avevano mai subito flessioni o dimenticanze:  dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati per mantenere la snellezza 
del punto vita e faceva uso di maschere notturne  a base di fragole e carne cruda, faceva bagni caldi nell’olio di oliva e seguiva un rigidissimo regime alimentare;  le occorrevano ore per vestirsi  perché gli abiti dovevano cucirgliersi addosso  si da far risaltare al massimo appunto la sua figura: la sola allacciatura del busto, necessaria   a ottenere il suo famoso vitino da vespa, richiedeva spesso un’ora di sforzi.
Ma la parte del corpo dove raggiungeva il parossismo erano i capelli, che portava lunghissimi fino alle caviglie: Il loro lavaggio  era eseguito ogni tre settimane con una
 mistura di cognac e più di 30 uova e quotidianamente per acconciarli ci volevano non meno di tre ore. Abbiamo elencato le sue manie a livello personale e della cura del suo corpo, ma Elisabetta era parimenti una cultrice del bello anche nelle altre persone; grazie al suo ruolo di Imperatrice aveva inviato richieste ai regnanti di tutta Europa e anche extra Europa, che le procurassero foto di giovani e giovanette di particolare avvenenza, di cui aveva una collezione  smisurata. Un altro fattore che aveva per lei una importanza  straordinaria era l’Ungheria. Nel 1867 era stata, assieme al marito,  incoronata Regina di Ungheria e si era presentata  alla festa dell’inaugurazione nel costume tradizionale ungherese, facendo perdere la trebisonda a tutti gli orgogliosi nobili del luogo, in particolare al conte Gyula Andrassy, orgogliosissimo patriota
magiaro, che aveva militato con Kossuth durante le guerre nel ‘48 e ‘49 ed era stato condannato  a morte dall’Austria nel 1851, e per questo essendo un uomo estremamente affascinante  era stato soprannominato “le beau pendu” . Nel ‘57 era stato  graziato  e 10 anni dopo con la costituzione della Duplice monarchia era diventato primo Ministro ungherese del Regno d’Ungheria  e anche accreditato di una rela
zione proprio con la Imperatrice (le malelingue dicevano che l’ultima figlia di Sissi non fosse di Francesco Giuseppe, ma sua). Sissi non era nuova a queste dicerie, una volta in incognito aveva partecipato ad una festa in maschera e fidando proprio sulla sua non riconoscibilità, aveva flirtato con un cavaliere, lasciandolo nel dubbio se  avesse avuto o meno a che fare con l’Imperatrice. Di certo Sissi si era presa, diremmo oggi, una cotta, per l’Ungheria, le sue tradizioni, i suoi pittoreschi costumi, le rutilanti uniformi degli ufficiali,  la lingua difficilissima che aveva imparato alla perfezione, e la sua residenza di Godollo era diventata il suo luogo d’elezione.
Anche in questo era controcorrente alla tendenza generale di tutti gli Asburgo, in sommo grado dell’Arciduchessa Sofia, ma anche dello stesso Franz Joseph, che detestavano gli ungheresi considerandoli infidi, e però in qualche modo l’aveva trasmessa al figlio Rodolfo che difatti sembra proprio che gli Ungheresi nel 1888 gli avessero offerto di diventare Re di Ungheria, e tale fatto anche se lui non aveva accettato per non creare uno scisma in seno all’Impero, potrebbe benissimo essere addotto al misterioso suicidio di Mayerling, che potrebbe non essere stato un 
suicidio, ma un tentativo del Governo di Vienna di scongiurare una volta per tutte un tale pericolo. In conclusione abbiamo visto che tipo di donna fosse Elisabetta di Baviera, la celeberrima Sissi, un donna avanti nei tempi di oltre cent’anni e anche come pensiero, come idee, non era da meno.
Democratica e libertaria ante litteram, anti clericale con concezioni che potevano benissimo essere considerate proto comuniste, era contrarissima ad ogni forma di monarchia e persino di aristocrazia; più volte aveva asserito che le plebi avrebbero dovuto cacciare tutti i regnanti e il suo desiderio più ardente era che 
il marito abdicasse e andassero a vivere in qualche luogo appartato. Era insomma l’antitesi stessa della concezione di monarchia ereditaria, l’antitesi anche di quell’Impero multietnico di cui si ritrovava ad occupare il nome e il ruolo di Imperatrice. Eppure paradossalmente per una strana ironia della sorte, doveva finire la sua vita proprio come simbolo e come vittima di quel tipo di potere che tanto detestava, uccisa da un anarchico talmente disperato che non avendo i soldi per acquistare un pugnale, si era fatto affilare una lima da un ferraiolo e con quello sulle rive del Lago di Ginevra aveva inferto il colpo mortale al cuore dell’oramai anziana Imperatrice. Paradosso e controparadosso, come al solito nelle cose della vita: Sissi moriva come vittima di un tipo di mondo che andava scomparendo, eppure l’anarchico che l’uccise, aveva realizzato il suo desiderio più profondo “morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’Estero” come aveva scritto nel suo diario poetico, pubblicato giusto cent’anni dopo la sua morte nel 1998. 
Sissi la bellissima, la quintessenza di un’es-tasi, che andava oltre il suo tempo e che ancora oggi suscita emozioni inusitate, velate anche di quel “avrebbe potuto essere…” che è parte
 essenziale di ogni Mito, Sissi di cui innumerevoli sono stati gli scritti su di lei, i film, le mini serie televisive, ma che forse con maggiore incisività è stata interpretata dalla attrice Romy Schneider, per via anche di una certa associazione di percorso esistenziale, segnato da gioia, bellezza, estasi, ma anche da grandi tragedie: certamente nei film degli anni cinquanta dove si vede la spensierata ragazzina nell’incantata atmosfera della giovinezza e di un amore da fiaba con tanto di Principe azzurro (altro che Principe, un Imperatore sa pure di poco più di 20 anni!), ma anche nel film di Visconti Ludwig, dove sempre lei Romy Schneider tornava ad interpretarla, ma con tutto il fascino di una splendida maturità, vestita di scuro accanto ad un Helmut Berger che interpretava a sua volta il Re folle Ludwig di Baviera, quello che lei chiamava “mon beau cousin”


LA PIU' BELLA DEI QUANTI

Ho letto tutti i libri di Gabriella Greison, mi piace quel modo di raccontare una tematica ostica come la fisica quantistica con la verve di un romanzo tra il biografico e l'avventura. Se poi si passa a trattare di donne, che magari avevo conosciuto per tutt'altre peculiarita' come Hedy Lamar che giustappunto  nel libro della Greison "Sei donne che hanno cambiato il mondo". figura al fianco nientemeno che  di Madame Curie (le altre quattro sono famose solo per gli addetti ai lavori).. eh bhe allora le cose si fanno davvero intriganti; Ho gia' scritto sul mio blog principale un articoletto sulla straordinaria vicenda di Hedy Lamar, una delle piu' belle donne di ogni epoca e famosissima attrice  anche rispetto alla storia del cinema in quanto essere stata la prima donna ad apparire completamente nuda nel film Ecxtasy del 1932 giustappunto lei l’austriaca che non si chiamava ancora così ma Hedwig Kiesler, classe 1914, quindi all’epoca dei fatti  poco più che diciottenne essendo nata verso la fine dell’anno, e il film uscito nelle sale, ovviamente con enorme scalpore per tale particolarità, nel febbraio del 1933. Oltre ad essere una bellissima fanciulla che per la straordinaria avvenenza, era già stata scelta per piccole parti in film anche di un certo livello e lei stessa aveva seguito dei corsi di recitazione, forse influenzata da una giovanile passione per un altrettanto giovane promettente attore Wolf  Abach-Retty, che guarda un po’, era il futuro padre di Romy Schneyder., era anche un fenomeno nella matematica ed era stata ammessa a 16 anni alla universita'  di ingegneria  di Vienna; in verita' gia giovanissima condividevano in lei queste due peculiarita' : estrema avvenenza ed estrema intelligenza.  Nello stesso periodo a 16 anni era apparsa a seno nudo in su di una famosa rivista tedesca e poco dopo veniva  selezionata dal famoso regista teatrale Max Reinhardt, per lavorare in teatro a Berlino: sembra che Reinhardt sia rimasto letteralmente abbagliato dalla  ancora Hedwig Kiesler  definendola “la ragazza più bella del mondo” Queste le premesse per la scelta del regista ceco Gustav Machaty di affidarle la parte di protagonista nel film Estasi, cui da tempo
 ne stava elaborando la sceneggiatura, attratto dalle possibilità del mezzo cinematografico di enfatizzare le possibilità espressive del corpo femminile. C'era stato un  precedente in un film da lui girato nel 1929 dal titolo Erotikon, ma che ora con una interprete di tal fatta, avevano concretissime possibilità di divenire esplosive (come in effetti doveva puntualmente accadere). Il film girato tra Vienna e gli stabilimenti Barrandov di Praga,
la Terrazza di Barrandov a Praga nel '32

più alcune trasferte in Alta Boemia
 e nei Carpazi, ha una trama esilina: una giovane donna sposata ad un uomo più anziano, ricco e volgare, in preda a disperazione fa ritorno nella casa paterna e a contatto colla natura, tra i boschi, nell’acqua di un laghetto che sono di enfasi ad una riscoperta del suo corpo, sul quale il regista ovviamente  indugia, ritrova anche la passione, nelle vesti (e non vesti) di un giovane di passaggio con il quale passa ore d’amore (e anche qui il regista non smette di indugiare...); Il seguito, del marito che si suicida e lei che rinuncia all’amante, lo fanno anche piuttosto manierato e convenzionale, ma quel corpo di lei, nudo tra le foglie e mollemente adagiato sulle acque, si imporra’ nell’immaginario collettivo di tutto il mondo, con riflessi che non si sono spenti neppure oggi.  Il film, come detto sollevò un enorme scalpore, con le solite indignazioni e proibizioni, però c’è da dire che nell’Italia fascista  ove sulle prime era stato interdetto, poi su pressioni di persone intelligenti, che non mancavano nel Regime, Balbo, Ciano figlio, Bottai,  Freddi, venne presentato al Festival di Venezia del 1934. La bellissima ragazza austriaca si trovò di colpo proiettata ai fasti della fama; quelle scene di nudo solleticavano i pruriti di gran parte della società internazionale dell’epoca e  ci fu anche chi vi trovò analogie con il romanzo di Lawrence L’amante di Lady Chatterley uscito  5 anni prima, anzi per la verità Henry Miller  ci scrisse su un saggio; ma come spesso accade un risultato così eclatante ha spesso delle ripercussioni: sposatasi infatti con un industriale  miliardario mercante d’armi Fritz Mandl, che per molti versi poteva ricordare proprio la vicenda del film, questi cercò di acquistarne tutte le copie del film  in circolazione per distruggerle e conseguentemente proibire alla moglie persino di nominarlo, quel film.  Questo matrimonio con un industriale  che aveva contatti con tutte le fabbriche d’armi e anche con nazisti e fascisti e che imponeva alla moglie un ritiro quasi monacale, come a contrapasso della vicenda di quella sua scandalosa interpretazione rappresenta come una parentesi buia della vita di Hedy, eppure  doveva rivelarsi l’occasione per sviluppare quel diverso aspetto della personalità dell’attrice che diverrà predominante negli anni della guerra. Mandl difatti la teneva alquanto segregata, in un lussuosissimo Castello e boicottava la sua prosecuzione dell’attività di attrice, ma essendo una bellissima donna, anzi quasi per antonomasia la più bella del mondo, ben volentieri la presentava ai suoi amici industriali e anche a importanti gerarchi dei sopracitati Regimi: Goering, Goebbles, Ciano..., addirittura si sono fatte illazioni che nel Castello/prigione dove la coppia viveva, non era improbabile di vedervi Hitler e Mussolini. Cosa di gran lunga più importante è che oltre a tali personaggi, la residenza dei coniugi Mandl era anche convegno per scienziati, ricercatori di nuove tecnologie belliche, fisici, inventori, e siccome il marito, come un diadema da mostrare a tutti, la portava sempre con sé, ecco che lei l’immagnifica cui tutti, anche il più arcigno dei professoroni, non poteva, sia pure per un attimo, non pensare a quelle scene del laghetto e in mezzo alle frasche, si ritrovava in riunioni dove si parlava di tematiche innovative, segretissime, di cui nessuno, il marito per primo, poteva immaginare che lei ci capisse qualcosa. Ricordate all’inizio della biografia? : ragazza austriaca bellissima, ma anche quel “brillantissima” studentessa di ingegneria?  ebbene c’era molto di vero in quell’epiteto: allieva della scuola di ingegneria a soli 16 anni, aveva sostenuto qualche esame dove il commento unanime dei professori era stato “di un’intelligenza straordinaria, addirittura eccezionale”, sicchè ecco che a quelle riunioni, tra quei commenti, le formule, i calcoli matematici, non è che lei fosse, come tutti credevano una bella statuina, lei incamerava dati, nozioni ed era perfettamente in grado di trarre qualche conclusione, come di lì poco avremo modo di constatare, quando stufa di quella dorata prigionia, stufa del marito e anche sempre più inquieta per l’ascesa di Hitler, che per lei di origine ebree, non era  certo rassicurante, aveva fatto nel 1937, una vera e propria fuga a Parigi dove il produttore Louis.B.Mayer che era in Europa in cerca di nuovi talenti, la convinse a trasferirsi in America e a cambiare il nome in Hedy Lamarr.
Ovviamente, con quel po’ po’ di curriculum (il primo nudo della storia del cinema) era  la professione di attrice lo specifico ove orientarsi e Hollywood le riservò un’accoglienza piuttosto lusinghiera, offrendole da subito 
parti in parecchi film e con attori di grosso calibro (Clark Gable, Spencer Tracy, James Stewart, etc.) Però una volta assicuratasi successo e fama, le tornarono alla mente tutti quei discorsi carpiti in casa Mandl: in particolare aveva attratto la sua attenzione un metodo che alcuni scienziati perseguivano, di teleguidare ordigni e contrastare i segnali trasmessi da un nemico  per bloccare  i segnali radio per il telecontrollo ad esempio di un siluro. Complicatissimo, ma lei  aveva il potenziale non solo per capire  a cosa si alludeva, ma anche di studiarci sopra ; tra un film e l’altro, tra una ripresa a Hollywood  e anche  con la mobilitazione  della comunità austriaca e tedesca di Los Angeles contro il Nazismo e a favore di un’entrata in guerra  contro la Germania, che il regista Ernst Lubitsch andava  organizzando e che comprendeva parecchia gente dello spettacolo, di origine europea come Marlene Dietrich, ma anche statunitense  come  Clark Gable e Carole Lombard (quest’ultima morirà proprio nel corso di un suo giro propagandistico per tale scopo). Hedy era si intelligentissima e un ex portento negli studi di ingegneria, però pur sempre una dilettante per evoluta che fosse, le mancava quel tocco in più, che anche a questo tipo di ricerche, necessita per passare dalla formulazione a qualcosa di realizzabile:  un qualcosa di artistico, di quasi magico, di estremamente fantasioso, ecco tipo un’armonia musicale, Mozart, Beethoven, Stockausen, Varese, magari un semplice Gershwin, e difatti è proprio in ambito musicale che trovò il suo compendio: il compositore d’avanguardia George Antheil, che era anche stato molto vicino al movimento surrealista. Insieme i due idearono  un sistema che si rifaceva a quel progetto di un modo di criptaggio  delle comunicazioni via radio, che in mare poteva indirizzare, ma anche intercettare, i siluri dei sommergibili. Hedy e Antheil svilupparono un prototipo di criptaggio  dei messaggi radio tra centro di controllo e siluri, per far si che non potessero essere intercettati, basato sulla tastiera del pianoforte ove ogni tasto  produceva un segnale ad una data frequenza e solo seguendo un codice che era una sorta di armonia  era possibile controllare la traiettoria del siluro. I due iniziarono una serie di contatti  con il National Inventor's Council fondato nell'agosto 1940 su impulso del Presidente Roosveelt nell'ambito della mobilitazione industriale in vista di una guerra e elaborarono via via delle modifiche  sempre basandosi su osservazioni di tipo musicale, quale ad esempio  una versione tecnologica della banda perforata che si usa nella pianola meccanica, che permetteva una rapida variazione di frequenza, di nuovo il modello del pianoforte con i suoi 88 tasti, e quindi 88 frequenze, che in seguito verrà denominata"Frequency-Hopping-Spread Spectrum".  L'11 agosto 1942 ai due veniva  concesso il brevetto n. 2.292.387, ma l'Inventor's Council non era propenso ad accettare un dispositivo bellico inventato da una diva del cinema, per di più austriaca, e un compositore di musica. Era ancora il tempo delle valvole termoioniche (i transistor sarebbero arrivati solo anni dopo), così il progetto fu bocciato dalla Marina USA, che ritenne  impraticabile l'installazione a bordo di un siluro di un simile meccanismo.
I due presentarono un secondo progetto questa volta in ambito aeronautico di  un missile antiaereo che esplodeva automaticamente in prossimità del l'obiettivo, non solo quando lo colpiva, ma soprattutto quando lo mancava  per produrre lo stesso danni al nemico, ma ancora una volta l'Inventor's Council bocciò il progetto.
 Edy Lamarr avrà una sua personale rivincita nel 1962, quando la tecnica da lei ideata con Antheil sarà adottata dagli Stati Uniti (con il nome di CDMA, Code Division Multiple Access) come sistema di comunicazione a bordo di tutte le navi impegnate nel  celeberrimo blocco di Cuba, e ancor di più quando sia lei che Antheil erano morti da tempo, in quanto i loro nomi sono stati inseriti postumi nella National Inventors Hall of fame  degli Stati Uniti (2014) e a tutt’oggi le loro ricerche e invenzioni sono alla base  di molti  sistemi di trasmissioni radio in ambito informatico e di telefonia mobile.

 

giovedì 31 marzo 2022

UN MODELLO (VERO) PER JAMES BOND

 

Rubi, come lo chiamavano tutti, grazie alla sua classe e al suo irresistibile charme, aveva conquistato alcune tra le donne più belle del mondo. Grazie alla sua sfacciataggine ed alla sua abile capacità di animare le serate, era amico dei più grandi protagonisti del jet-set internazionale. I suoi amici erano Frank Sinatra, re Farouk, il miliardario Aly Khan. Il suo palcoscenico erano i posti più alla moda del mondo, dalla Costa Azzurra, al Brasile, passando per le capitali europee. Rubi era un grande sportivo, grande giocatore di polo, formidabile guidatore, ottimo tuffatore. Le sue amicizie, i suoi amori e le sue imprese sportive ne hanno fatto un’icona dell’epoca, quella a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Era l’icona del perfetto edonista. Era nato nel 1909 a San Francisco de Macorìs, comune della Repubblica Dominicana. Suo padre era un generale dell’esercito. Da giovane studiò a Parigi, poiché il padre era diventato diplomatico presso il consolato di Parigi. Tornò a diciassette anni nel suo paese natale, per iscriversi a legge ma non completerà mai gli studi. Il 3 dicembre 1932, sposò Flor de Oro Trujillo, la diciassettenne figlia del dittatore dominicano Rafael Leonidas Trujillo. Grazie a questa unione, Rubi venne mandato a Berlino per svolgere il suo primo incarico da diplomatico. Protetto dal sanguinario despota, ricevette in cambio prestigiosi incarichi diplomatici e molto denaro. Quando però il dittatore venne a sapere delle continue infedeltà del genero, costrinse la figlia a divorziare ed impose a Rubi di non mettere più piede nella Repubblica Dominicana. Vi tornerà solo dopo l’uccisione dell’ex suocero.Rubi. Gli sono state attribuite relazioni con molte donne famose e bellissime. Pare che per lui abbiano perso la testa : Rita Hayworth, Marilyn Monroe, Ava Gardner, Soraya, Dolores del Rio e tante altre. Senza contare le infinite avventure avute con cameriere d’albergo, mogli di amici, hostess di aerei, o sconosciute appena incontrate. Dopo il divorzio con Flor de Oro Trujillo, Rubirosa si risposò con l’attrice Danielle Darrieux, poi con la miliardaria e giornalista Doris Duke, dopo con l’ereditiera Barbara Hutton, dalla quale divorzierà dopo soli 53 giorni di matrimonio. Infine, a 47 anni compiuti, con la diciannovenne Odile Rodin. Sarà lei la sua ultima moglie.Dai divorzi dalla Duke e dalla Hutton, Rubi ricaverà una quantità di denaro enorme e molti beni, come piantagioni di caffè, aerei privati, allevamenti di cavalli, auto sportive. Ed una casa bellissima a Parigi del XVII secolo. In fin dei conti, quello che Rubi sapeva far meglio, al di fuori dello sposare (anche per interesse) donne miliardarie, del giocare a polo, del ballare tutta la notte in esclusivi locali, era divertirsi. All’alba del 5 luglio 1965, a Parigi, dopo una notte di baldorie passata al night club “Jimmy’s” per festeggiare la vittoria nella coppa di Francia di polo, Rubirosa si schiantò contro un albero al Bois de Boulogne. Era al volante, come a tutta velocità, della sua Ferrari 250 gt cabriolet. E questo lo ricordo come se fosse oggi che ne ebbi la notizia a Riccione mentre ero intento, con un paio di amici, magari complice qualche tedescotta in vacanza sulla riviera adriatica, di emulare (ovviamente fatte le debite distanze) le sue avventure . Ricordo che l'associazione tra lui e il Sean Connery di James Bond in Goldfingher fu in quell'estate del 1965 immediata , d'atronde Jan Fleming che era stato un ufficiale di marina e agente segreto pure lui, dopo lo scandalo delle spie gay di Cambridge - i famosi 5 di Cambridge - ebbe l'incarico di scrivere un libro su un agente segreto tombeur de femmes. E si ispirò giustappunto a a PORFIRIO RUBIROSA.


c'è la foto qui riprodotta dove in effetti si fa fatica a distinguere Rubirosa dal Sean Connery di "my name is Bond, James Bond" di Lo ripeto in quel 1965 Rubirosa era il mito di noi aspiranti play boy (poi sarebbe arrivato Gigi Rizzi), difatti lui si era fatte le più fantasmagoriche donne del mondo dello spettacolo e del jet-set. Fra le altre, Dolores del Río, Marilyn Monroe, Ava Gardner, Rita Hayworth, Soraya Esfandiary, Veronica Lake, Kim Novak e Zsa Zsa Gábor. Truman Capote, in Answered Prayers, ha descritto dettagliatamente come Rubirosa fosse sessualmente superdotato, una peculiarità che in Francia è ricordata anche attraverso un drink particolarmente piccante servito nei bistrò, chiamato non a caso "Rubirosas" nonché attraverso un macinapepe particolarmente lungo e voluminoso battezzato appunto "rubirosa" Dopo il divorzio da Flor de Oro Trujillo, Rubirosa si risposò con l'attrice Danielle Darrieux (con cui convolò a nozze il 18 settembre 1942), con la giornalista e milionaria Doris Duke (sposata il 1º settembre 1947) e con Barbara Hutton, da cui divorziò il 30 dicembre 1953 dopo soli cinquantatré giorni di matrimonio. La Duke riconobbe all'ormai ex-marito cinquecentomila dollari, oltre ad un allevamento di cavalli per il polo, diverse auto sportive e un B-25 riadattato. Rubirosa ottenne come buonuscita anche una casa parigina del XVII secolo. Barbara Hutton, dal canto suo, aveva acquistato per lui una piantagione di caffè nella Repubblica Dominicana e, successivamente, un altro B-25. In sede di divorzio gli riconobbe un importo di tre milioni e mezzo di dollari.
L'ultimo matrimonio di Rubirosa fu celebrato nel 1956, quando aveva quarantasette anni, con l'allora diciannovenne attrice francese Odile Rodin.
Rubirosa è stato raccontato o semplicemente evocato dai media in diverse circostanze. In Italia, Fred Buscaglione ne ha tracciato la caricatura nella canzone Porfirio Villarosa, musicata nel 1956 su testo di Leo Chiosso. Tra le rime si cita "ogni diva dello schermo che lo vede dice: t'amo e lui le crede". Nel film Malizia (1973), ambientato negli anni '50, Turi Ferro apostrofa il figlio maggiore chiamandolo "Rrubberrosa". Nella pellicola Fratelli d'Italia (1989), diretta da Neri Parenti e interpretata da Christian De Sica, Jerry Calà e Massimo Boldi, lo stesso De Sica, che noleggia per le vacanze con gli amici una Jaguar che "si dice appartenuta a Porfirio Rubirosa", lo cita affermando che "fisicamente me' somiglia".Il compositore Don Arrington, con il librettista Peter Johnson e lo scrittore Raphael Pallais, ha scritto un musical rappresentato a Broadway e basato sulla sua vita- La vita di Rubirosa è stata nel frattempo rappresentata dal personaggio di Dax Xenos nel romanzo di Harold Robbins The Adventurers. Brett Easton Ellis in American Psycho cita l'orologio Rolex d'oro rosa appartenuto a Rubirosa. Una citazione dell'eleganza di Rubirosa è contenuta anche nel romanzo di Paolo Sorrentino Hanno tutti ragione (2010).
Porfirio Rubirosa è citato nel brano musicale Pupa (Album Urlo, 1980) del cantautore italiano Ivan Cattaneo, insieme a Don Giovanni e Casanova.
Come pilota di automobilismo (in questo assai simile ad un altro famosissimo dandy Raimondo Lanza di Trabia, Rubirosa si iscrisse al GP di Bordeaux - valido per la Formula 1 - il 25 aprile 1955. Doveva guidare la propria personale Ferrari 500, identica a quella di Alberto Ascari nel 1952 e nel 1953 ma si ammalò prima della gara dovette rinunciare . Partecipò invece nel 1950 e nel 1954 alla 24 Ore di Le Mans e, sempre nel 1954, in coppia con Luigi Valenzano, alla 12 Ore di Sebring (in questa competizione pilotò una Lancia D24 e giunse al secondo posto)

giovedì 24 marzo 2022

L'ORO DELLA MENTE (BICAMERALE)

 

L'eta' dell'Oro, quindi sulla base dei ragionamenti riportati nell'ultimo articolo sempre qui sulla Passeggiata delle cattive, ma anche negli altri blog che fanno capo a Lenardullier.blogspot.com, non sarebbe altro che la "mente bicamerale" del saggio di Julian Jaynes il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, ovvero le Voci degli Dei, allucinazioni auditive dovute a formazioni neuronali costituite da tutta la somma di esperienze esperite nel corso di molteplici generazioni ed un numero imprecisato di anni,(certamente molti molti di piu' di quelli che possiamo attribuire alla coscienza che a malapena arrivano a tremila), trasferite metonomicamente, cioe' per spostamento di significanti, spostamenti  dettati dalle diverse situazioni ambientali che di volta in volta potevano presentarsi e richiedenti un pronto adattamento degli individui appartenenti alla specie umana. Un processo fortemente adattivo dunque, che ha una metodologia temporale che possiamo chiamare una "messa in situzione" dell'individuo in un certo contesto con relative istruzioni che debbono essere necessariamente "ob - audite" e anche una metodologia che rimanda ad una precisa localizzazione nell'emisfero destro del cervello.
Una funzione  alternativa, ma anche interrelata con l'emisfero sinistro dello stesso cervello che resta deputato all'altra funzione  precipua dell'adattamento all'ambiente, quella  di un continuo arricchimento del linguaggio articolato. Così se nella prima metodologia viene usato il meccanismo della Metonimia che si avvale dello spostamento dei significanti di volta in volta acquisiti nel processo di adattamento all'ambiente, nella seconda  si delinea l'atra forma di adattamento umano che e' quella di un linguaggio sempre piu' vario e articolato  ovvero la Metafora, una comparazione dei significati per similarita' e somiglianza ("che cosa e' quello? Bhe!?...e' come ...questo!" - siamo quindi  nelle due figure essenziali e strutturanti della retorica del linguaggio : metafora e metonimia, condensazione e trascinamento, assi portanti di una lingua).
La distinzione tra significante e significato, gia' posta da De Saussure e approfondita da Lacan, si delinea come rappresentante della modalita' delle due diverse figure:  la condensazione metaforica opera attraverso significati immediati ottenuti attraverso la comparazione dei due termini del confronto, uno noto e quindi referente appunto di un giudizio gia' operato, l'altro meno noto, cioe' un riferito che assume componenti del termine di confronto e acquista così un nuovo significato; al contrario il trasferimento metonimico agisce attraverso una diffusa continuita' non solo riferita agli oggetti, ma anche al comportamento utilizzato in una determinata occasione, il vissuto del soggetto, il suo relazionarsi in merito a tutta una somma di fattori...e' tutto questo che deve essere trasmesso nella voce allucinatoria  che non a caso viene attribuita agli dei. 
L'eta'  dell'oro e degli dei, ecco io trovo una attribuzione legittima proprio in quella mente bicamerale  postulata da Jaynes, laddove mi sembra proprio che i due emisferi e le onde da essi prodotte funzionavano in perfetta sinergia, direi anche in una sorta di simmetria che ricorda molto la Super Simmetria dei fisici quantistici , dove magari al posto delle particelle io proverei a sostituire le stringhe, intese come frequenze d'onde  e magari con un tantino di forzatura identificate nella condensazione e nello spostamento dei rispettivi processi metaforico e metonimico. A rompere tale sinergia, tale simmetria si e' pervenuti con la coscienza ovvero quel famoso "analogo io" che individualizzando uno solo dei meccanismi, ha condensando l'ambiente esterno con il proprio essere in situazione e ha quindi avviato un processo di narratizzazione di se stesso che ha giocoforza ingenerato  un pronunciato  occultamento del processo metonimico.   
Attenzione questo evento, non precisato, ne' localmente ne' temporalmente, e' tuttavia riportato in tutti i miti delle civilta' umane con differenze solo formali di narratizzazione, ma strutturalmente tutti riconducenti ad un qualcosa di nuovo, di inusitato che ad un certo punto ha cominciato ad emergere dalla nebbia di una storia umana che proprio in forza di tale forza nuova ha cominciato a narratizzare se stessa : Eh si ! e' lei la coscienza ,e generalmente  la cosa viene enfatizzata come momento catartico, presa  come evento epocale, originario del tutto o quasi, esaltata come l'emergere della luce della ragione, dal buio delle tenebre dell'incoscienza. Ma non e' così, anzi siamo proprio al netto contrario! Con il sopravvento di una funzione cerebrale sull'altra  (la metafora sulla metonimia, la condensazione di significato, sul trascinamento di significante ) gli dei cessano di far sentire la propria voce , tutto resta affidato a questa identita' tra proprio io e comportameno in situazione, che si rivelera' fallacissima, perche' espressione di un individualismo supposto e facile a scadere nella presunzione, nella tracotanza e a sviluppare le caratteristiche piu' deleterie della specie umana (violenza, intolleranza, menzogna, crudelta', etc.). La narratizzazione dell'analogo io in situazione pone una narratizzazione sempre parziale, incurante della verita', bugiarda e incline al raggiro e  alla continua oppressione dei propri simili; non e', in altre parole, una narratizzazione della ragione  , ma piuttosto un racconto , una storia della volonta' di avere ragione : ragione ad ogni costo, a dispetto di verita, giustizia e qualsivoglia idealita'.    E' così che l'eta' dell'oro e il divino ad essa sotteso,  vengono messi in sottordine, e le voci allucinatorie che erano espressione di quel rapporto  relegate in un emisfero che viene etichettato come secondario, non dominante, espressione di una rappresentazione non razionale  affidata perlopiu' a   personaggi strani, bizzarri, invasati  o tutt'al piu' a funzioni  di poco valore pratico: intuizione, fantasia, misticismo, magia. Via via col tempo ci sara' qualcuno che comincera' a dare valore a tali manifestazioni, ma dovranno passare molti molti anni e sempre con una certa ambiguità, riconosciuti ma sempre da una esigua minoranza: gli sciamani di certe culture, gli adepti di particolari discipline come l'alchimia,  il tentativo di edificare sorta di monumenti del tipo delle Cattedrali medioevali, alcuni corpi dottrinali e comportamentali come la Cavalleria, l'impianto di opere letterario di particolare simbolismo (La Divina Commedia di Dante Alighieri, il Don Chisciotte di Cervantes, le filosofie di un Leibniz, di un Kant, financo di un NIetzsche, di uno Schopenauer e a sugello:  il riconoscimento attraverso sintomi e manifestazioni di quel famoso  impianto metonimico  dell'emisfero destro, di un altro modo di interagire con il reale, una modalita' non piu' solo immaginaria ma simbolica (che cioe' ri-mette insieme") cui uno studioso di Vienna non trovera' niente di meglio che denominare " in-conscio "              
Gli dei abbandonano la scena, come viene ripetuto spesso "non abitano piu' qui" l'oro quasi scompare dal mondo, e' tempo di un altro metallo, meno nobile, non splendente e soggetto a deterioramento : e' l'argento la cui eta' viene assimilata alla classe dei "guerrieri"  L'argento si addice ai sonnambuli e tali si muovono nello scenario di una umanita' sempre piu' volgarizzata, i suoi adepti, ovvero i grandi imperi, i condottieri di uomini, i grandi pensatori, l'Atene della filosofia ma anche della Commedia e della Tragedia, Alessandro il Macedone, la grande Roma repubblicana, Giulio Cesare, l'Impero, quindi le manifestazioni dianzi citate. In verita' anche l'argento viene soppiantato da un metallo meno nobile : il bronzo che trova corrispondenza nell'eta' dei "Mercanti" ovvero il principio del baratto, gli scambi commerciali che attraverso il danaro  divengono l'unico valore su cui far leva: il valore di scambio. Banchieri e faccendieri, rapporti di compra-vendita, ancora piu' enfasi alla corruttela, all'inganno, al raggiro, senza neppure quel corrispettivo di coraggio, fierezza che aveva caratterizzato l'eta' dei guerrieri. 
Al contrario di Guenon, forse piu' influenzato da Evola ho cercato di dare un corrispettivo temporale  a tutto questo processo delle varie Eta' del mondo, trovandolo per quest'ultima nella Grande Pandemia del 1348 che chiuse la partita con le esperienze di coralità del medioevo (le Cattedrali e le dimore filosofali di Fulcanelli), la Cavalleria e i suoi paladini, il senso di un Impero extra nazionale , Federico II di Svevia, la Divina Commedia di Dante, il calcolo infinitesimale d Leibniz, il Criticismo Kantiano.
Non e' un caso che la Grande Pandemia del 1348 , a mio parere molto esagerata come tutte le pandemie, in realta' sia stata espressione solo di una reazione ad un prolungato stato di disagio, e in forza di una paura della malattia, del contagio, abbia fatto piazza pulita di tutte le espressioni di coralita' e tradizione, per favorire un esasperato  individualismo avallato dal  ricorso a codici del tutto inventati (tale l'Ordine Classico desunto da scarsi ritrovamenti archeologici e non suffragato da alcuna verifica ne' formale, ne' strutturale) e a forse il primo degli strumenti tecnico/scientifici di controllo : la prospettiva di Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Rossellino)

NASCITA, MORTE E MARE

  Abbiamo osservato nel parallelo articolo sul Blog capotesta Lenardullier.blogspot.com,  che la nascita ha come suo momento clou il parto, ...